Claudio Giombi, ottant’anni nel segno della musica «Diceva Strehler, bisogna restare un po’ bambini»

C’è un tempo per la “Bohème” e un tempo per il burraco. Per Claudio Giombi è il tempo del burraco. Oltre che di pranzi succulenti da lui meticolosamente preparati per gli amici che accoglie nel suo...

C’è un tempo per la “Bohème” e un tempo per il burraco. Per Claudio Giombi è il tempo del burraco. Oltre che di pranzi succulenti da lui meticolosamente preparati per gli amici che accoglie nel suo buen ritiro di Muggia, dove ha scelto di trascorrere i mesi caldi. Il resto dell’anno, Giombi lo passa invece a Milano, in casa Verdi. Ma è a Muggia che il basso-baritono triestino, tra i suoi splendidi fiori, ieri ha festeggiato gli ottanta.

In genere, i compleanni “a cifra tonda” portano, a chi li festeggia, più nostalgia che altro. Nel suo caso è così?

«Sono arrivato agli ottanta senza accorgermene. Giocando sempre. “Il Teatro è un gioco” diceva Strehler e dobbiamo sentirci bambini per farlo bene. Io ho ancora la parte bambina dentro di me che ora tende a diventare sempre più neonata. Ai figli è difficile accettare un genitore bambino: spesso insistono ad essere troppo genitori… Posso affermare di sentirmi pienamente appagato. La vita mi ha dato più di quanto sperassi. Il teatro mi ha insegnato ad abbattere la differenza tra finzione e realtà. Viaggiando molto, ho potuto osservare le differenze tra gli usi e i costumi delle popolazioni di mezzo mondo e le difficoltà ad accettare le diversità».

Dovendo scegliere un momento della sua carriera artistica, dove si posa il ricordo?

«Sulla mia audizione sul palcoscenico dello straordinario teatro di Salisburgo, davanti a Herbert von Karajan, per il ruolo di Benoit in “Bohème”. Dovevo semplicemente muovermi sulla scena con la voce registrata di un altro cantante. Poi, Karajan mi scelse e mi disse che sarei stato sempre il “suo” Benoit. Lo stesso avvenne con il grande Carlos Kleiber, con il quale ho condiviso momenti indimenticabili. Da bambino il mio sogno era di cantare sul palcoscenico del Metropolitan di New York davanti a mio padre che viveva laggiù: è stato questo lo stimolo per raggiungere il professionismo, abbandonando il lavoro alle poste di Trieste. Kleiber fece di tutto per avermi nel cast della “Bohème”, accanto alla Freni e a Pavarotti in quel teatro e ci riuscì».

Anche alla Scala ha cantato molto...

«Sì, quasi ininterrottamente per trenta stagioni e in molte produzioni passate alla storia come in “Bohème” con Kleiber a dirigere e la regia di Zeffirelli, e nelle “Nozze di Figaro” con Muti e Strehler. Ma la cosa più bella sono stati i quindici anni passati ad insegnare canto e arte scenica alla Scuola Civica di Milano dove ho “realizzato” anche la parte registica che in me era sempre predominante».

Può regalarci un ricordo di Pavarotti?

«Tra i tanti colleghi, Pavarotti è senz’altro quello che emerge per la sua spontaneità, generosità e simpatia. Ad ogni prima, faceva trovare nel camerino dei cantanti un suo personale omaggio e durante le prove dimostrava molta disponibilità. Un’altra collega straordinaria è stata Magda Olivero. E un maestro dal quale ho attinto molto è stato il baritono Carlo Tagliabue».

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