Davide Rondoni accusa «È colpa della scuola se i giovani non leggono»

di ROBERTO CARNERO Mentre un nuovo anno scolastico sta per iniziare, si riaccende la polemica. Dopo la legge sulla “buona scuola”, varata l’anno scorso, il poeta e scrittore Davide Rondoni scrive un...

di ROBERTO CARNERO

Mentre un nuovo anno scolastico sta per iniziare, si riaccende la polemica. Dopo la legge sulla “buona scuola”, varata l’anno scorso, il poeta e scrittore Davide Rondoni scrive un pamphlet, in uscita giovedì, intitolato “Contro la letteratura. Un'accusa e una proposta” (Bompiani). Si tratta di un j'accuse molto duro, ma anche ben argomentato, su come la scuola riesca in molti casi a far odiare cose belle come la poesia, i romanzi, l'arte in genere. Questo a causa di un modo di insegnare arido e vetusto, che non sa trasmettere ai ragazzi la necessaria passione.

Rondoni, il sottotitolo del suo libro è "Un'accusa e una proposta". Cominciamo dall'accusa, qual è?

«La scuola allontana la gente dalla poesia e dall'arte. L'Italia ha uno degli indici di lettura più bassi del mondo industrializzato: soltanto il 42 per cento della popolazione legge almeno un libro all'anno. Siamo i penultimi in Europa. Si dice che la colpa sia della tv, di Internet, dei social-network, dei videogiochi. Certo, può essere vero. Ma non credo che la scuola sia immune da responsabilità per il fatto che non è in grado di suscitare il piacere di leggere. Dante, Leopardi, Manzoni sono nomi che evocano ai giovani perlopiù noia o astrusità, invece che amore per l'avventura della vita e senso dell'infinito. Il gran dispendio di soldi, persone, energie a scuola sembra non generare, se non minimamente, gusto e abitudine alla letteratura».

E la proposta?

«Cambiare metodo di insegnamento, puntare sulla bravura di insegnanti, e sulla libertà necessaria sempre nell'esperienza estetica. Senza questo senso di libertà non si apprende l'abitudine a nutrirsi delle creazioni artistiche».

Nel suo libro propone un diverso metodo di insegnamento..

«Mi riferisco soprattutto alla scuola secondaria superiore. Il dirigente incarichi un docente specificamente formato a condividere la bellezza di leggere poesie e prose. Costui faccia come vuole. Mescoli le classi, parta dal contemporaneo o dall'antico, veda lui. Poi dopo sei mesi, si chieda quanti ragazzi vogliono proseguire. Se più dell'80 per cento accetta, bene. Se no, quel docente deve cambiare mestiere. E la storia della letteratura si faccia nel programma di storia, come è giusto che sia. Nelle ore di letteratura si leggano le opere e basta».

Non crede che sia un po' utopistica l'idea di rendere facoltativo l'insegnamento della letteratura?

«È un'idea di metodo, non una provocazione. Non posso concepire un docente di letteratura che non sappia leggere in maniera espressiva ad alta voce una poesia o un brano di romanzo. Costui o costei, se è così, ha evidentemente sbagliato professione».

Lei insiste sull'importanza per i ragazzi di una "lettura esistenziale" delle grandi opere della tradizione letteraria...

«A scuola non bisogna formare tanti piccoli critici letterari, ma dei lettori consapevoli. Un ragazzo si può interessare a un libro se vi trova elementi che si legano alla sua esperienza di vita, alle sue aspettative, ai suoi sentimenti».

Nel suo libro usa parole a tratti molto dure nei confronti dei docenti. Che cosa rimprovera loro?

«Di non puntare su ciò che amano veramente, l'arte e la libertà, ma di ridurre queste cose a un compito scolastico. Spesso mi presentano come uno che ce l'ha con gli insegnanti di letteratura. Non è vero, li stimo. Ma chiedo loro di non arroccarsi sul già stabilito e saputo».

La prima edizione di questo saggio che ora esce aveva suscitato polemiche, nonché l'interruzione dei suoi rapporti con l'editore. Come mai?

«Il libro scatenò polemiche e discussioni e forse il primo editore, Il Saggiatore, ebbe paura, al punto di farlo sparire. Eppure i temi che affronta vengono sollevati da tanti in tutto il mondo, come Tzvetan Todorov o Daniel Pennac. Per fortuna ora Bompiani lo ripubblica ancora più forte e documentato».

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