Luttazzi, gli anni tormentati della sua rabbia in smoking

Raccolti in un volume pubblicato da Luglio racconti del periodo 1971-1983

di ALESSANDRO MEZZENA LONA

Sempre perfetto, giacca e cravatta, mai un capello fuori posto. E un sorriso che metteva di buon umore. Perché Lelio Luttazzi sembrava il musicista, lo showman, l’uomo, che dalla vita sapeva farsi regalare i momenti migliori. Fino all’alba del 22 maggio 1970. Quando l’Italia intera capì che qualcuno doveva aver parlato male del re dello swing. Dato che i carabinieri vennero a prenderlo e lo lasciarono per 27 giorni in isolamento a Regina Coeli. Dopo tre giorni passati a Rebibbia con l’accusa di possesso e spaccio di stupefacenti.

Ci vollero anni perché quel clamoroso errore giudiziario venisse riconosciuto. Anni in cui Lelio Luttazzi sparì dalla televisione, dal mondo dello spettacolo. Cercando di ritrovare se stesso, e un motivo forte per continuare a vivere. Magari scrivendo. Piccoli racconti, sceneggiature per il cinema, abbozzi di romanzo, fulminanti metafore di quello che gli era toccato in sorte. Pagine inedite composte tra il 1971 e il 1983, che la moglie Rossana ha ritrovato tra le carte del musicista e ha voluto racchiudere in un volume pubblicato da Luglio Editore. Un libro che cattura fin dal titolo “La rabbia in smoking” (pagg. 161, euro 13), accompagnato da una bella prefazione di Piera Detassis.

Sarà al Circolo della Stampa di Trieste, in corso Italia 13, che il libro verrà presentato domani alle 17.30. Parleranno Marinella Chirico, giornalista Rai; Gabriele Centis, direttore della Casa della Musica; Livio Missio, giornalista; Cesare Bastelli, vicepresidente della Fondazione Lelio Luttazzi; il presidente Rossana Luttazzi, moglie del maestro.

Di rabbia, Luttazzi doveva averne accumulata tanta dentro di sè. L’arresto sciagurato, i giorni passati in carcere a chiedersi «perché?», avevano minato la sua fiducia negli altri. Lo avevano portato a convincersi che «in una società bene organizzata, tutti coloro che abbiano responsabilità sociali - insegnanti, medici, sacerdoti, poliziotti, magistrati e via dicendo - andrebbero psicoanalizzati prima di venir immessi nella professione. Una psicoanalisi addirittura discriminante, perché certe tendenze negative che fanno parte della natura di ciascuno di noi: sadismo, volontà di potenza, narcisismo, esibizionismo, alle volte, quando siano presenti in misura esuberante, ci spingono a scegliere professioni dove possano meglio soddisfarsi rimanendo al coperto».

Queste parole, Luttazzi le metteva in bocca a uno dei personaggi della “Villa in campagna” del 1971. Un soggetto che sarebbe diventato film con il titolo “L’illazione”, nel 1972. Pensato, diretto e interpretato da Lelio per la Rai, che non l’avrebbe mai mandato in onda. Se non, dopo quasi quarant’anni, in coda all’anteprima assoluta del 2011 al Festival del cinema di Roma. Ma, di racconto in racconto, il musicista avrebbe trovato altre storie, altre forme per dire quanto una società costruita sulla falsità, sull’invidia, sull’incapacità di trovare un’etica condivisa, si meritava il suo disprezzo.

E allora non deve stupire se Luttazzi, nel 1979, costruisce la sua “Morte di Arianna” come un vero e proprio schiaffone assestato sulla faccia dei benpensanti. Perché lascia credere al lettore che un uomo ormai maturo prenda la decisione di praticare l’eutanasia alla sua giovane amante ammalata. Di cui lui si è invaghito con il consenso e l’approvazione della moglie. Solo nell’ultima riga si verrà a sapere che l’eutanasia è stata praticata su un cane: «Qui giace Arianna, setter irlandese».

E sempre un cane, ma questa volta bastardo, accompagna il protagonista del racconto “Pippo”. Quasi un cugino dei personaggi kafkiani, che si trova davanti al plotone d’esecuzione senza sapere di che cosa lo accusino. E che si rifiuta, con pervicacia, di uccidere il proprio animale da compagnia. Di fronte alla sua testardaggine, gli inquisitori cominciano a chiedergli se sia un comunista, un sovversivo, un fascista, un qualunquista. Ma lui ammette di essere solo se stesso: «Pippo». E allora «un boato di portata atomica echeggiò nella piazza e i proiettili di mille e mille fucili si abbatterono sul ragazzo e sul cane».

Autore dell’inquietante “Operazione Montecristo”, e del bellissimo romanzo postumo “L’erotismo di Oberdan Baciro”, Luttazzi dimostra tutto il suo talento di scrittore in “Egidio e la ragazza bella bella” del 1974. Dove l’appuntamento con la Morte diventa un’esperienza erotica capace di trasformare l’incontro tanto temuto in un momento di appagamento totale. Ma anche in “Sarah”, del 1980, dove una ragazza ebrea decide di vivere la propria sessualità sfidando tutte le regole imposte dalla società. Tanto da manifestare i primi segni di interesse per la passione carnale a poco più di cinque anni. E continuare a esplorare il proprio corpo, e quello degli altri, anche quando decide di indossare un abito da suora.

E se nel “Romanzo breve dal titolo lungo”, del 1975, Luttazzi vede il destino dell’uomo segnato dall’inquietante compenetrarsi delle parole Dio e odio, il finale del libro ci restituisce un musicista, un artista pacificato con se stesso e con gli altri. Capace di guardare la sua Trieste nel 1991, dove sarebbe tornato a vivere prima di morire nel 2010, con gli occhi pieni di ricordi. E una ritrovata felicità.

alemezlo

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