Lorenzo Flabbi a Triestebookfest «Il traduttore non è mai invisibile»

Oggi all’Auditorium del Museo Revoltella l’incontro con il critico che ha lavorato sulle opere di Annie Ernaux



Calarsi nella parte come fa un attore e tradurre a naso alzato. Si legge l’originale, si leva la faccia a scrutare il cielo e si ripiomba a capofitto nel mondo della propria lingua. «Ricreare un testo significa instaurare una relazione mimetica con l’autore» spiega Lorenzo Flabbi, in città per il Triestebookfest nella doppia veste di traduttore e editore, «e se sei un lettore di livello, è estremamente gratificante essere posseduti dalla grandezza». Critico letterario, editore, Flabbi ha insegnato letterature comparate nelle università di Parigi III e Limoges, dedicandosi in particolare agli aspetti teorici della traduzione. Di suo ha tradotto, tra gli altri, Apollinaire, Rushdie, Valéry, Rimbaud, Stendhal e Annie Ernaux, la scrittrice francese nota fra gli altri per il romanzo “Gli anni” (Les années, 2008), vincitrice dei premi Marguerite Duras, François Mauriac e del Prix de la langue française. Oggi, alle 10, all’Auditorium del Museo Revoltella in via Diaz 27, per Triestebookfest Lorenzo Flabbi assieme a Manuela Raccanello parlerà propri su “Tradurre la vita: Annie Ernaux”.


Quali sono le qualità che non devono mancare a un bravo traduttore?

«Si tratta di dare consigli? Per me – risponde Flabbi – comincia da una caratteristica personale: la traduzione è sempre testimonianza di un’esperienza di lettura. La traduzione rivela ciò che siamo stati in grado di leggere come lettori partecipi. Poi, se non ti avvedi delle trappole, degli intertesti, delle citazioni velate, non ti porrai mai la questione di come tradurre. Ma è fondamentale la conoscenza della propria lingua. Ecco, bisogna essere il più versatili possibile nella lingua d’approdo, padroneggiare gli strumenti a disposizione».

Vigili ma malleabili, lavorando il testo con attenzione astuta…

«Certamente. Il traduttore non è invisibile e neutrale, è sempre un soggetto che fornisce la propria interpretazione. Quindi prima di tutto deve essere un lettore attento e profondo per rispettare le intenzioni dello scrittore restituendole inviolate quanto più si può. L’amore, anche quello per un libro, non è prevaricazione».

Ma quando si trova al cospetto di ambiguità o deve sciogliere nodi, lei cerca l’autore in persona?

«Mai. Sulla mia lapide, alla cui ombra spero di giacere il più tardi possibile, desidero sia inciso: non interpellò mai un suo autore. Se trovo una complicazione, anche che sia legata allo specifico della lingua di partenza, faccio in modo che la volontà trionfi. Per dire, non c’è nodo che non sia sciolga nelle cinquanta pagine successive, o in altre opere dello stesso autore, che è sempre bene leggere. Ma prendiamo banalmente come esempio il “you” inglese. Può significare tu, voi, lei. La scelta, e quindi la responsabilità, è messa nelle mani del traduttore».

Però qualche dilemma le sarà capitato.

«Sì, con Annie Ernaux. “Memorie di una ragazza” è un romanzo pieno di insidie. Si lavora per sottrazione su un testo peraltro già incredibilmente scabro. Ma non le ho mai chiesto nulla. Forse un atto di pigrizia; ma è anche vero che il traduttore spesso non vede l’ora di procurarsi una scusa credibile per avvicinarsi allo scrittore. Un modo forse per lambire la polvere di stelle… D’altra parte, se ai problemi non ci fosse che la soluzione della telefonata, come la metteremmo con i classici?

A proposito di classici, esiste la traduzione definitiva?

«È quella in grado di declinare l’originale in maniera soddisfacente. Ma esistono più traduzioni definitive, si deve tendere sempre alla perfezione consapevoli di non raggiungerla mai. Solo che mentre l’originale è compiuto ed è dato una volta per sempre, la traduzione invecchia e va recuperata alla comunità dei parlanti».

Infatti in Italia pare ci sia la rincorsa del tempo perduto riproponendo nuove traduzioni.

«La qualità si è molto elevata con un’accresciuta sensibilità al tema tra gli addetti ai lavori ma anche da parte del pubblico. Corsi professionalizzanti, conferenze, incontri, ma anche editori più avveduti, dedicano alla cura del testo una maggiore attenzione rispetto agli anni 50-60 del secolo scorso vissuti in una sorta di frenesia volta a sprovincializzare il Paese ».

Lei come si comporta?

«Bene, spero. Dopo aver concluso una traduzione la riprendo in mano dall’inizio. Più letture mi portano a operare ulteriori cambiamenti…Tra una settimana esce “Acque strette” di Julien Gracq, l’esatto opposto della Ernaux. Una scrittura tutta in accumulo arricchita da una sintassi superevoluta.È stata una grandissima sfida». —

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