Da Pola a Hollywood storia di Alida Valli diva venuta dall’Istria

Alessandro Cuk racconta un’artista versatile come poche Lunedì la biografia si presenta a Palazzo Altieri di Roma

«Ma l’amore no, l’amore mio non può, disperdersi nel vento con le rose…». Così cantava Alida Valli, bellissima, in “Stasera niente di nuovo” (1942) di Mattoli, uno dei «film che parlano al vostro cuore» di quegli anni. L’Italia era in piena guerra, ma niente lo fa intuire in questa scena in cui lei, orecchini pendenti sulle spalle nude, è una cantante di tabarin, forse donna perduta, in una sala esotica dove si balla in abiti lunghi e smoking bianchi, e una luna finta occhieggia da lassù.

Sono passati undici anni da quando è scomparsa Alida Valli, istriana di Pola, classe 1921, ex fidanzata dell’Italia fascista, ma anche musa ispiratrice del grande cinema d’autore postbellico. E come l’amore di quella vecchia canzone, anche il suo ricordo non si è mai disperso nel vento. Il fascino e la fama di Alida sopravvivono dopo la sua morte, com’era accaduto anche dopo la guerra, quando fu l’unica diva italiana degli anni Trenta a mantenere intatti talento e popolarità nel passaggio dai Telefoni bianchi al Neorealismo, e poi oltre. Come accadde forse solo a Marlene Dietrich nel cinema internazionale.

Così, dopo il saggio di qualche anno fa (“Alida Valli. Gli occhi, il grido”, Le Mani) di Nicola Falcinella, critico lombardo con una passione per il cinema delle nostre parti, esce in questi giorni un nuovo libro su di lei, “Alida Valli, da Pola a Hollywood e oltre” a cura del veneziano Alessandro Cuk (Alcione editore, 188 pag., s.i.p.). Il libro viene presentato lunedì, a Roma, alla Sala Scuderie di Palazzo Altieri, via di Santo Stefano del Cacco 1, da Giuliana Budicin, dall’attore e nipote della Valli Pierpaolo De Majo, dal consigliere del ministro Franceschini Paolo Masini, con il coordinamento di Donatella Schürzel.

Tutti i lavori di Cuk (un anno fa sul film “Cuori senza frontiere” ad esempio) si focalizzano sull’identità giuliana di protagonisti e pellicole del nostro cinema, raccogliendo la documentazione (articoli, testimonianze, ricordi) che li lega alla Venezia Giulia. Nella collana entra ora anche la Valli, di cui si ripercorre la biografia fin dall’infanzia, e si ricostruisce l’affetto profondo e ricorrente manifestato dall’attrice nei confronti di Pola, la città in cui era vissuta fino ai 9 anni, e che le era sempre rimasta nel cuore. E queste terre hanno più volte celebrato l’attrice dopo la sua morte, al Trieste Film Festival, a Pola, Fiume e Isola con l’iniziativa “Alida Valli: una, nessuna e centomila” della giornalista istriana Anna Maria Mori, con rarità al festival Milleocchi di Trieste o con la dedica di una sala a Pola, il Kino Valli.

Il libro di Cuk pone l’identità e l’origine della Valli come base di riflessione, facendo scattare quasi automaticamente un paio di questioni. La prima riguarda il confronto fra la nostra ricchezza d’interpreti del passato e un presente quasi azzerato. Un tempo Trieste e l’Istria davano al grande schermo diverse attrici di primo piano, insieme molto “fisiche” e altrettanto sfuggenti o contraddittorie, non sempre fortunate: oltre alla Valli, le altre polesane Laura Antonelli, Susy Andersen, Marisa Bartoli, la rovignese Femi Benussi, e poi Elsa Merlini, Laura Solari, Fulvia Franco, Elvy Lissiak, Lyla Rocco, Federica Ranchi, Daniela Surina, Rada Rassimov, Jole Silvani. Invece oggi nomi di rilievo proprio non vengono in mente, nonostante l’attuale proliferare di set e produzioni in città e dintorni. Perché mai?

Un’altra questione riguarda l’identità profonda della Valli, che forse è soprattutto mitteleuropea. Di nobili origini, il suo vero nome era Alida Maria Laura Altenburger von Markenstein und Freuenberg, baronessa del Sacro Romano Impero. Titolo ereditato dal padre, insegnante e critico teatrale trentino laureatosi a Vienna e trasferitosi a Pola.

