Addio Saletta, ultimo capitano delle Maldobrie

Gianfranco Saletta. È morto ieri a Gorizia dove risiedeva, all’età di 88 anni

È morto a Gorizia all’età di 88 anni l’attore e regista grande protagonista del teatro vernacolare con la Contrada

È morto martedì 27 febbraio all’ospedale di Gorizia, dov’era ricoverato, l’attore e regista Gianfranco Saletta. Aveva 88 anni, ed era malato da tempo, anche se aveva calcato fino all’ultimo le scene. I funerali si svolgeranno venerdì alle 11 nella chiesa del Sacro Cuore a Gorizia. Prima, la stessa mattina, verrà allestita la camera ardente all’Ospedale di Gorizia.


di Roberto Canziani

Era l’ultimo di una lunga dinastia di attori. Non legata da vincoli di sangue, come capita ai figli d’arte. Ma da una adesione nativa ai mestieri del palcoscenico. Era della stessa pasta di teatro in cui si erano modellate la voce acuta di Cecchelin, la cantilena ruvida di Lino Savorani, l’eleganza delle battute di Orazio Bobbio. La pasta che si esprimeva – e ancora si esprime – nelle forme del dialetto triestino. Il comico, il malinconico, il sagace e l’ironico.

Non era nato a Trieste, Gianfranco Saletta, e nemmeno qui viveva. Ma la città era stata per lui la bussola con la quale muoversi cercando la propria strada, tra le tante che il mondo del teatro e dello spettacolo offre a chi, sin da piccolo, ne senta l’attrazione. «Sono nato a Venezia in Campo San Bortolomio e, considerata la mia futura carriera teatrale, non dev’essere stato un caso. Proprio lì c’è la statua di Carlo Goldoni con il bastone in mano. A nemmeno venti metri dal monumento c’è la finestra della camera dove sono nato io, nel 1930, in casa, come si usava quella volta». Così Saletta raccontava se stesso nelle prime pagine di un libro, pubblicato la scorsa estate da Hammerle Editori, a cura di Julian Sgherla. Un volume in qualche modo presago. Un ritratto autobiografico che, chissà, cercava di disegnare per gli altri la propria vita. Proprio come aveva fatto Carlo Goldoni, scrivendo, alla fine della sua carriera, i “Mémoires” , le sue memorie, che ci danno l’immagine esatta che lui ci voleva lasciare.

Sior Todero Brontolon


Di Saletta, della sua figura imponente, della sua voce particolare, inconfondibile, moltissimi spettatori in questa regione hanno un vivido ricordo. Ma non era solo e semplicemente un apprezzato attore di prosa e nell’operetta. Si era impegnato in molte di quelle mansioni che fanno funzionare il teatro, anche se il pubblico non se ne accorge: l’amministratore di compagnia, l’organizzatore, il responsabile della contabilità. E poi abilità adiacenti: annunciatore radiofonico, conduttore televisivo. Non valeva per lui insomma, l’iconografia più risaputa dell’attore che va a dormire tardi, e tardissimo si sveglia il giorno dopo: «C’erano e ci sono colleghi che dormono fino alle quattordici – ricordava – poi prendono un cappuccino e vanno avanti fino a sera, per cenare».

I rusteghi

Lui invece alle cinque del mattino era già in piedi. Cinquant’anni di carriera e una varietà di mestieri con cui Saletta ha attraversato l’Italia intera. Non solo queste terre e i loro dialetti, ma anche Venezia, Bolzano, Genova, i loro Teatri Stabili. Posti dove collezionare gli insegnamenti e gli incontri che poi restano a segnare una vita: da Luca Ronconi a Gino Landi, da Giorgio Albertazzi a José Cura, e attrici come Volonghi o una giovanissima Melato. E insieme a loro, il lavoro sui copioni, dai quali ricavare piccole o grandi parti, e sui titoli, grazie ai quali alternare spettacolini e spettacoloni. «Ricordo che in un’edizione di “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello entravo solo nella prima scena. Ma poi lo spettacolo durava altre tre ore, io allora mi cambiavo, uscivo dal teatro, andavo in cena in trattoria, poi al cinema a vedermi un film e infine rientravo a teatro, dopo la mezzanotte, mi rimettevo l’abito di scena e mi univo assieme agli altri per ricevere gli applausi del pubblico».

Le Maldobrie


Dopo tutte quelle tournée che macinavano chilometri su chilometri, Saletta tornava a Gorizia, dove teneva famiglia e casa. Tornava a questo territorio dove più naturale risuona la propria voce, all’intercalare del dialetto che ora lo accomuna a chi era già scomparso – i suoi compagni d’avventura Mimmo Lo Vecchio, Giorgio Valletta, Lidia Kozlovic – e a chi ancora tiene in pugno la scena, Ariella Reggio e i colleghi cresciuti nella Contrada: Maria Grazia Plos, Giorgio Amodeo, Marzia Postogna, Adriano Giraldi. Con loro aveva dato vita ai tanti episodi e ai tanti capitani delle saghe giuliano-istro-venete-dalmate inventati dal duo Carpinteri&Faraguna: “Due paia di calze di seta di Vienna” , “Noi delle vecchie province” , “Sette sedie di paglia di Vienna” ...Quelle “Maldobrìe” da mettere insieme, ora, a storiche trasmissioni in radio, ” El campanon”, “Cari stornei” e alla fondazione del Gruppo Teatrale per il Dialetto. Un team di lavoro che, grazie soprattutto a lui, ha mantenuta viva la tradizione della commedia vernacolare, chissà se al tramonto, oggi. Oppure avviata a una nuova aurora.
 

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