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Delitti snob di Jessica Fellowes

In libreria il romanzo della nipote di Julian, celebre creatore di Downton Abbey

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Ha cominciato la propria carriera letteraria pubblicando libri tratti da una celebre serie tv, Downtown Abbey, e ora ha scritto un romanzo, “L'assassinio di Nightingale Shore. I delitti di Mitford” (traduzione di Maddalena Togliani, Neri Pozza Editore, pagg. 400, euro 18), dal quale verrà tratta una versione televisiva di cui sono già in corso le riprese. Parliamo di Jessica Fellowes - che è appena stata in Italia per un giro di presentazioni, tra le quali alla milanese Bookcity - 43 anni, giornalista e scrittrice, nipote di Julian Alexander Kitchener-Fellowes, membro della Camera dei Lord, nonché sceneggiatore di cinema e regista di serie tv di grande successo, come appunto Downtown Abbey (suo anche il film Gosford Park).

Il romanzo della Fellowes - che si preannuncia come il primo di un ciclo di sei, tanti quante sono le sorelle della famiglia al centro delle vicende narrate, o forse di sette, se uno dei volumi verrà dedicato a Tom, l'unico fratello maschio - è ambientato subito dopo la Prima guerra mondiale, quando Louisa Cannon sogna di sfuggire a una vita di povertà e, soprattutto, all’opprimente e pericoloso zio, che vorrebbe sanare i propri debiti "offrendo" la nipote a uomini di dubbia reputazione.

La salvezza di Louisa è un posto di lavoro presso la famiglia Mitford ad Asthall Manor, nella campagna dell’Oxfordshire, dove diventa istitutrice e confidente delle sei sorelle Mitford, specialmente della sedicenne Nancy, una ragazza intelligente e curiosa con un talento particolare per le storie. Quando un’infermiera, Florence Nightingale Shore, viene assassinata in pieno giorno su un treno in corsa, Louisa e Nancy si troveranno per caso coinvolte nelle indagini del giovane e timidissimo agente della polizia ferroviaria Guy Sullivan, ma anche nei progetti criminali di un assassino che farà di tutto per mantenere segreta la propria identità...

Signora Fellowes, che cosa l'affascina del periodo tra le due guerre, in cui è ambientato questo romanzo e, a quanto lei stessa ha annunciato, anche i prossimi?

«Gli anni Venti e gli anni Trenta del Novecento sono stati un'età di transizione, in cui la modernità avanzava: si pensi al ruolo sempre più importante delle donne sulla scena pubblica. Però, mentre sul piano politico si preparavano nuovi fenomeni come il fascismo e il nazismo, in Europa sopravvivevano ancora certe antiche tradizioni aristocratiche. Ho approfondito quest'epoca studiando la storia della mia famiglia e poi allargando la visuale al resto della società».

È vero che l'omicidio dell'infermiera è ispirato a un fatto di cronaca del 1919?

«Assolutamente sì. Tutti i dettagli che si trovano nel mio libro in relazione a questa vicenda sono tratti dai giornali e dai documenti del tempo, ad esempio gli interrogatori e i verbali di polizia. Ho scoperto che c'erano già allora tecniche investigative molto avanzate, come lo studio scientifico della scena del crimine o la rilevazione di tracce di sangue persino microscopiche. Anche questo, credo, serve a restituire il sapore di un'epoca».

Quali sono i suoi modelli letterari?

«Qualche critico ha parlato di Charles Dickens, soprattutto a proposito della vicenda di Louisa e della sua "persecuzione" da parte dello zio. Ovviamente è un paragone che mi lusinga molto, ma francamente non so quanto pertinente. Sono una lettrice onnivora, ho sempre letto molto anche per compensare un deficit uditivo che in alcuni momenti della mia vita mi ha portato a un certo isolamento. Sono di gusti piuttosto tradizionali. Uno dei miei autori preferiti è Evelyn Waugh: mi piace il modo in cui rappresenta la superficie delle cose, delle persone, dei comportamenti, per poi offrire, in realtà, una grande profondità di penetrazione psicologica. È quello che piacerebbe anche a me riuscire a fare nei miei libri».

Come continuerà questo ciclo narrativo?

«Il mio editore dice che devo prepararmi a scrivere un libro all'anno per i prossimi sei anni. Sarà un lavoro impegnativo, ma la fantasia e le storie non mi mancano».

Non ha mai pensato di ambientare almeno una parte di un suo prossimo romanzo in Italia?

«Non sarebbe affatto una cattiva idea! Sarebbe soprattutto la scusa buona per trascorrere sei mesi nel vostro splendido Paese».

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