Le lettere di Jelena Dimitrijević da una Salonicco in subbuglio dove le donne vogliono il velo

Oggi al Caffè degli Specchi il volume edito da Vita Activa tradotto da Ginevra Pugliese, prefazione di Marija Mitrović

la recensione



Nata in Serbia nel 1862, viaggiatrice su quattro continenti e autrice di numerosi libri, Jelena Dimitrijević apparteneva a una famiglia potente, nipote com'era per parte materna del principe Milojko, uno dei condottieri della rivolta contro l'Impero ottomano. Ortodossa, era tuttavia interessata a quella cultura che aveva dominato per secoli il suo paese, soprattutto in relazione alla condizione femminile, che a cavallo del secolo si trovava al centro di un intenso dibattito.

Nel 1908, quando i Giovani Turchi si stavano muovendo per trasformare l'Impero ottomano in una moderna monarchia costituzionale, Jelena volle andare a Salonicco, dove i rivoluzionari avevano il loro quartier generale. Gioiva alla notizia apparsa sui giornali, secondo la quale le musulmane avevano finalmente gettato il velo. La città allora era popolata da ebrei, greci e turchi. I Dunmeh, ebrei convertiti all'Islam, avevano tuttavia mantenuto le loro abitudini, e le loro signore giravano a volto scoperto, come sempre. Grazie alla conoscenza della lingua turca, e ai suoi rapporti personali, riuscì allora a entrare nelle famiglie e negli ambienti dell'harem e a parlare con le donne turche. Grande fu la sua sorpresa quando si accorse che anche le più giovani, che pur possedevano oggetti pubblicizzati dai giornali di moda parigini, parlavano francese e conoscevano la cultura occidentale europea, tuttavia non pensavano di togliersi il velo, di ricevere uomini nelle loro abitazioni o di soggiornare in spazi promiscui.

Decise così di raccontare queste sue conversazioni in 11 lettere indirizzate alla signora Luisa Jakšić, insegnante alla Scuola Superiore Femminile di Belgrado: le “Lettere da Salonicco”, tradotte da Ginevra Pugliese ed edite ora da Vita Activa con un'accurata prefazione di Marija Mitrović, che vengono presentate oggi, alle 18, al Caffè degli Specchi.

Jelena Dimitrijević era una sostenitrice sfegatata dell'emancipazione femminile e dunque cercava di mostrare alle sue interlocutrici i vantaggi di togliersi il velo. Del resto, sarebbe stato un gesto quasi scontato in una città in subbuglio, in cui risuonava ovunque il grido "libertà", in cui scioperi di treni, taxi, barche rendevano difficile spostarsi, e in cui camerieri, negozianti e portieri d'albergo incrociavano le braccia, rendendo assai dura la vita dei viaggiatori. Ma la maggior parte delle musulmane, invece di spezzare una tradizione arcaica e far convergere il processo di democratizzazione all'interno delle famiglie, si esprimeva piuttosto per il mantenimento del peče, il velo, e delle tradizioni che ne discendevano: alcune lo giustificavano per motivi di praticità, in quanto poteva essere comodo indossarlo insieme al čaršaf, il soprabito che non impegnava a seguire le mode, che andava bene in tutte le circostanze e le stagioni. Libertà per loro significava piuttosto che i loro uomini non avrebbero più rischiato il carcere per questioni politiche, come era stato fino ad allora. Ma altre insinuavano il dubbio che quelle signore mentissero, perché il dispotismo del tiranno Abdul Hamid avrebbe insegnato loro a non fidarsi di nessuno, e si lasciavano andare a criticare l'egoismo dei mariti, decisi a continuare a essere padroni delle loro donne. Stanche di essere madri di figli maschi e matrigne delle femmine, forse molte tra le donne turche davvero sarebbero state pronte al cambiamento. Ma non per emulare le aspirazioni delle femministe occidentali, soprattutto tenendo conto dei cambiamenti sociali e culturali introdotti dalla rivoluzione industriale.

Di fronte alla nascita di una mentalità aggressiva che aveva creato situazioni di disagio per le donne socialmente più deboli, forse alcune tradizioni proprie di una cultura arcaica, capaci di proteggere madri e figli, non parevano del tutto condannabili. Ovviamente Jelena non cedette al peče, né ad altro, ma portò a casa, come ogni viaggiatrice che si rispetti, parecchi elementi su cui riflettere e con cui confrontarsi. —

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