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Paolo Maurensig: «Il mio avversario? Sono io, da sempre»

Lo scrittore goriziano sarà ospite domani del Festival con il suo nuovo romanzo “Teoria delle ombre”

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Prende il via domani il festival Grado Giallo. Tra gli ospiti di domani, Paolo Maurensig 

TRIESTE Talvolta è difficile tracciare una linea netta tra bene e male, non tanto il male oggettivo, praticato e conclamato, quanto quello che ci abita interiormente, quello che fa di noi, nel piccolo e nel grande, un carnefice e una vittima, l'uno contro l'altro. Il doppio è uno dei temi presenti nell'opera di Paolo Maurensig, che aprirà domani - venerdì - con altri scrittori la nona edizione di Grado Giallo.

L'autore goriziano sarà presente al Cinema Cristallo, alle 16.45, introdotto da Elvio Guagnini, per parlare di "Spie. Spy story. E i generi del mistero", che è anche il tema del Festival. Con lui Loriano Macchiavelli e Giorgio Pressburger, mentre nella stessa sede, alle 18.15, ci sarà l'incontro "Spie, spioni e spioncini da Shakespeare a Le Carré", con Renzo S. Crivelli e Vincenzo Fenili. Oggi, anteprima al Cristallo con “Giallo e Cinema” che proporrà “Il ponte delle spie” di Steven Spielberg.

Attesi anche gli ospiti previsti per sabato tra cui Carlo Mastelloni e Hans Tuzzi. Insomma il noir è al centro della rassegna, con i suoi echi di spy e mistery, calati però in una realtà concreta, politica, sociale. Maurensig lo farà con il suo ultimo romanzo, edito da Adelphi, "La teoria delle ombre".

I libri dell'autore della “Variante di Lüneburg” e "Canone inverso" si sono sempre riferiti a qualcosa di strutturato, quasi matematico, che siano gli scacchi o un pentagramma musicale. Questa è la volta della "Teoria delle ombre" e l'ombra che si muove sulla pagina è quella di Alexandre Alekhine, detentore del titolo di campione del mondo di scacchi, che il 24 marzo del 1946 venne trovato privo di vita nella sua stanza d'albergo, a Estoril.

L'esame autoptico certificò che il decesso era avvenuto per asfissia. La stampa pubblicò la versione ufficiale e il caso fu rapidamente archiviato. Da allora, però, sulle cause di quella morte si sono moltiplicati sospetti e illazioni:

«Si parla di un grande campione di scacchi, fuggito dalla Russia e rifugiato in Francia - dice Maurensig - si arruolò nell'esercito francese, quindi giocò con quella squadra. Ma poi passò senza troppi problemi alla squadra della svastica. Era un uomo ambiguo, non si sapeva bene quali fossero le sue idee politiche, anzi lui sosteneva di non averne affatto. Chiaramente io non ho ammorbidito il suo carattere, anche se dietro alle scelte evidenti c'è anche un uomo con le sue fragilità, le sue speranze e intemperanze».

Tornano gli scacchi, una sua passione da sempre? «È stata una passione più che altro giovanile. Poi ho continuato a giocare con qualche amico, ma non a livello professionale, tanto per divertirmi. Anzi, sono stato parecchi decenni senza toccare una scacchiera».

Come mai? «Per questioni di tempo. È un'attività ludica in cui è necessario investirsi, anche in termini di durata. E poi oltre la letteratura avevo iniziato a coltivare altre curiosità. Mi interessava la musica, l'arte, il cinema, però la passione è sempre rimasta».

Passione rimasta dalla “Variante di Lüneburg”... «Si parlava appunto già di scacchi e del fatto che i nazisti avessero utilizzato il gioco come propaganda antisemita. In questo libro si ripropone il tema e la sua metafora. E cioè come il gioco ariano venisse considerato bello, cristallino, mentre chi non rientrava in questa categoria aveva come obiettivo solo la vittoria, senza pensare all'arte e alla bellezza di questa attività. Quindi è importante mettere l'accento sul valore che gli scacchi avevano a quei tempi».

Valore che si esaurì con la guerra? «No. Con la fine della guerra la valenza psicologica del gioco degli scacchi non si oscurò, ma passò in qualche misura alla guerra fredda, da una parte i sovietici e dall'altra gli americani. Come avevano fatto i tedeschi, gli scacchi venivano usati come prova di una superiorità intellettuale. Per cui chi prevaleva in questo gioco, in qualche misura dimostrava che aveva una competenza bellica maggiore».

Il mistero ruota intorno all'omicidio di un celebre scacchista. Quanto c'è di vero? «Come vogliono i codici del romanzo c'è un mix di verità e finzione. La tesi che io propongo è vera. I personaggi e gli ambienti sono di fantasia. Così anche il processo finale».

Gli eventi storici sono una cornice essenziale dei suoi libri, sempre legati a una forte emotività. Come riesce a ideare personaggi così passionali? «Sono i personaggi che mi chiamano, come il protagonista del mio ultimo romanzo, Alexandre Alekhine. È una figura che conoscevo già da parecchi anni, soprattutto quando ero più attivo nel gioco degli scacchi. Mi aveva colpito la sua vita, e anche la sua morte.

La sua biografia aveva già in sé la struttura del romanzo: un uomo che vive isolato da tutti, in una stanza d'albergo di fronte all'Oceano. Sta lì ad attendere che arrivi il famoso telegramma della federazione scacchistica e aspetta anche la morte, perché oltre a essere distrutto nel fisico per la sua intemperanza, è quasi in attesa di un sicario che lo finisca».

Qual è la creatura femminile, all'interno dei suoi libri, da cui è stato maggiormente attratto? «Le mie donne sono figure idealizzate, un po' come la Sophie di "Canone inverso". Non ho mai parlato di una donna più comune, che possiamo incontrare tutti i giorni. Affronto sempre il profilo di una donna dotata di qualche talento che infine assurge a ideale e che purtroppo, poi, deve fare i conti con la realtà più ordinaria».

Anche nella "Teoria delle ombre" c'è il tema del doppio, uno stato caro per lei fin da bambino, quando giocava a scacchi da solo... «Da bambino passavo da una parte all'altra del tavolo, mi sdoppiavo. È un tema che ricorre spesso nei romanzi perché per me rappresenta il grande enigma umano, quello che ci rappresenta. L'uomo ha dentro di sé un avversario con cui combatte, se vogliamo è la lotta tra il bene e il male».

King ha scritto che la letteratura è tradimento. Wallace che è andare oltre l'imbarazzo di ciò che non si vorrebbe raccontare. Per lei cos'è? «C'è un racconto ne "L’imitatore di voci" di Thomas Bernhard in cui si parla di un ballerino molto celebre. Questo danzatore riusciva a realizzare dei passi incredibilmente acrobatici mandando in visibilio la platea.

Un giorno si chiese com'è che riusciva a farlo e da quel momento non riuscì più a conseguire quei passi. Allo stesso modo lo scrittore se si domanda perché scrive va a finire che non scrive più. Nel mio caso direi che è una passione nata nell'infanzia perché esco da questo mondo per indagare altri mondi possibili e reali».

E soprattutto che lo scrittore può controllare... «Certo. Come quei sogni lucidi, ma sorvegliabili».

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