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La tragedia dell’amianto a Monfalcone: il racconto di una ferita ancora aperta

Oggi al Museo della cantieristica di Panzano apre un memoriale permanente che ricorda con immagini e testi il dramma che ha investito centinaia di operai e le loro famiglie

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MONFALCONE Provate a chiedere in giro se lo sanno che su Monfalcone è piombato un aereo con 150 passeggeri e che nella caduta il velivolo ha travolto altre centinaia di persone, uccidendole.

Oppure provate a chiedere in giro se lo sanno che da mezzo secolo almeno, a Monfalcone e dintorni, precipita ogni giorno un deltaplano.

E se ancora vi va di concedervi al catastrofismo pensate alla prua di una gigantesca petroliera degli anni Sessanta - quelle che compivano il periplo dell’Africa, quelle costruite nell’immenso bacino costruite alla fine degli anni Sessanta - che incombe sulla città come la diga del Vajont su Longarone: lassù l’acqua e il fango hanno fatto il loro lavoro sporco in un attimo, qua da noi invece per pareggiare i conti dei morti il mostro sta impiegando anni e anni.

Già, ma di che mostro stiamo parlando? Se potesse parlare direbbe più o meno così: «Sono invisibile eppure potente, sono temuto, naturale, eterno, duttile. Mi hanno messo fuori legge, sono il Mostro innominabile, l’ultima spinta verso il baratro, un ladro di aria, una strada senza uscita. Scelgo le vittime a caso e quando si accorgono di essere nel mio mirino è troppo tardi. Mi trovate sulle navi, sui treni, sugli aerei, sui freni dei veicoli, nelle condutture elettriche, nei tubi dell’acqua, nelle intercapedini delle case, nei tetti dei capannoni, abbandonato a pezzi in mezzo alle campagne. Sono il male per eccellenza, sono più spietato delle guerre, della febbre spagnola, del Mediterraneo avido di disperati. Io sono la morte. Dispenso lutti e dolore, ma garantisco soldi a chi piange le mie vittime. Hanno riguardo di me e mi trattano con i guanti bianchi quando c’è da portarmi via perché non sanno ancora nulla di me. Ho tanti nemici ma nessuno insidioso, non sanno come curare i corpi che attacco, men che meno sanno annientarmi. Ci provano medici, biologi, chiromanti. È tutto inutile, vincerò per sempre come ho sempre vinto. Il mio regno è il mondo, spazio e uccido senza badare ai confini, alle razze, alle religioni. Sono ricco della paura che incuto, godo di protezioni politiche come nessun altro, sono la prima delle materie prime ma non finisco quasi mai in prima pagina. L’omertà che mi circonda è la mia forza. Sanno che posso portare al fallimento il bilancio di qualsiasi Stato se davvero provassero a cancellarmi dalla faccia della terra. Dalla faccia, però, perché io vengo da lontano: sono montagna, sono miniera, sono pietra. Mi usano da secoli e nessuno, tranne me, saprà mai quante sono state le mie vittime. Sono il peggiore dei mali ma per colpire ho bisogno di un complice: l’uomo. Sono l’amianto».

A Monfalcone c’è il cantiere navale da 110 anni. Croce e delizia, patrigno severo e babbo protettivo, sogno e incubo di migliaia di cantierini. Di quelli che le navi, fino alla fine degli anni Ottanta, le accarezzavano dopo averle fatte tra una bestemmia e l’altra per il caldo, il freddo, il cottimo che non batte, il capo che rompe, il mistro che fa la spia ai guardiani.

Di quelle migliaia di cantierini centinaia e centinaia sono stati consumati dalla polvere bianca, entrata nei loro organismi, attaccata alle pareti molli, nei polmoni e nelle pleure soprattutto. Minuscole fibre, 1300 volte più sottili di un capello, eppure spietate.

A Monfalcone il lutto ha il colore bianco dell’amianto, di quel materiale naturale come l’acqua che nel mondo continua a mietere vittime e che Paesi molto industrializzati continuano ad autorizzare l’uso. A Monfalcone invece l’amianto è la lacrima secca delle vedove e dei figli, sfiniti dal dolore nel vedere il marito e il padre annaspare senza aria in una spirale che certo non li porta all’inferno perché i cantierini e tutti i morti di amianto meritano ben altro. Monfalcone passa per essere la città de cantieri (chissà perché al plurale), per la città delle navi bianche, per la città della Rocca. Monfalcone dovrebbe essere soprattutto la città dell’amianto perché il conto della polvere qui è stato tra i più salati del mondo occidentale.

Oggi a Monfalcone succede qualcosa. Succede che oggi alle 10 al Museo della cantieristica nel rione di Panzano (ex Albergo operai) il Comune inaugura una galleria dipinta di nero, tetra, angosciante, chiamata “Il memoriale delle vittime dell’amianto”. Succede, forse, che finalmente una grande comunità come quella del Monfalconese, prenderà coscienza di questa tragedia collettiva perché c’è sempre un morto di amianto in ogni casa o nella casa accanto.

Venite a vedere nei pannelli espositivi permanenti come si muore per amianto, come si combatte l’amianto, venite a leggere i quasi duecento nomi impressi nel grande pannello che costituisce il cuore di questo memoriale. Sono i nomi dei morti per amianto “ufficiali”, di coloro ciò che sono diventati parti offese nei tre processi penali celebrati fin qui al Tribunale di Gorizia e conclusi con condanne per omicidio colposo per un totale che sfiora i trecento anni di reclusione. Venite a vedere il memoriale, che ricostruisce momento per momento con fotografie e testi, la tragedia dell’amianto, e non troverete accuse, cattivi, beghe politiche ma il racconto di una ferita che ha segnato una comunità.

Venite a conoscere Duilio Castelli, morto per amianto s’intende, fondatore della sezione di Monfalcone dell’associazione esposti amianto; conoscerete anche il grande medico alleato degli operai, quel Claudio Bianchi, anatomopatologo che per primo negli anni Settanta lanciò, inascoltato, l’allarme amianto.

La lista dei nomi è destinata a crescere. Morti quelli della prima generazione, ovvero i lavoratori a diretto contatto con l’amianto, adesso muoiono quelli della seconda generazione che in cantiere non hanno mai messo piede. Sono per lo più i figli di cantieri e quand’erano bambini saltavano in braccio al papà quando tornava dal cantiere, ignorando che il papà indossava il terlìs intriso di fibre di amianto. E tra montagne di morti ci sono decine e decine di donne, vittime anch’esse di questa maledetta polvere solo perché il terlìs lo lavavano a mano. Ecco, questo è il racconto dell’amianto, questo è successo a Monfalcone. —
 

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