Trieste, addio ad Alfredo Lacosegliaz

Alfredo Lacosegliaz in scena con lo spettacolo “La maga”

Morto a Trieste il musicista che aveva portato per primo i suoni balcanici in Italia

TRIESTE «Alfredo Lacosegliaz - ha detto una volta Moni Ovadia - è quello che mi ha introdotto, quasi quarant’anni fa, alla musica balcanica. E gliene sarò sempre grato. Spero che Trieste prima o poi lo onori come si deve...».

Dovrà farlo ora che il musicista triestino, classe 1953, se n’è andato. Se n’è andato ieri a Trieste, maledettamente troppo presto, lasciandoci un’eredità culturale, musicale e umana molto importante. Lacosegliaz è stato per oltre quarant’anni un protagonista di primissimo piano della scena musicale triestina. Un anticipatore dell’interesse per la musica balcanica, per le contaminazioni che guardavano a Oriente, per i ritmi dispari così poco praticati in Occidente.

Comincia da ragazzo, nei primissimi anni ’70, nel gruppo Mahayana Trans, lo spettacolo “Happiness” ispirato al movimento hippy, tante registrazioni alla Rai regionale e a Radio Capodistria. Ma il rock gli sta stretto. È naturalmente curioso di generi, stili, strumenti. La musica popolare fa parte del suo dna. Nel ’76 pubblica con I Giorni Cantati (“canzoniere popolare”, recitava il sottotitolo...) l’album “Trieste contro”. Per il debutto solista deve aspettare solo un anno, quando a Milano pubblica per la Cooperativa L’Orchestra l’album “L’orco feroce”. Nel ’79 segue “Triaca oder drek”.

Nel frattempo Moni Ovadia - che non è ancora diventato il massimo divulgatore della cultura yiddish in Italia - lo vuole nel Gruppo Folk Internazionale, con cui realizza gli album “Il nonno di Jonni” e “Le mille e una notte”, e con cui va in tournèe in mezza Europa. Nell’81 il gruppo cambia nome, diventa Ensemble Havadià: escono l’album omonimo e poi “Specchi”.

Ma sono anni pieni di stimoli, Alfredo è uno curioso. Collabora con Wolf Biermann, con la Scalcinata Compagnia Solfrini, ma anche con Sergio Bardotti, Anna Identici. Nell’89 è al Festival dei Due Mondi a Charleston, nel Sud Carolina, con la Compagnia Marionettistica Carlo Colla e figli e lo spettacolo “The legend of Pocahontas”.

Il lavoro per il teatro diventa sempre più importante. Nel ’90 è a Rabat, in Marocco, per il progetto “Le voyage en bateau”, con attori e musicisti dell'Azerbaidjan, dello Zaire, della Corea. Realizza “Est Est Est”, disco e spettacolo, con libere interpretazioni di danze, ritmi e stili musicali suggeriti dal Medio Oriente. Va in tournée (Roma, Berlino, New York, Parigi, Cracovia...) con Moni Ovadia, ormai decollato, e il suo “Golem”. Un altro suo disco s’intitola “Reset”, opera da lui definita “di mistilinguismo musical/verbale”.

Dunque teatro, ma anche cinema. Nel ’94 firma la colonna sonora del film “Senza pelle”, di Alessandro D'Alatri. Compare come musicista/attore in “La vera storia di Antonio H.” di Enzo Monteleone e in “Dov’è Yankel?” di Paolo Rosa, presentati al Festival del Cinema di Venezia. Scrive le musiche per “Facciamo Paradiso” di Mario Monicelli.

È di nuovo con Moni Ovadia nel “Dibbuk” e in “Ballata di fine millennio”. Sue le musiche per “Madre coraggio di Sarajevo” al Piccolo Teatro di Milano e per “Il caso Kafka”, regia di Roberto Andò. Ogni tanto esce un suo disco: nel ’98 “Dom Taty Tomka”. A cavallo fra il vecchio e il nuovo millennio è attivissimo. Scrive le musiche per “Trieste, ebrei e dintorni”, di Moni Ovadia, che apre una stazione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, al Rossetti di Trieste. Michele Santoro si accorge di lui e gli chiede le musiche per i suoi programmi “Circus” e “Sciuscià”, con partecipazioni dal vivo assieme al Patchwork Ensemble.

Ancora dischi: “WindRose” (tratto dall’omonimo spettacolo di “varietà etnico”) e “Matàda” (da lui definito «blues in scale orientali in dialetto triestino»). Ancora spettacoli, ancora collaborazioni: “Ascoltando immagini in paesaggi sonori”, “La ballata di Franz” (che debutta al Mittelfest), “Un triestino d’Irlanda”. Nel 2005, ancora per il Mittelfest, produce la “Cergoleide”, prima proposta di spettacolarizzazione poetica su testi di Carolus Cergoly. Di cui tanti anni prima aveva musicato “Fuma el camin” (“de la Risiera, del lager de Mauthausen grande fradel...”).

Lacosegliaz sembra quasi invaso da una fretta creativa. Attorno al 2010 escono i dischi “Panduro” e “Hypnos”. Poi “Dunje Ranke”, complemento dell’audiolibro “La cotogna di Istanbul”, di Paolo Rumiz, con cui realizza l’adattamento teatrale, portato in vari festival.

Gli ultimi lavori: “L’insostenibile arte della guerra”, “installazione semi-tragica in tecnica multivideo” rappresentata al Mittelfest e al Peace Event di Sarajevo; “La sposa di Sarajevo e Ahmet Jusuf”, spettacolo in italiano e bosniaco tratto da una novella di Novak Simic.

Seppur provato dalla malattia, ha lavorato fino all’ultimo. Stava preparando nuovi progetti. Poche settimane fa aveva curato a distanza la messinscena dello spettacolo “MultiKulti”. Perchè la musica è stata sempre la sua vita. Ciao Alfredo.

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