Viene da pensare che l’aria cosmopolita di famiglia portasse la giovane Alida a parlare naturalmente la lingua franca del cinema d’autore internazionale, destinandola a ruoli memorabili, spesso aristocratici (la contessa Serpieri di “Senso”), come presto avvenne dopo aver frequentato il neonato Centro sperimentale a Roma.

È un fatto che la Valli, pur senza mai diventare iconica come la Loren o la Lollobrigida, abbia sempre indovinato film destinati a entrare per sempre nella storia del cinema. È subito protagonista del più celebre titolo dei Telefoni bianchi, “Mille lire al mese” (1939), come anche della più nota commedia liceale, “Ore 9: lezione di chimica” (1941). Quando cambia registro, da quello brillante al melodrammatico, porta al primo successo il cinema “calligrafico” (di bella forma e ispirazione letteraria) con un ruolo centrale in “Piccolo mondo antico” (1941) di Mario Soldati (da Fogazzaro). È Luisa, la sensibile e fragile madre della piccola Ombretta che annega nel lago. Qui Soldati ha per Alida una vera e propria infatuazione. Quando sospetta che l’attrice abbia una relazione con l’aiuto regista Dino Risi, si fa arrotolare in un tappeto per sorprendere i due mentre si scambiano effusioni.

Nel dopoguerra la Valli è protagonista di film chiave del cinema d’autore la cui importanza crescerà nel tempo, da “Il terzo uomo” (1949) di Carol Reed a “Senso” (1954) di Visconti, al “Grido” (1957) di Antonioni. La maturità la porterà a ruoli inquietanti di straordinaria efficacia in “Edipo Re” (1967) di Pasolini, “La strategia del ragno” (1970) di Bertolucci, e in titoli stracult dell’horror europeo come “Occhi senza volto” (1960) di Franju, “Lisa e il diavolo” (1975, è la contessa cieca) di Bava e “Suspiria” (1977) di Argento. Una carriera e un destino che in questo senso ricordano altri interpreti cosmopoliti originari delle nostre zone (sempre del passato purtroppo) da Paul Henreid (il rivale di Bogart in “Casablanca”) ad Alexander Moissi fino a Omero Antonutti.

E la Valli, al pari di nessuna altra attrice a parte la Dietrich, salderà come si è detto l’ante e il dopoguerra (pur rifiutando a lungo interviste che ricordassero i suoi ruoli anni Trenta). Fu ad esempio protagonista del dittico “Addio Kira” e “Noi vivi” (1942) di Goffredo Alessandrini, uno dei più grandi successi italiani nell’America del dopoguerra, anche per i contenuti fortemente anticomunisti. Nei primi anni Quaranta fu al centro anche della serie dei “film che parlano al vostro cuore”, che la lanciarono definitivamente come attrice drammatica, diretti da Mattoli e al fianco di Fosco Giachetti.

Nel 1946, in pieno Neorealismo, ritrova entrambi sul set di “La vita ricomincia”. Ma qui Giachetti è un reduce che ritorna a casa a Roma e scopre che in sua assenza la moglie (la Valli) ha dovuto prostituirsi per salvare il figlio malato. E sarà proprio per questo ruolo di “colpevole-innocente” che il produttore hollywoodiano David O. Selznick scelse la Valli per un altro ruolo ambiguo, la protagonista de “Il caso Paradine” (1947) di Hitchcock. Questo sarà il primo della carriera internazionale dell’attrice, proseguita in Francia, Spagna, Inghilterra e culminata con “Il terzo uomo” di Carol Reed, tratto da Graham Greene.

Il libro di Cuk riserva infine approfondimenti ai soli due titoli “giuliani” della Valli, film poco fortunati ma da riscoprire. Uno è “La grande strada azzurra” (1957), avvincente dramma sociale di Pontecorvo girato sulla costa istriana, dove lei è la moglie del pescatore di frodo Yves Montand. Il secondo è l’intenso “La mano dello straniero” di Soldati, sempre tratto da Greene, che nell’anno del ritorno di Trieste all’Italia (1954) traspone a Venezia l’atmosfera della Vienna del “Terzo uomo” o della Trieste di “Corriere diplomatico”, con la Valli profuga istriana coinvolta in un intrigo fra spionaggio, mercato nero e misteriose scomparse, all’alba della Guerra fredda.

Quanto avesse partecipato emotivamente l’enigmatica Valli ai due film, lo si può intuire dal ricordo di Callisto Cosulich quando la salutò in occasione di una premiazione. Presentandolo a un gruppo di amici, lei disse col suo indimenticabile sorriso: «El se ciama Cosulich, el xe dei nostri!».

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