Chi era Irene Brin la prima blogger a dar lezioni di stile

In un libro gli scritti della celebre giornalista di costume Le sue radici tra Gorizia e Trieste nelle famiglie Luzzatto e Ara

Fu Leo Longanesi a trovarle il soprannome: Irene Brin. Al secolo era Maria Vittoria Rossi, classe 1911, l’antesignana di tutto le giornaliste di costume. All’epoca si chiamavano “cani schiacciati”, quegli articoletti di cronaca mondana snobbati dalle penne maschili: lei li trasformò in fulminanti e raffinatissimi ritratti umani e sociali. “Brinate”, appunto, come si dirà poi nelle redazioni: pezzi brevi, colti, graffianti.

Irene Brin è stata una delle protagoniste del giornalismo del secolo scorso. Si occupò non solo di costume, ma di arte e moda per “Omnibus”, “Il Borghese”, “La Settimana Incom”, “Il Corriere della Sera”. Corrispondente di Harper’s Bazaar, dettò legge in fatto di stile e firmò come “Contessa Clara” il più celebre galateo italiano.

Ma Irene Brin non ha solo raccontato sfilate e salotti, o insegnato le buone maniere. Traduttrice di decine di autori, scrittrice, con il marito Gaspero del Corso fondò a Roma L’Obelisco, la galleria che per prima aprì le porte agli artisti delle avanguardie e fu punto di riferimento per il dibattito culturale degli anni ’50, frequentata da Pasolini appena arrivato nella capitale. Fu anche corrispondente di guerra: il suo “Olga a Belgrado”, del ’43, documenta l’occupazione italiana nei Balcani, dove aveva seguito, per tre anni, il marito ufficiale: racconti dalla parte delle popolazioni locali, che il fascismo non apprezzò.

Intellettuale a tutto tondo, spirito libero e inquieto, è un personaggio controverso e sfuggente, tutto da riscoprire. Oggi un’occasione per farlo è il prezioso volume, “Il mondo - Scritti 1920-1965” curato da Flavia Piccinni per Edizioni Atlantide (pagg. 314, euro 30), che raccoglie una selezione di pensieri, articoli, racconti di Irene Brin, pubblicati a partire dal ’44.

Ma chi era davvero Maria Vittoria Rossi? Pochi sanno che Mariù - come la chiamavano in casa, il primo nom de plume con cui cominciò a scrivere su “Il lavoro” - era figlia di Maria Pia Luzzatto, colta e poliglotta ebrea goriziana, nata a Vienna, e di Vincenzo Rossi, generale del regio esercito, di famiglia ligure. Sua nonna era la triestina Adele Ara, che visse nell’omonima villa di via Monte Cengio, e si sposò a Trieste con l’ingegner Emilio Luzzatto, anche lui triestino: delle loro nozze restano i documenti secondo il rito ebraico.

«Chi era mia zia? La prima blogger italiana» sintetizza il nipote, Vincent Torre, figlio della sorella Franca, fisico e docente alla Sissa. Che così racconta la sua straordinaria zia.

In che ambiente è cresciuta Irene Brin?

«Irene passò la giovinezza in mezzo ai problemi e alla vicissitudini della famiglia paterna. Suo padre, Vincenzo Rossi, era generale di Corpo d’armata, suo zio, Francesco, fu uno dei fondatori del Partito socialista nel 1892. Entrambi vissero in prima persona le vicende drammatiche di quel periodo e trasmisero a Irene le loro passioni, le angosce, le traversie passate. Mio nonno Vincenzo era a capo della brigata Roma a Caporetto, che dopo la disfatta fu accusata da Cadorna di tradimento. Questa tragedia lo devastò e per i successivi vent’anni cercò di riabilitare il suo nome e quello dei suoi uomini. Ci riuscì e gli fu addirittura proposto di diventare senatore, purchè si iscrivesse al partito fascista. Lui rifiutò».

E Francesco?

«Era molto battagliero, fu arrestato e mandato al confino. Divenne sindaco di Bordighera e fu eletto in Parlamento, ma durante il ventennio fascista gli bruciarono la casa e fu costretto a fuggire sui tetti. Così lasciò la politica. Irene ha respirato in casa questi ideali democratici e socialisti e con dolore ha assistito alla loro sconfitta. L’atmosfera della sua giovinezza non è stata frivola e svagata, tutt’altro. E credo che il suo atteggiamento apolitico e la scelta di occuparsi di arte e letteratura siano proprio legati alla volontà di non rivivere i contrasti ideologici che avevano condizionato la sua gioventù. Dopo l’8 settembre Irene dice: “riiniziamo la mia vita”».

Questo atteggiamento ha influito su di lei?

«Zia Irene e zio Gaspero mi hanno insegnato ad avere autonomia intellettuale, a essere un libero pensatore. Le donne spiccavano nella nostra famiglia. E c’era una forte componente ebraica, ma aperta, laica e democratica. Annina Torre, la mia zia paterna, aveva fondato Amnesty International negli anni ’50. Lei mi diceva che, essendo noi ebrei, dovevamo difendere i prigionieri palestinesi politici nelle prigioni di Israele. Mia mamma Franca mi ripeteva: “hai lo spirito di contraddizione giudaico che hai preso da tuo padre”. Era questa l’eredità familiare, vicina all’ebreo errante, all’ebreo bastian contrario».

