«Metlicovitz eclettico ma geniale. Fu tra i grandi innovatori dell’arte dell’affiche»

Roberto Curci, giornalista, scrittore e curatore della mostra

Roberto Curci è il curatore della prima retrospettiva sul pioniere della pubblicità: da domenica in sette sezioni

Metlicovitz, quando la pubblicità era arte: a Trieste una mostra sul guro della cartellonistica

TRIESTE. Un giusto tributo a un grande innovatore del cartellonismo italiano, finora trascurato: si apre il 16 dicembre al Museo Revoltella e al Museo Teatrale Schmidl la prima grande retrospettiva monografica su Leopoldo Metlicovitz, intitolata “L'arte del desiderio. Manifesti di un pioniere della pubblicità”. Promossa e realizzata dal Comune di Trieste in collaborazione con Ministero Beni e Attività Culturali, Polo Museale del Veneto e Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso, con il contributo di Regione, è curata dal giornalista e scrittore Roberto Curci, grande esperto di cartellonismo, e diretta da Laura Carlini Fanfogna, al vertice del Servizio Musei e Biblioteche, e da Marta Mazza, direttrice Museo Salce, dove la mostra si trasferirà in aprile.

«L’idea della rassegna - racconta Curci - è nata tanti anni fa dalla mia convinzione che Metlicovitz, uno dei grandi cartellonisti degli inizi della rivoluzione in senso modernista della cartellonistica, che in Italia era un po’ attardata, non avesse avuto la fama meritata rispetto ad altri, in particolare Dudovich, allievo, amico e infine “rivale”. Metlicovitz era infatti laboriosissimo ma di carattere schivo. Anche oggi è molto pubblicato, ma gli è mancata l’attenzione critica».

«L’esposizione - prosegue il curatore - espliciterà quindi il ruolo fondamentale da lui avuto, assieme ai protagonisti di quel momento storico, non solo come grande cartellonista ma anche come illustratore molto attivo di cartoline, copertine di riviste musicali e spartiti di casa Ricordi, dove si era creato un pool di pionieri capaci d’innovare l’arte del manifesto in Italia».

La sua vera vocazione era però la pittura pura…

«Si vedeva pittore più che cartellonista. Aveva dimostrato un talento molto precoce in questo senso e, quando iniziò a ritirarsi dall’intensa attività di creatore di manifesti, si rintanò da Milano a Ponte Lambro in Brianza, dove visse gli ultimi vent’anni nella pittura: ritratti in ambito famigliare, la casa, i paesaggi intorno, qualche autoritratto. Le nipoti hanno donato qualche anno fa tre opere al Revoltella, che saranno esposte in mostra».

Oltre a queste, cosa troveremo nelle otto sezioni della rassegna, sette al Revoltella e una al Museo Teatrale, dedicata ai manifesti per opere e operette?

«L'intero arco della produzione dell'artista: 73 manifesti (alcuni di metri 3 per 2) e una ricca selezione di "grafica minore" (cartoline, copertine di riviste e spartiti musicali) provenienti soprattutto dalla sterminata raccolta Salce, il resto dalle raccolte del Revoltella, dello Schmidl e private. Ci saranno anche tre video, uno dedicato all’attività pittorica, uno focalizzato sul film Cabiria del ‘14, storico precursore del kolossal, visto anche attraverso i manifesti di Metlicovitz e di Caldanzano, e uno con famosi brani tratti da opere di cui Leopoldo realizzò l’affiche».

Stilisticamente come colloca l’arte di Metlicovitz?

«Ha cercato di essere sempre in equilibrio tra le esigenze della grafica che si andava rinnovando e la sua attitudine alla pittura pura: un grande eclettico ma geniale. Può aver fatto a volte cose un po’ enfatiche, ma ci sono una decina di suoi pezzi di una modernità sconcertante. È stato uno dei 5, 6 cartellonisti italiani che a fine ‘800 hanno iniziato a rivoluzionare - in sintonia con le correnti dell’epoca, il Liberty soprattutto - l’arte dell’affiche. È curioso e interessante che tra questi grandi, lui fosse triestino come Dudovich. I triestini - non solo questi due - svettavano su tutti gli altri. A Milano c’era all’apice Casa Ricordi, ma a Trieste c’era la Modiano, azienda all’avanguardia che raccolse anche il prodotto estemporaneo di alcuni locali come Cambon, Croatto, de Finetti, Marussig, Timell, Orell, Giuseppe e Pollione Sigon».

Dudovich era più dotato di Metlicovitz?

«Era stilisticamente e concettualmente inconfondibile, assai più moderno degli altri, infatti ebbe subito grande successo e una carriera molto più fortunata. Furono ambedue bravi in modo diverso».

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