Destini intrecciati di quattro donne nel segno de “La ragazza di Chagall”

Ogni finale apparentemente lieto ha un costo, di solito elevatissimo. Ne “La ragazza di Chagall” (Forum, pagg. 263, 17,50 euro) a intrecciarsi nel volo della storia, compresa quella con l’iniziale...



Ogni finale apparentemente lieto ha un costo, di solito elevatissimo. Ne “La ragazza di Chagall” (Forum, pagg. 263, 17,50 euro) a intrecciarsi nel volo della storia, compresa quella con l’iniziale maiuscola, sono i destini delle protagoniste, con il loro groviglio di odi e passioni, che l’autrice , Antonella Sbuelz, convoglia in un’opera corale.


Nel sottofondo rimbombano marcette, si acclamano il Duce e l’Impero, il cognac si ribattezza arzente; vicini astiosi denunciano presunte simpatie filoslave, perché inevitabilmente l’odio cieco è il punto d’approdo della meschinità in cui è sprofondata l’Italia fascista. E infatti Mussolini a Trieste annuncia le leggi razziali, mentre nell’Appennino tosco-emiliano una fanciulla inerme subisce violenza dal patrigno con conseguenze che chiuderanno il cerchio della narrazione.

Isa, Tina, Amalia, Luisa, ciascuna per conto proprio dà voce ai piccoli drammi personali che si conficcano come spilli nella già dolorante carne di eventi epocali. Ma è forse un evento da poco essere strappati dal proprio mondo, anche se arcigno e nefasto?

Dal molo di Trieste salpa la Saturnia, destinazione Argentina con a bordo Amalia, che il padre vuole mettere in salvo, crudelmente separata dalla madre Luisa, mandata al confino dal regime. Uomini malvagi, uomini vigliacchi, uomini inetti, uomini confusi, uomini “combattenti di terra” - talvolta dalla parte giusta, come l’esiliato Renato e il cameo di Sandro Pertini, definito “un tizio piccolo e tosto”- “e di mare”. Come il giovane Folco che prima trova l’oblio tra le braccia di una maliarda e poi viene riscattato dal suo personale “titanic” dall’amore vero.

Quello che gli consentirà di sopravvivere a Dachau. Forse grazie al nume protettore della “ragazza di Chagall”, rappresentata come sospesa in tanti quadri del pittore russo di origine ebraica, la triestina Lea; la mite e combattiva nonna di Amalia, che invece di celare le proprie origini, ne riscopre lingua, riti, sapori, le “minuscole vertigini olfattive”, assecondata dall’affettuoso marito, serenamente consapevoli del prezzo da pagare. Una coppia ad acquarello che si staglia invece di annegare nei colori senza sfumature altrimenti usati dall’autrice.

Un assassinio per vendetta, caduto Mussolini, aveva aperto il romanzo che pur ben congegnato, con l’attacco noir e un doppio finale a sorpresa, risente di un linguaggio poco sorvegliato. La Sbuelz ricorre a locuzioni anacronistiche, talvolta intemperanti e a termini sboccati ignoti a ragazzine degli anni ’30, anche se molto maleducate: non le avrebbero sapute “decodificare”, per esemplificare uno dei termini incongrui usati. Incerta se abbandonarsi a voli lirici o se rispolverare i canoni del neorealismo, “La ragazza di Chagall” resta fluttuante tra i due. Confermando che ogni finale apparentemente lieto di solito ha un costo elevatissimo. —

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