Davide Orecchio: «Ecco Lenin come non l’avete mai visto»

Nei racconti di “Mio padre la rivoluzione” (minimum fax) la controstoria si fa poesia



Il libro “Mio padre la rivoluzione”’(minimum fax, 313 pagg. 313, Euro 18, 00) è una raccolta di racconti, ritratti, biografie impossibili e reportage di viaggio attorno alla storia e al mito della Rivoluzione russa. Davide Orecchio, che ha una formazione da storico,lavora sulla storia con gli strumenti della letteratura, ne racconta versioni altre e ne esplora possibilità non accadute.


La controstoria è una chiave offerta al presente per scardinare il passato, per fare i conti coi mostri politici e le speranze tradite del Novecento, ed è anche una guida per immaginare i futuri possibili.

Lei ha espresso un auspicio, che questo libro venga letto a voce alta. Nella sua immaginazione dove sogna di situare questa lettura?

«Non ci ho mai pensato, al di là di pensieri banali di una sala di presentazione. Riflettendoci adesso direi forse anche in una semplice stanza piena di libri, in cui si legge per una persona o per pochi amici. Un luogo raccolto, anche perché questo è un libro che mentre lo scrivevo pensavo potesse interessare a pochi».

Invece ha avuto molti elogi ed è in finale al Campiello. È rimasto sorpreso dal successo?

«Se parliamo di un successo di critica, sì, sono stato sorpreso dalle sue dimensioni, però devo dire che la critica ha sempre manifestato interesse per i miei libri. Di un successo di pubblico invece non si può parlare, ma so che un libro scritto in questo modo non può aspirare a essere un bestseller».

Parliamo appunto dello stile in cui è scritto, dove ogni parola ha un peso, uno stile molto evocativo, che ricorda la lirica.

«Non c’è alcuna ambizione poetica, però senz’altro nella mia lingua c’è una propensione a una metrica, a una musicalità. Sicuramente ci sono influenze poetiche perché frequentando Nazione Indiana, un blog letterario dove la parte poetica è molto sviluppata, ho avvertito la contaminazione».

Quali sono i suoi modelli letterari?

«Mi sono smarcato da alcuni grandi scrittori che modificavano il mio modo di scrivere. È chiaro però che tra gli scrittori verso cui riconosco un debito ci sono quelli che hanno una lingua eclatante, come Bernhard e Faulkner».

Come mai questo interesse per la rivoluzione russa?

«Mi attraggono le rivoluzioni, i momenti in cui accade un’esplosione. Nell’anno del centenario mi sembrava interessante provare ad avere un approccio alla rivoluzione russa che cercasse di raccontare come è cambiato il nostro modo di considerarla. È un evento che nel corso di un secolo ha subito un completo capovolgimento nella sua percezione: da archetipo positivo è diventata l’inizio della dittatura e del tradimento della rivoluzione».

Non ritiene che questo falsificare la storia potrebbe dare l’idea che ognuno la può costruire a modo suo?

«È un rischio che ho voluto correre. Per uno scrittore quello dell’ucronia è uno dei modi più affascinanti per occuparsi di storia. Quindi ho presente il rischio che ho voluto correre, ma ho cercato di puntellare questo pericolo tenendo ben ancorata la mongolfiera della falsificazione agganciandola al documento, alla citazione, alla fonte. E sia nel capitolo centrale del libro, che è interamente veritiero, sia nelle note finali, concludo il gioco controfattuale, espongo le fonti e dico come sono andate veramente le cose».

Dalle note che chiudono i capitoli e in cui si svela il gioco della contraffazione, sembra quasi di avere in mano un manuale di storia.

«Quella della nota è una pedanteria, ma era indispensabile restituire la verità della citazione. Il mio non è un libro di storia, ma un libro sulla coscienza storica, e può essere inteso come un sintomo di come tutti noi ricostruiamo e falsifichiamo la memoria del passato attraverso i nostri meccanismi psicologici. Ricordare solo alcune cose, dimenticarne altre, anche questo fa parte dei temi del libro».

Nel capitolo centrale ci sono molte citazioni, una di queste dice che il giudizio dello storico rispecchia il presente. È un’apertura al revisionismo?

«Non sono un avversario del revisionismo, è l’anima della storiografia. Il mutamento dell’interpretazione della rivoluzione russa e del comunismo che è avvenuto nel corso di questi cento anni rappresenta un caso esemplare. Questi racconti possono rappresentare il sintomo di come una collettività o un singolo individuo possano vivere la storia, anche falsificandola». —



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