Marta Cuscunà e i corvi metallici l’animatronica in palcoscenico

“Il canto della caduta” debutta domani al Palamostre di Udine per Contatto Tecnologia contemporanea per raccontare la leggenda del popolo di Fanes



La favola del popolo di Fanes appartiene al mito, un tempo più antico del tempo. Ma i corvi, con cui Marta Cuscunà la racconta, sono invece creature 'animatroniche', figlie di una tecnologia contemporanea, utilizzata soprattutto per gli effetti speciali al cinema. Dopo un periodo di ricerche e prove che ha impegnato la performer e il suo team per un anno e mezzo, il nuovo spettacolo - "Il canto della caduta" - debutta domani al Palamostre di Udine (ore 21) e si replica venerdì. Il lavoro di Cuscunà (e assieme lei, di Paola Villani e Marco Rogante) aprirà il cartellone di Teatro Contatto: la stagione del Css, ente stabile di innovazione del Fvg, che con l'italiana Centrale Fies e il teatro Municipal Sao Luiz di Lisbona sono i principali co-produttori di "Il canto della caduta". La scenografia e i suoi complessi sistemi di animazione sono già pronti in teatro: un astratto e luminoso profilo di montagne su cui dominano le silhouette di quattro corvi. Animali predatori, scuri, metallici, minacciosi.


"Creature meccaniche" li definisce Cuscunà, che sembra averli allevati come cuccioli, nel laboratorio dove Paola Villani, con mente da ingegnere e componentistica industriale, ha elaborato il sistema di cavi, leve, snodi e joystick grazie ai quali le bestie parlano e si muovono. Ma quei corvi sono anche il tramite che fa riemergere dalla terra delle nostre Dolomiti l'antica favola: quella del popolo di Fanes. Un mito che racconta di una civiltà remotissima, gente che non sapeva che farsene delle guerre perché non riteneva che fossero il motore inevitabile della Storia.

Oltre ad animatronica, nella genesi di questo spettacolo c'è un'altra parola difficile: archeomitologia.

«L'archeomitologia - spiega Cuscunà - è una disciplina che per interpretare il passato non si affida soltanto ai reperti archeologici, ma poggia su una larga serie di informazioni che vengono dal folclore, dall'etnologia, dai miti. Quello di Fanes, per esempio. Ecco da dove sono partita, in particolare dai libri di due studiose, Riane Eisler e Marija Gimbutas, per affrontare il cuore narrativo dello spettacolo».

E l'animatronica?

«Paola Villani, che ha ideato e costruito i pupazzi, si ispira volentieri alle tecniche per effetti speciali nel cinema fantasy. I lunghi cavi che muovono queste figure scorrono in guaine e arrivano fino alle mie mani: con un solo joystick manovro fino a sette meccanismi».

Sembra il compito di pazienti e precisi artigiani.

«Lo è. Tutto l'impianto resta meccanico. Così la forza e l'impegno del mio corpo, che muove la scena e le dà voce, resta visibile allo spettatore. A volte ci siamo chiesti se puntare invece sulla robotica, sull'elettronica, lasciare che queste figure avessero quasi vita propria, fosse un modo per creare maggior empatia nello spettatore».

L'empatia conta?

«Nello spettacolo precedente, "Sorry Boys", credo di aver dimostrato che la parità, la cosiddetta questione femminile, non riguarda solo le donne, ma anche gli uomini. Il mondo in cui le società strutturano il rapporto uomo-donna, indispensabile per la specie, influenza potentemente anche i rapporti con gli altri popoli, i rapporti con l'ambiente e le risorse della natura».

Riemerge la leggenda del pacifico popolo di Fanes.

«Che ci porta a pensare che la civiltà umana non sia figlia di un modello unico, quello delle guerre di conquista, tramandato dai manuali di storia. C'è stato forse un tempo in cui un modello pacifico (nato in territori più fertili) coesisteva con il modello della dominazione (sviluppato in territori più aridi, per la sopravvivenza). Magari vuol dire dire che l'aggressività non fa obbligatoriamente parte della natura umana, ed è stata invece una scelta. Purtroppo vincente. Anche oggi. Lo racconto in "Il canto della caduta"». —



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