Ute Lemper canta le canzoni dei lager

Sabato, al Rossetti, l’artista tedesca interpreta “Songs for Eternity”, brani pieni di vita, speranza, ironia

«È stato un momento incredibile essere a Berlino, agli inizi di novembre, ed eseguire questo repertorio per la prima volta in Germania nella sinagoga della vecchia Rykestrasse, una delle pochissime sinagoghe a cui i nazisti non diedero fuoco perché era circondata dalle case e non volevano incendiare il quartiere». Ute Lemper considera una missione il suo progetto musicale dedicato alle canzoni dei ghetti e dei campi di concentramento. Sabato la cantante e attrice tedesca porterà “Songs For Eternity” al Politeama Rossetti, alle 20.30, con Vana Gierig al pianoforte, Daniel Hoffman al violino, Gilad Harel al clarinetto, Romain Lecuyer al basso, Victor Villena al bandoneon.

Fu il pianista e compositore Francesco Lotoro, votato alla ricerca delle musiche scritte nei campi di sterminio, a invitare Ute Lemper a cantarle a Roma il 27 gennaio 2015, il giorno della liberazione di Auschwitz 70 anni fa. Un’altra fonte preziosa è stata l’amica israeliana Orly Beigel, figlia di un sopravvissuto all’Olocausto, che le ha donato la collezione di canzoni di Vevel Pasternak del 1948 e la raccolta di Ilse Weber, autrice di canzoni e poesie per bambini. Ai quali, nei campi di concentramento, chiedeva di respirare profondamente sotto le docce e di cantare a voce alta, perché inalare in questo modo il gas avrebbe reso l’agonia più breve.

“Songs For Eternity” racchiude canzoni che celebrano la vita, il matrimonio, e canzoni di ribellione, come un tango intenso, venato di sarcastica ironia sulla vita ad Auschwitz, ma ci sono anche canzoni di speranza, come “Shtiler, shtiler”, dello scrittore e poeta yiddish Shmerke Kaczerginsky di Vilna, le cui musiche furono composte dall’allora undicenne Aleksander Volkoviski, divenuto poi un grande pianista sotto il nome di Alexander Tamir.

«Tutte le canzoni hanno una storia incredibile, - dice Ute Lemper - ognuna mi tocca profondamente il cuore. E ognuna è importante per me, a cominciare dalle composizioni di Viktor Ullmann, internato a Terezín, ossia Theresienstadt, dove furono deportati molti artisti, scrittori, filosofi e soprattutto compositori, musicisti, spesso grandi professionisti. I nazisti sapevano molto bene che la cultura dominante all’epoca, in Germania, era principalmente ebraica. Perciò incoraggiare questi artisti a continuare a creare è stata una crudeltà freddamente calcolata, in un totale disprezzo per l’essere umano perché gran parte di loro non ritornarono vivi dai lager. Bisogna sempre rimanere nella consapevolezza che il terribile crimine dell’Olocausto fu eseguito in maniera burocratica e organizzata».

Sposata a un uomo ebreo, Ute Lemper vive da vent’anni a New York, dove era inevitabile assorbire la forte presenza della cultura ebraica. «Anche se io e mio marito non siamo religiosi, i nostri figli sono cresciuti in questa cultura. Io sono nata dopo la guerra, negli anni ’60, e ho sempre provato un immenso dolore per l’Olocausto. Porto con me il peso e la tristezza, fa parte della mia identità tedesca. Ed è una mia responsabilità, come tedesca, passare questo messaggio al nuovo millennio, alle nuove generazioni, perché la velocità della storia è così brutale che i giovani non si rendono conto della vicinanza dell’Olocausto, accaduto settant’anni fa, il tempo di una sola generazione. Migliaia di persone oggi fuggono da guerre religiose, dal terrore, aspettando condizioni di vita migliori perché non hanno il privilegio di essere nate in una società di pace e dignità. Se durante la guerra tanti ebrei non avessero avuto l’opportunità di scappare, l’Olocausto sarebbe stato ben peggiore. Quindi penso che dinanzi alla migrazione dei popoli è importante riflettere con un occhio al passato, agli anni del Nazismo e dell’Olocausto». “Songs For Eternity fa parte di una rosa di suggestivi recital che la Lemper propone, fra cui spicca anche Paulo Coelho. «”The 9 Secrets” - conclude - è stato il terzo progetto poetico, dopo quelli su Charles Bukowski e Pablo Neruda. È incredibilmente bello e spero di poter continuare a portarlo anche in Italia. Ho estratto dal libro di Coelho “Il manoscritto ritrovato ad Accra” la prosa filosofica e l’ho messa in musica. È una sorta di viaggio magico, denso di pensieri che ispirano. Un progetto unico, molto raro oggi».

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