Il compleanno di Pressburger con tante parole

Lo scrittore e regista festeggia domani gli 80 anni confessandosi in un incontro aperto al pubblico

Un talk party tematico per festeggiare gli 80 anni di Giorgio Pressburger. Si intitola “Attimo fermati, sei bello” l’incontro ideato dal project manager culturale Manuel Laghi per l’Associazione Arte Sìì, in programma domani, dalle 19, al Deus di Trieste (piazza Venezia 1). Il dialogo fra Pressburger e Laghi ruoterà intorno ad alcune parole chiave della vita e dell’opera dello scrittore e regista ungherese: amicizia, amore, biologia, cinema, esilio, piano, scacchi, teatro, Trieste. L’ingresso è libero fino ad esaurimento posti.

di GIORGIO PRESSBURGER

Potrei dire che tutto, o moltissimo, è cominciato in famiglia. Prendiamo gli scacchi: ho cominciato a giocare da piccolo, avevo sei anni. Hanno occupato seriamente tutta la mia giovinezza, fino ai diciott’anni. Studiavo, praticavo i campionati a squadre individuali, leggevo libri di scacchi … Giocavamo in una squadra di ragazzi e l'allenatore era mio padre. Ogni domenica partivamo per fare partite a squadre, 12 contro 12: in Ungheria, a quel tempo, erano molto diffusi questi campionati di scacchi per giocatori non professionisti. E così la mia povera mamma, che in settimana lavorava, finiva per non vedere i suoi figli nemmeno la domenica. Mi sono tanto divertito, in quelle domeniche infinite, con partite lunghissime, e tutti noi schierati dietro le scacchiere.

Anche il pianoforte è nato come rito familiare: con Nicola ogni tanto ci prendeva la voglia di comporre canzoncine e suonarle a 4 mani. Ho iniziato da piccolo, ma non ho mai pensato di diventare un pianista. Troppi, e troppo noiosi gli esercizi di piano, quando si fa sul serio. Erano il mio tormento … Avevo un’anziana insegnante, simpatica e dolce. Ogni tanto si addormentava mentre suonavo, poi si risvegliava all’improvviso e in un sobbalzo mi chiedeva di farle un'altra nota.

E all’inizio anche il teatro era una cosa di famiglia. Mio padre organizzava serate teatrali per gli abitanti del caseggiato dove abitavamo: ricordo che la pedana stava fra gli stipiti di una grande porta: noi ci salivamo sopra, e recitavamo scenette in versi che prendevano un po’ in giro i parenti, o i condomini … Anche a scuola avevo organizzato serate di autori classici. Il teatro di famiglia mi ha segnato: proprio in quel momento ho desiderato fortemente di occuparmene da adulto.

A proposito di famiglia, c’è qualcosa che mi porto dentro da quando sono nato: è la grande forza della mia gemellarità. Questione di dna, quello dei gemelli monozigote è esattamente identico. Chi non ha un gemello non può neppure concepire cosa significhi: è un dono particolare della natura ed è impossibile spiegare la perdita di questo stato. Una mutilazione molto grave, dalla quale non ci si riprende mai definitivamente. Come è successo a me, dopo la morte di Nicola. Ogni tanto mi compare davanti, ho il riflesso magari di telefonargli … Un gemello significa AMICIZIA e comprensione istantanea, sincerità assoluta, significa un lavoro comune per la vita. I gemelli difficilmente stringono grandi amicizie con qualcun altro.

Destino ed esilio nella mia vita sono le facce di una identica medaglia. Tutto comincia dal mio nome: quello ricevuto per l'anagrafe della comunità ebraica, Gerson, che tradotto significa “straniero là”. Era il nome del figlio di Mosè, nato da una donna egizia. Buffo, vero? Questo nome è stato anche il mio destino, quello di auto esiliato, con gli eventi del ’56 in Ungheria. Migrante ante litteram, da un Paese dove non volevo più vivere e tornare: non in quel regime. Migrante fortunato, però: in Italia ho avuto la sensazione di approdare a un mondo più grande, ma molto accogliente.

Trieste è una città dove si vive bene, anche se un po’ di sonnolenza in meno sarebbe auspicabile. Con Roma si spartisce una buona metà della mia vita italiana. In fondo Trieste assomiglia a Budapest per la sua architettura e per una certa atmosfera, è una città di multilinguismo. Ma io non ho mai avuto il problema dell’identità, di appartenere a un certo gruppo umano, o a un altro. Nei luoghi e nelle città mi sono sempre calato a fondo, senza pormi troppi problemi di appartenenza.

Biologia: chi avrebbe mai detto che da un forte incubo potesse nascere una grande passione? A me è successo intorno ai 27 anni, quando un medico mi gettò nello sconforto diagnosticandomi una grave malattia. Fu smentito, però, da un suo collega, che per fortuna ci aveva visto giusto e mi aveva garantito quasi sotto giuramento che non si trattava di quel male.

Ero così giovane … in quel momento ho deciso di volerci guardare meglio, nei meccanismi scientifici della mia vita, e mi sono iscritto alla facoltà di biologia, a Roma. Con un certo profitto, anche. Certamente con passione, e gratitudine.

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