Susanna Tamaro racconta: «Con la sindrome di Asperger ogni giorno scalo l’Everest»

«È un libro che mi è costato una fatica spaventosa, un tremendo dolore interiore». Susanna Tamaro credeva di non riuscire nemmeno a terminarlo, quel libro, perchè già ne conosceva la fine. Invece...



«È un libro che mi è costato una fatica spaventosa, un tremendo dolore interiore». Susanna Tamaro credeva di non riuscire nemmeno a terminarlo, quel libro, perchè già ne conosceva la fine. Invece questa sera sarà sul palco del Teatro Verdi di Pordenone a leggere qualche brano da “Il tuo sguardo illumina il mondo”, che uscirà domani con l’editore Solferino (pagg. 208, euro 16,50, in edicola 14). È il racconto, intimo e affettuoso, della sua grande amicizia con Pierluigi Cappello, scomparso un anno fa. La storia del dialogo di due anime inquiete racchiuse in due corpi imperfetti, giunto fino agli ultimi giorni del poeta. Ma anche la confessione, che la scrittrice triestina fa per la prima volta, della sua malattia, a lungo misteriosa, di una sofferenza cominciata da piccolissima, della solitudine, della fame di affetto in una famiglia disfunzionale, di quella faticosa conquista quotidiana che è accettare la propria diversità e fragilità. Un corpo a corpo quotidiano, come con la scrittura.


«È un libro che avevo promesso a Pierluigi - dice Tamaro - ma ero convinta che ci avrei messo anni a elaborare il lutto, la memoria, la nostra amicizia. Incredibilmente, ho cominciato a scrivere a fine dicembre, tre mesi dopo la sua morte. Ogni mattina andavo allo studio e dicevo “no, questo è l’ultimo giorno, non ce la faccio ad andare avanti”. Credevo di impiegarci un paio di anni, ma è maturato molto prima di quanto pensassi».

Volevate scrivere insieme un libro voi due. Quale?

«Probabilmente tanti. Alcuni divertenti, per esempio “Il volo degli aeroplani e il volo degli insetti”, essendo gli aerei la passione di Pierluigi e gli insetti la mia. Ma anche libri più seri, perchè entrambi guardavamo il mondo contemporaneo con una certa apprensione e volevamo parlarne, scrivere di come sta andando tra le persone, del degrado interiore, della mancanza di anima, del vuoto di interiorità che c’è».

Che cosa vi univa?

«Sicuramente la capacità di vivere il rapporto con la parola come un combattimento in qualche modo estremo, unita a uno sguardo capace di una purezza di cuore assoluta. Gli anni della sua amicizia sono stati gli anni della mia libertà. Con lui potevo essere come sono, e lui lo stesso con me, cioè potevamo vivere il nostro spirito da bambini, nel senso più alto che esiste del termine. Bambino come purezza di cuore, libertà interiore, leggerezza».

Caro Pierluigi, comincia così. Ma è una lettera anche a se stessa. In cui, per la prima volta, Susanna Tamaro confessa la sua malattia, la sindrome di Asperger. È così?

«Sì, è la prima volta, per una serie di ragioni. Pierluigi aveva l’incubo di essere considerato “un poeta paraplegico”. Allo stesso modo, io ho l’incubo di essere una “scrittrice Asperger”. No. Io sono una scrittrice, Pierluigi era un poeta, e abbiamo avuto questi limiti nella nostra vita. E un po’ perchè, purtroppo, la diagnosi è arrivata molto tardi, pur avendo io sofferto di grossi problemi fin dall’asilo. Questo ha reso la mia vita molto, molto faticosa. Ho lottato con un nemico invisibile, dai tanti volti, che mi ha sottratto un numero enorme di energie».

Oggi ha imparato a convivere con la sua “sedia a rotelle interiore”?

«Ho imparato a essere molto meno fiduciosa, ma soprattutto ad accettare certe cose senza colpevolizzarmi e ad avere una vita più consona alla mia condizione, dunque a non sforzarmi di far sempre le cose per essere “normale”, se esiste una normalità, ma rispettando la mia diversità».

L’Asperger. E la sua famiglia con Roberta, una famiglia fuori dal comune. Si è sentita spinta a questo chiarimento, costretta a farlo?

