L’anarchico scrivere di Patrik Ourednik

Lo scrittore ceco domani a Incroci di Civiltà

di ALESSANDRO MEZZENA LONA

La scrittura è tutto, per Patrik Ourednik. Perché è esatta, non mente, non imbroglia. Al contrario della letteratura e di chi l’ha trasformata in una sorta di dama di compagnia per persone a caccia di consolazioni. Per questo lo scrittore nato a Praga nel 1957, ma che dal 1984 vive in Francia, ogni volta che pubblica un libro finisce per spiazzare i critici e i lettori. Conquistando fin dalla prima pagina chi legge per pensare, andare oltre l’orizzonte della quotidianità. Rompere gli schemi.

Patrik Ourednik domani sarà ospite della rassegna Incroci di Civiltà a Venezia. Alla Fondazione Querini Stampalia, alle 11.30, dialogherà con lo scrittore triestino, di origine ungherese, Giorgio Pressburger, di cui Marsilio ha pubblicato da poco il nuovo romanzo “Don Ponzio Capodoglio”, con Alessandro Catalano dell’Università di Padova (che ha tradotto il “Caso irrisolto” dello scrittore ceco, pubblicato da Keller) e Tiziana D’Amico della Ca’ Foscari di Venezia.

Solo un lettore molto attento e curioso può trovarsi a proprio agio nel mondo letterario di Ourednik. Perché lo scrittore praghese, che ha tradotto in ceco grandi nomi della letteratura europea come Rabelais, Jarry, Queneau, Beckett e Michaux, costruisce i suoi libri seguendo una libertà d’invenzione assoluta. Tanto che la storia, a un lettore disattento e superficiale, può sembrare soltanto un gigantesco rompicapo.

“Caso irrisolto”, ad esempio, parte da una pagina piena di lettere e numeri. Sigle astruse e codici che soltanto il lettore più erudito ricondurrà alla variante Breitner-Paul del gambetto di re. Un’apertura di partita a scacchi che, pare, risalga addirittura al XV secolo. Ma quella citazione, riservata all’apparenza a pochi, in realtà ha un significato profondo. Perché Ourednik costruisce il suo romanzo davvero come una partita a scacchi con i lettori. Fin dall’inizio, quando una serie di eventi misteriosi si sovrappongono alla vita apparentemente monotona e imperturbabile di un gruppo di vecchietti.

Tanto per cominciare, una delle loro conoscenti, la signora Horak, muore in casa dopo un banale incidente. Poi, sui muri della città cominciano ad apparire sempre più numerose scritte provocatorie, che fanno pensare all’esistenza di un gruppo di attivisti contrari al bombardamento della pubblicità. Se non bastasse, una studentessa viene violentata mentre si sta recando all’appuntamento con il suo professore. E l’investigatore che si deve occupare delle indagini, in realtà, si affanna soltanto a mettere in dubbio la testimonianza della ragazza. Senza curarsi minimamente di trovare il bruto.

Ecco, proprio qui sta l’essenza del lavoro letterario di Ourednik. Un alternarsi continuo di ironia e serietà, di battute urticanti («Oggi tutti parlano e nessuno ascolta. Questa è la democrazia») e commenti feroci, di personaggi strampalati e serissimi, eppure strampalati, intrecci dialogati. Il suo ispettore capo di un ordinario quartiere di Praga, Vilem Lebeda, è una sorta di erede diretto del Maigret di Simenon e del Porfirij Petrovi› di Dostoevskij. Attorno a lui ruota una galleria di figure che sembrano uscite dai romanzi di Raymond Queneau. E la storia deraglia al punto da riportare alla memoria uno dei capolavori di Bohumil Hrabal, “Un tenero barbaro”.

L’ironia è il sale delle storie di Ourednik. E se nel “Caso irrisolto” si permette di destrutturare il thriller, lanciando il suo monumentale ispettore capo sulle tracce di un antico delitto sui Monti Metalliferi, di cui si è persa ormai la memoria, in “Oggi e dopodomani” interroga cinque pesonaggi apparentemente anonimi. Che, in realtà, arrivano sotto le luci della ribalta solo perché risultano gli unici sopravvissuti alla fine del mondo. Mentre in “Istante propizio, 1855” proietta un colorito gruppo di anarchici italiani verso le coste del Brasile, alla vigilia dell’Unità d’Italia, per provare a realizzare una loro fantomatica utopia.

Questa grande voglia di dissacrare (che lo porta a scrivere: «Stimiamo gli ubriaconi per la loro franchezza e teniamoci alla larga dagli assassini che hanno per parola d’ordine la rivoluzione») porta Ourednik a costruire potenti congegni narrativi che hanno come centro di gravità il nulla. Oscillando tra l’anarchica forza affabulatoria di Bruno Schulz e delle sue “Botteghe color cannella”, o di Raymond Roussel, e «la serissima, eppure irresistibilmente comica» decisione del filosofo Immanuel Kant. Che, ricorda Jean Montenot nella postfazione al “Caso irrisolto”, decise di corredare la sua celebre “Critica della ragion pura” con una “Tavola di suddivisione del concetto di nulla”.

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