Matteo Lancini «Adolescenti fragili e mamme virtuali non s’incontrano»

Lo psicoterapeuta invitato dall’Associazione Alt a Trieste spiega ai genitori come accompagnare il passaggio all’età adulta



C’era una volta l’adolescente ribelle, il figlio eventualmente da correggere per i suoi atteggiamenti oppositivi, che ingaggiava in famiglia vere e proprie battaglie tese a marcare la raggiunta maturità. Che non sia più così lo constatano in molti, il perché ce lo spiega Matteo Lancini, psicoterapeuta e presidente della Fondazione Minotauro di Milano, ospite domani alle 17 nell’aula magna del liceo scientifico Galilei di Trieste. Un incontro organizzato dall’Associazione Alt per la prevenzione e il contrasto alle dipendenze, a conclusione del ciclo di incontri “Dialoghi 2018” sull’educazione emotiva volta a instaurare un’efficace comunicazione genitori-figli.


A questo scopo “Abbiamo bisogno di genitori autorevoli. Aiutare gli adolescenti a diventare adulti” è il titolo della conferenza che enuncia il problema affrontato dal relatore. «E la questione principale consiste da parte dei genitori di sviluppare la capacità di ascolto di cui il giovane ha bisogno».

Dottor Lancini, quali sono le caratteristiche dell’adolescente di oggi?

«Mentre l’infanzia si è adultizzata, l’adolescenza si è bambinizzata. Si è passati dalla famiglia normativa, quella che ti imponeva di obbedire a una serie di regole e tradizioni, a quella dove il fine ultimo è il mantenimento della relazione affettiva».

In tal caso dov’è il problema?

«Nella mente dei genitori, il figlio ideale studia, fa tante attività collaterali, ha tanti amici. A quel punto ci si aspetta che metta da parte smartphone e realtà virtuali e soddisfi l’investimento narcisistico degli adulti. Invece spesso lo delude. Nei casi più gravi si verifica il caso di ritiro sociale: non escono, non studiano, non fanno nulla. Il sentimento di inadeguatezza per i maschi è l’equivalente dell’anoressia per le femmine».

Intende dire che li carichiamo di aspettative che non sono in grado di assolvere?

«Certamente. Fin dall’infanzia sono dotati di cellulare - peraltro, dati Istat alla mano - regalato dalla famiglia. Oggi la distanza corporea è maggiore, ma la supplisce la vicinanza mentale. Trionfa la madre virtuale, assente fisicamente ma pervasiva grazie ai dispositivi elettronici. Dispone e governa la crescita dei figli, costruisce relazioni attraverso WhatsApp; stabilisce il loro piano accademico per l’anno in corso. Infine, varcata la soglia della fanciullezza, a questi ultimi viene chiesto di spegnere quello stesso telefonino che ha fatto parte di tutto il loro sistema di crescita».

Come si fa a misurare la dipendenza da internet?

«La questione non si risolve certo contingentando il tempo. Semmai i giovani vanno predisposti a cercare in internet forme più individuali e creative. Oggi i problemi insorgono a causa della fragilità narcisistica. Tutto il mondo si riflette in internet. Il cortile in cui una volta ci si azzuffava è diventato virtuale ma non provoca minor sofferenza. Attenzione: vita virtuale e vita reale si intrecciano, non sono disgiunte. Si pensi agli influencer. Ma anche banalmente agli acquisti attraverso negozi on line: scegliamo, comperiamo e ci viene recapitato tutto a casa, magari attraverso un drone. Si tratta di uno sconvolgimento epocale; invece di subirlo, va compreso e cavalcato come un’occasione».

In tutto questo pare esserci un grande assente: il padre.

«Se la madre è la grande burattinaia, per l’altro verso si verifica la crisi dell’autorità paterna. Oggi essere padre significa essere affettivo, giocare, spingere il passeggino… Quando i figli entrano nell’età dell’adolescenza le cose si complicano. Finita l’era del padre come canale veicolatore di valori e principi, che magari infliggeva quote di dolore mentale e distanza relazionale, il suo ruolo è incerto. Ormai gli adolescenti diventano adulti per delusione, non per opposizione alla figura paterna».

Cosa significa essere un adolescente a rischio?

«Significa non saper vedere il proprio futuro. Cercherà di anestetizzarsi contro la sofferenza dopo aver cercato aiuto nella rete. Nei casi estremi considererà: meglio morto ma popolare che vivo ma trasparente. Il conflitto generazionale è ai minimi termini; con noi adulti gli adolescenti cercano la relazione, è una congiuntura favorevole. Bisogna fornirli di allenatori che contrastino l’individualismo prima che si arrabbino sul serio». —





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