«Sono una persona che non sa dire che la verità, con la sindrome di Asperger non posso fare altro. La verità è sempre stata questa: vivo da trent’anni con un’amica. E questo, per trent’anni, siccome viviamo in tempi fortemente sessuofobici, ha scatenato l’ossessione che io sono una persona che non ha coraggio di ammettere la realtà. Non è vero niente. Ho avuto una vita sentimentale anche molto ricca, una vita sentimentale eterosessuale, che tra l’altro è poco di moda, molto poco... Ho sempre avuto un’amica del cuore, alle elementari era l’amica Daniela di Trieste, e poi per tutto il corso della vita ce ne sono state altre, che ho tuttora, e che mi hanno sostenuto. Perchè io ho bisogno di una persona che mi aiuti a decifrare la realtà. E questi non possono essere i fidanzati, naturalmente, perchè sono poco inclini a occuparsi dei problemi delle compagne. Ho sempre avuto bisogno di questo sostegno».

Una storia lunghissima...

«Trent’anni fa Roberta cercava qualcuno per condividere la casa in campagna in cui abitava. Abbiamo cominciato a vivere insieme per motivi pratici e da lì, siccome siamo caratteri piuttosto compatibili, abbiamo continuato a farlo. E non viviamo sole. Abbiamo allevato bambini, la nostra è una piccola comunità. Il segreto della longevità della nostra convivenza è anche che non viviamo sole, noi due, ma all’interno di un mondo di rapporti molto ricco. Ed è, io credo, una forma alternativa di vivere la propria vita affettiva, che non è quella ufficiale, ma non è neanche la coppia sentimentale, gay. È un modo di vivere nella fraternità, nell’affettività, in modo molto sereno e molto libero, fuori da tutti gli schemi e fuori da tutte le definizioni».

«Cos’è la poesia se non il riconoscere la nostalgia dell’eterno che abita da sempre nei nostri cuori»: una frase del libro. Cos’è l’eterno?

«L’eterno, come l’anima, è una parola scomparsa dal vocabolario, neanche i preti ne parlano mai. Ma noi siamo tutti racchiusi nell’eterno. Da dove veniamo quando nasciamo? Dove andiamo quando moriamo? C’è uno spazio tempo infinito che io chiamo eterno e che è il luogo in cui si genera tutta la vita. Noi siamo tanto nevrotici adesso, tanto malati perchè ci siamo dimenticati del respiro dell’eterno. Pensiamo che la vita si svolga tutta qui, in questo breve tempo, abbiamo questo zaino pesantissimo sulle spalle, dobbiamo risolvere tutto, salvare il mondo, ma non pensiamo che c’è una dilatazione immensa del tempo spazio in cui la nostra vita in qualche modo si diluisce».

Lei dice di aver dovuto scalare tanti Everest nella sua vita. Quando oggi salirà sul palco per ricordare un amico così intimo...

«Sarà un Everest super. Tant’è che io all’inizio non lo volevo fare, ho detto di sì alla fine per Pierluigi, appunto perchè sarà un Everest di quelli con le bombole di ossigeno».

E quali parole sceglierà?

«Leggerò soltanto alcuni pezzi del libro, perchè non potrei fare diversamente, non potrei parlare, mi verrebbero parole retoriche e poi ho la tendenza molto infantile a commuovermi, dunque meglio che legga quello che ho scritto su di noi».

Pierluigi le ha lasciato un’altra storia?

«No, nessuno spunto, o al momento non me ne rendo conto. Questo è il mio venticinquesimo libro. Adesso mi prenderò un periodo di vacanza. Sto preparando un film con una giovane regista che si chiama Katia Bernardi, dal mio libro “Luisito”. Mi dedicherò a cose molto allegre, a libri per bambini, molto leggeri. Sono una grande scrittrice per bambini, ho tanti lettori. Forse è un lato di me poco conosciuto, ma ho una grande leggerezza, una grande fantasia e adesso che mi sono liberata di quest’ultimo peso voglio dedicarmi proprio alla fantasia».

Dove girerà?

«Alla fine abbiamo deciso di girare a Trieste. La sceneggiatura, con l’amica Roberta, ci è venuta bene, speriamo di fare una bella cosa. Mi dà anche tanta gioia lavorare con una persona più giovane, aiutarla a entrare nell’ambiente. È bello occuparsi degli altri, aprirsi agli altri. Cominceremo l’estate prossima».

Come racconterebbe Pierluigi Cappello a un bambino?

«Un cuore innocente, un’anima nobile, una persona che non aveva opacità dentro di sè. Come gli eroi delle fiabe, quelli che vincono i draghi».—



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