Trieste, Franca Leosini star a "Link"

Franca Leosini

L’ideatrice e conduttrice di “Storie maledette”, icona della televisione noir, sarà tra gli ospiti del festival

TRIESTE È tra le ospiti più attese, Franca Leosini, signora del noir, ideatrice, autrice e conduttrice della trasmissione culto “Storie Maledette”, nuovamente in onda, dal mese di marzo, in prima serata su Rai3. Nella sua lunga carriera “in giallo” Leosini ha acceso i riflettori su molti dei più efferati casi di cronaca nera italiana. Oggi è un’autentica star del video e del web, icona di uno stile unico che unisce garbo cortese con spietato rigore, sottile arguzia con pungente ironia. Per lei i social media impazziscono, seguita e adorata da un festoso esercito di “Leosiners” che ne commentano, in diretta, le interviste sempre graffianti, mai fuori luogo.



Franca Leosini, quando è cominciato il suo interesse per la cronaca nera?

«Quando lavoravo alla terza pagina de Il Tempo. Fui mandata come inviato dall’allora direttore Gianni Letta, per seguire e raccontare una vicenda delittuosa che si era verificata nell’alta società napoletana, nota come “Il giallo di Posillipo”. Non mi occupavo di cronaca, andai come “osservatore”. In seguito fui chiamata dalla Rai per predisporre sullo stesso delitto l’inchiesta per “Telefono Giallo”. Quella di Corrado Augias fu la prima trasmissione televisiva a occuparsi di noir. Augias però non scriveva le inchieste, se ne occupavano altri giornalisti. Io ero quasi agli esordi, ma la trasmissione ebbe un tale riscontro che il direttore della rete, Angelo Guglielmi, mi chiese di restare. Durante quell’esperienza mi resi conto di una cosa: mi interessava l’intelligenza dell’indagine, ma ancora di più la psicologia di coloro che, giustamente o ingiustamente, erano accusati di essere i responsabili dei delitti. Da questo è nata l’idea per “Storie Maledette”».

La sua intervista più sconvolgente?

«Se ne scegliessi una, farei torto a tutte. A ognuna dedico lo stesso impegno e interesse. Certo, forse qualcuna è rimasta con un segno più forte nella memoria: Marco Mariolini “il collezionista di anoressiche”, o Armando Lovaglio, l’assassino del nano di Termini, dalle cui storie Matteo Garrone ha tratto i suoi film “Primo amore” e “L’imbalsamatore”. Mary Patrizio, che uccise il suo bambino di 5 mesi in preda a una depressione post-partum. A telecamere spente sono scoppiata a piangere. E naturalmente il delitto Pasolini, di cui ho fatto riaprire l’inchiesta».

C’è una storia maledetta che le piacerebbe o le sarebbe piaciuto raccontare?

«Ci sono una serie di processi in corso che destano la mia attenzione. Magari in futuro…».

Ha nominato Garrone, a breve uscirà il suo nuovo film “Dogman”, ispirato al “Canaro della Magliana”. Ha mai pensato di affrontare quella storia?

«Ho tentato di intervistare il Canaro quando era in carcere, ma lui non mi volle incontrare. Al suo avvocato disse: “Sono talmente pazzo di lei, che se la incontrassi le direi di sì”. Era reticente per via della figlia. Andava ancora a scuola, era prossima agli esami e lui, giustamente, voleva proteggerla. Avevo garantito che non avrei mai fatto il nome della ragazza, ma non se ne fece niente. Però aspetto il film di Matteo con grande interesse. Ammiro molto il suo lavoro».

Esiste un “metodo Leosini”?

«Esiste. E consiste nel lavorare molto. Almeno tre mesi per ogni storia. Il mio metodo prevede lo studio minuzioso degli atti del processo, dalla prima all’ultima carta. Ma non solo. Osservo l’ambiente in cui la storia si è consumata. Leggo a fondo la rassegna stampa, soprattutto quella dei quotidiani locali, che spesso suggeriscono i colori di una storia e forniscono dettagli preziosi. Scandaglio i primi interrogatori dei Carabinieri a tutte le persone che in qualche modo sfiorano la vicenda. Non solo le persone di famiglia, ma anche il contorno. Il macellaio dietro l’angolo. Perché di qualcuno puoi scoprire molto dalle sue deposizioni, ma anche da ciò che gli altri ne dicono».

Un lavoro lunghissimo...

«Con grande disperazione dei miei direttori, sì. Perché vorrebbero che ne scrivessi di più, ma sarebbe un’altra cosa. Se me lo passa, “Storie maledette” è un unicum, non esiste un’altra trasmissione come questa, non questa formula. Ci tengo a dire che io sono autore unico delle mie trasmissioni, scrivo tutto, non saprei neppure parlare con parole scritte da altri. E non c’è casa editrice che non mi abbia proposto di pubblicare con loro, ma io i libri li scrivo in tv. “Storie Maledette” ha una struttura narrativa. Ogni caso di cui mi occupo è un libro».

Certe sue espressioni, come gli “ardori lombari” di Ivano Russo nel caso Avetrana, sono entrate nel mito…

«La parola è importante. Ma io ritengo di utilizzare un linguaggio normale, almeno lo è per me. Mi diverte molto che le mie espressioni diventino “virali”. Io sono napoletana e nel mio dna c’è l’ironia. Certe immagini mi vengono spontanee».

Come ci si approccia a un condannato?

«Con rispetto. Sempre con rispetto, anche per i loro errori. Per questo accettano di aprirsi con me. La fatica del ricordo è molto pesante. Ma accettano di scendere con me nell’inferno del loro passato pur sapendo che ho il dovere, professionale, etico, deontologico, di ricordare, a dispetto di qualsiasi cosa mi dicano, ciò che emerge dagli atti del processo. E a volte la realtà processuale non coincide con la verità storica».

Crede nella giustizia?

«Assolutamente sì. Ho grande rispetto per i magistrati e per il loro lavoro. Ciò che talvolta mi colpisce è una certa dicotomia nella valutazione della pena a parità di gravità di un crimine».

Ha visto “Mindhunter”, la serie di David Fincher su Netflix, in cui due agenti dell’Fbi intervistano serial killer?

«No, non l’ho seguita di proposito. Perché non voglio farmi influenzare da un certo tipo di narrazione. Inevitabilmente, soprattutto quando sono ben realizzati e certamente sarà questo il caso, i racconti segnano. E nel segnare temo che possano condizionarmi nell’approccio che, come autore, sento di avere. Preferisco mantenere intatta la mia identità professionale».

©RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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