E Trieste rinasceva sotto gli occhi di Adriano de Rota

A Palazzo Gopcevich una mostra retrospettiva del reporter sugli anni Cinquanta e Sessanta

Diceva che il fotografo doveva essere prima di tutto «il regista della scena». Andava su tutte e furie se i suoi collaboratori gli portavano immagini con l’inquadratura sbagliata. Diceva anche che l’importante era fare pochi scatti ma significativi. Fulvio Bronzi, che è stato suo allievo e collaboratore, lo ricorda come «una macchina da guerra». Del resto Adriano de Rota era così, uno stakanovista dell’immagine, un reporter d’assalto che però sapeva cogliere l’istante, il momento, l’espressione, la luce per restituire nell’immediatezza del fatto un contesto più ampio, il climax di una situazione, persino di un’epoca intera. Come sanno fare i veri fotografi.

Nato nel 1917 e morto poco tempo fa sulla soglia dei cent’anni, Adriano de Rota è stato uno dei maggiori fotografi professionisti attivi a Trieste sulla scia dei Wulz, Penco, Pozzar e avanti fino a Vitrotti e Borsatti. Cominciò a lavorare appena quindicenne, nel 1932, nello studio di suo padre Ezio, e da allora non ha mai smesso, lasciando Trieste solo per un breve periodo durante la Seconda guerra mondiale, quando lavorò a Roma per il controspionaggio in qualità di sergente fotografo impiegato nel Sim, il Servizio di informazione militare. Per il resto della vita il suo teatro d’azione è stata Trieste, che ha percorso ogni giorno in lungo e in largo documentando per l’Agenzia Italia e per conto di giornali come “Il Piccolo” e la “Gazzetta dello Sport” fatti e avvenimenti grandi e piccoli, personaggi, storie, cronache di cultura, teatro, sport. De Rota ha lasciato ai posteri più di quattrocentomila negativi su lastra e su pellicola, oggi conservati alla Fototeca dei Civici Musei di Storia ed Arte e al Civico Museo Teatrale “Carlo Schmidl”. È uno straordinario patrimonio che racconta di luoghi, volti, eventi, momenti pubblici e privati di Trieste fra il 1946 e il 1991. E proprio la Fototeca diretta da Claudia Colecchia dedica ora una mostra retrospettiva, “Trieste in bianco e nero nelle fotografie di Adriano de Rota”, a cura della stessa Colecchia e di Stefano Bianchi (che hanno anche curato il catalogo edito dal Comune, pagg. 95, Euro 15,00), allestita a Palazzo Gopcevich (aperta fino al 23 settembre, da martedì a domenica 10-18, lunedì chiuso).

Pescando nel mare magnum dell’archivio di de Rota i curatori hanno scelto un percorso compreso fra gli anni Cinquanta e Sessanta, attraverso paesaggi umani e urbani, un “focus” sulle ragazze di Trieste, il tempo libero, il teatro e lo sport. Scelta quanto mai indovinata, perché è in quegli anni che Trieste, uscita a pezzi e divisa dalla guerra, comincia a ridisegnare la sua fisionomia e a immaginare altri scenari di vita urbana e sociale. Ecco allora il nuovo chiostro del Seminario Diocesano, realizzato fra il 1948 3 il 1950, la cui immagine immortalata da de Rota rinvia a un’idea antica eppure attuale della cultura legata alla fede. Ed ecco una panoramica del Canal Gande nel 1950, durante la risistemazione e la costruzione di un ponte temporaneo, con gru e palombari all’opera come ai tempi in cui il fronte mare era ancora luogo di costruzioni e ampliamenti. Ma nei primi anni Cinquanta Trieste risente ancora delle ferite della guerra: de Rota allora entra nei campi profughi, ritrae il pianto di una bambina, gli interni delle baracche, un militare americano a Miramare e, qualche anno dopo - siamo nel 1956 - un carro armato italiano sotto il monumento agli eroi a San Giusto, a suggellare il cambio di guardia in città. E poi ci sono le ragazze di Trieste, i balli, le sfilate di moda, un’allegria esibita, il bisogno di tornare a ridere.

Sono gli anni della Lambretta (il raduno del ’62 a San Giusto) della tv e dei suoi protagonisti, dello shopping. A Trieste arrivano i personaggi dello spettacolo, della cultura e dello sport: Silvana Mangano, Milva, Mario Soldati, Mike Bongiorno in versione fantino, Bartali e Coppi...Splendide le immagini teatrali (de Rota fu anche fotografo ufficiale del Verdi) con una serie di spettacolari ritratti in costume di scena: Maria Callas, Laura Solari, Franco Corelli, Fedora Barbieri, Tito Gobbi, Renata Scotto.

Come sempre, quando si sfogliano i diari per immagini di Trieste, si riconosce un percorso condiviso che è patrimonio di tutti. La differenza sta nello sguardo, nella forma, nella sfumatura che di quello sguardo è il compimento. E nel sguardo rapido, immediato, attento a raccontare più che rappresentare, c’è la capacità di de Rota di cogliere il senso di quel percorso, della vita mai ferma di Trieste e dei triestini.

@p_spirito

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