Cosa ricorda dell’atmosfera dell’Obelisco?

«Irene e Gaspero ospitarono le mostre più importanti di quegli anni. Lì cominciarono a esporre Burri, Afro, Mirko. Per la prima volta si videro a Roma, Toulouse-Lautrec, Magritte, Matta, Dalì, Rauschenberg. La galleria era punto di incontro di Bacon, Kandinsky, di Calder, che fece un ritratto a mio zio Gaspero e lui ricambiò. Dai dieci anni in poi, in quella galleria ho formato il mio gusto. E nel loro appartamento, a Palazzo Torlonia, con i Modigliani e i Klee alle pareti. Ma anche nei viaggi che con Irene e Gaspero ho fatto a Parigi, Londra, Lisbona. Mi hanno insegnato a essere una buona guida in qualsiasi museo del mondo. Tra il ’58 e il ’62 molti pittori lasciarono l’Obelisco e, secondo le indicazioni di partito, si spostarono nelle gallerie di sinistra. Irene era invisa perchè troppo intelligente e snob, troppo fuori dal coro».

Lei accompagnava sua zia durante le sfilate parigine...

«Sì, ma mi lasciava in un museo: ritornava dopo un paio d’ore e mi interrogava sui quadri, che dovevo riconoscere da lontano, senza leggere le didascalie. Irene e Gaspero avevano “gusto” e una grande intuizione per il nuovo. Dicevano che un’opera o un libro erano “belli”, ma non mi spiegavano il perchè. All’epoca non apprezzavo questo atteggiamento. La mia è la generazione del ’68, li rimproveravo di non essere impegnati. Invece era la loro forza e particolarità: non essere nè schierati nè politically correct, non uniformarsi a pensieri o dettami di altri. Volevano vivere in modo intelligente e colto, ma non ideologico. Ho capito dopo che sono stati lungimiranti».

A Irene piaceva la moda?

«La svagava, ne era affascinata. Mia zia era una donna profondamente infelice. Aveva un’emotività, una sensibilità e una sessualità molto complicate. Anche quando eravamo in vacanza insieme, a Sasso di Bordighera, stava tranquilla per quattro o cinque giorni, poi arrivava la tempesta. Solo in quei momenti d’ira era spontanea, per il resto non perdeva mai il controllo. L’aveva imparato fin da piccola, i rapporti con padre e madre erano condizionati dai ruoli, sempre disciplinati. Quando Irene è morta, a Sasso, nel ’69, ad appena 58 anni, abbiamo pensato che la malattia fosse quasi un suicidio, che fosse logorata dalla sua complessità».

Con lei che rapporto aveva?

«Era sempre molto affettuosa. Quando stava per morire mi ha dato una specie di addio, mi ha fatto una dichiarazione d’amore: il commiato da un giovane è un segno di grandezza. Ero il figlio che non aveva avuto e mi considero il suo erede emotivo e spirituale».

Avete mai litigato?

«Avevo sedici anni, ero a Genova, e con un amico andai a trovare Ezra Pound che aveva casa a Rapallo. Eravamo infatuati di Brecht e volevamo fare un mix di letture di questi due autori così diversi. Naturalmente lui disse di no. Quando mia zia lo seppe scoppiò il finimondo, mi accusò di fornicare con il nemico».

Lei ha ritrovato un inedito di Irene Brin...

«In un cassettone della casa di Sasso c’era un piccolo faldone con alcuni dattiloscritti tra cui questo “Le perle di Jutta” (che uscirà il prossimo anno per Atlantide). Su una fascetta, con un disegno, aveva scritto “Premio Viareggio”, forse si aspettava un riconoscimento importante. Nel racconto dice: «Nessuno ascolta mai il cuore degli altri”. Era un donna forte ma fragile. Prima di sposare Gaspero, nel ’36-’37, ebbe un grande amore per Carlo Roddolo, amico di Montanelli, che morì in Etiopia. In casa abbiamo ritrovato tutte le lettere di lui, molto appassionate. C’era anche una lettera di lei mai spedita, sofisticata nel linguaggio e nei contenuti. Il suo coinvolgimento con gli uomini era intenso, ma la sua sessualità resta un grande mistero».

Come ricorda sua zia?

«Non l’ho mai vista sciatta, sempre impeccabile e in controllo di sè. Era la sua forza e la sua debolezza. E snob. Aveva una trousse disegnata da Dalì, le sembrava una cosa meravigliosa. Ma il suo snobismo era autentico, non una posa. Perchè era infelice? Come Gaspero, non aveva capito che cosa desiderava e non era riuscita a ottenerlo».

Perchè riscoprire Irene Brin?

«Perchè era una mente libera. Per la sua modernità. Per l’eleganza della sua scrittura, che era il riflesso della sua personalità».

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