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I quattro stregoni del ’900

Wolfram Eilenberg indaga pensiero e vita di Wittgenstein, Cassirer, Heidegger, Benjamin

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Se è vero che ogni secolo racchiude al proprio interno momenti che rispecchiano i contrasti decisivi di un’epoca, il Novecento ebbe un suo momento a Davos, nel marzo del 1929. È qui che i maggiori filosofi dell’epoca si riuniscono per partecipare ai leggendari “Seminari”, la questione che orienta il convegno è la domanda kantiana “Che cos’è l’uomo?”. Una domanda esplosiva in tempi carichi di tensione. Ci sono già stati gli orrori della guerra mondiale, Freud, Nietzsche e Einstein. Il sistema epistemologico kantiano è crollato e il salto a cui ci si prepara è vertiginoso: se non è più possibile credere nella trasparenza della coscienza a se stessa, come si deve vivere?

Wolfram Eilenberger segue la traccia di questa domanda e costruisce il quadro perturbante di quella che fu l’ultima scintilla creativa della filosofia, quando la rivoluzione del pensiero anticipò (stregonescamente) i rivolgimenti politici e sociali che da lì a pochi mesi avrebbero investito il mondo intero. L’oscillazione tra la traduzione italiana del titolo – “Il tempo degli stregoni” (Feltrinelli, pagg. 401, euro 25,00) – e l’originale tedesco, “Zeit der Zauberer”, dice molto della posta in gioco in questo libro. L’originale contiene la radice “Zauber”, magia, in un duplice rimando alla “Montagna magica” e al ruolo che Davos ebbe negli anni fatali della Repubblica di Weimar. In italiano si è optato per un sostantivo che non suona neutro: “L’apprendista stregone” è infatti il titolo dell’intervento con cui George Bataille, nel 1937, dà vita al Collegio di sociologia, i cui lavori vennero spesso accusati di ambiguità nei confronti delle ideologie fasciste e naziste. È una spinta audace questa della traduzione italiana, che però sembra cogliere con orecchio affinato qualcosa di decisivo nelle pagine di Eilenberger.

Chi sono gli stregoni di cui si parla? Ludwig Wittgenstein, che nel 1929 arriva a Cambridge, pantaloni corti di flanella e scarponi da escursionista, all’incontro annuale dell’associazione dei filosofi. Ha quarant’anni e lo attornia un’aura eccentrica e leggendaria: ha rinunciato all’enorme eredità per ritirarsi a fare il maestro elementare mentre il suo “Tractatus” da quasi un decennio anima i dibattiti intellettuali. Ernst Cassirer, l’accademico dalla vocazione all’equilibrio, che fa della biblioteca Warburg il suo Eldorado. Martin Heidegger, l’erede eretico di Husserl, il carismatico nato che incanta platee di studenti con il suo stile antiaccademico. E naturalmente Walter Benjamin, l’outsider cronico, il vulcano dei grandi progetti falliti, sempre sul lastrico e con una predilezione per i ristoranti costosi, le case da gioco e di piacere, l’uomo-Weimar.

Nel “Tempo degli stregoni” il tempo va avanti e indietro attorno alla fatale data del marzo 1929. Cosa c’è stato prima? Prendiamo il 1925: esce il “Mein Kampf”, Stalin si impadronisce definitivamente del potere, il giovane generale spagnolo Francisco Franco invade il Marocco, viene fondato il Partito Nazionalsocialista, viene pubblicato “Il processo” di Kafka. Se avessero chiesto a Wittgenstein in cosa consisteva lo stato rovinoso della cultura tedesca di quel momento avrebbe detto: nel culto politico del capo, nell’instupidimento delle masse indotto dai media, nella fede socialdemocratica nel progresso. Siamo all’inizio di un secolo. Lo scorso. Da qui le cose non faranno che peggiorare.

Cosa ci sarà dopo? La catastrofe.

Le biografie dei quattro filosofi – così intrecciate alla loro opera da trasformare le stesse personalità in oggetto di culto –, diventano allora la chiave di lettura più efficace per quello che accadde negli anni di Weimar. La definizione di stregoni sembra adattarsi con efficacia ai protagonisti della scena. A Wittgenstein che esorta enigmaticamente il lettore a passare attraverso le proposizioni del “Tractatus” per riconoscerle come insensate e solo così superarle, gettando via la scala dopo che ci si è saliti (con una metafora che lo farà a lungo litigare con l’amico Russel). Ancor meglio si adatta a Heidegger e Benjamin. Entrambi aspirano a una svolta rivoluzionaria, pur di evadere dalla strada a senso unico della modernità: Heidegger ripone la sua fiducia nell’esperienza originaria e liberatoria dell’angoscia, Benjamin nell’ebrezza dei paradisi artificiali. Tutti e tre pensano che la rivoluzione del pensiero passi anche attraverso la rivoluzione della scrittura.

Ma il democratico Cassirer? Lui non ha niente di stregonesco, ma per questo libro è essenziale. Perché è lui che a Davos si scontra con Heidegger in una disputa filosofica che è immediatamente politica. Il fascino del libro di Eilenberg trova qui la sua visione più forte, nella capacità di leggere con lente precisissima un momento della storia del pensiero che non si ripeterà più e di trasformarlo, attraverso una scrittura heideggerianamente accattivante, nell’emblema di un decennio decisivo per il mondo occidentale, per l’evoluzione dell’umanità moderna. Per quello che siamo oggi, in questi tempi di luce declinante.

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