Così la divorziata Lou fa prigioniero il cuore del soldato Apollinaire

“Ti amerò di un amore nuovo”: il celebre epistolario tra il poeta e la disinibita e brillante Louise de Coligny

di MARY B. TOLUSSO

Questo è un libro che non dovrebbero leggere i maschi con inclinazione artistica. O i grandi libertari. Pena: la mortificazione. È una intensa dichiarazione d'amore, uno degli epistolari più vivaci prodotti dai sentimenti eccessivi di eccessivi personaggi. Nell'occasione, . “Ti amerò di un amore nuovo” (L'Orma editore, pag. 128, euro 8,50) è una sinfonia di baci e di addii nelle lettere del più rivoluzionario poeta francese del Novecento, Guillaume Apollinaire. Il contesto per le grandi passioni è quello giusto: estivo per intenderci. Ed è agosto infatti quando Gui apprende un'altra notizia di forte tensione. E cioè che la Germania, il 3 agosto del 1914, dichiara guerra alla Francia. Ovviamente l'avanguardista scalpita, fa domanda di arruolamento e si immagina tenente di artiglieria. Lui vuole combattere, soprattutto rischiare com'è nelle corde dei poeti. Ma le pratiche per essere ammessi alla scuola di allievi ufficiali vanno per le lunghe. Non è da Apollinaire stare in una Parigi caotica e accaldata ad attendere tutte le lungaggini burocratiche per cui, con l'amico Henri Siegler-Pascal, fa le valigie e parte per Nizza. Una vacanza prima della guerra, un piano perfettamente legittimo anche se Guillaume non sa che lì, nella Vecchia Nizza, ci sarà un'altra battaglia ad attenderlo, che lo accompagnerà per tutto il suo primo anno da soldato. La noia, si sa, è un'altra costante fissa dei poeti. Tanto più che il nostro era in preda al vuoto sentimentale. L'amico Picasso gli aveva presentato la pittrice Marie Laurencin, una bella storia d'amore, ma ormai era finita. Che fare? Perché un poeta senza emozioni è come un temporale senza fulmini, gli manca qualcosa, anzi gli manca proprio ciò che per eccellenza è definito come una costante mancanza, l'amore appunto, quello che agli animi più nobili non basta mai.

Ed è per noia quindi che una sera accompagna l'amico a pasteggiare nella Vecchia Nizza, al ristorante Boutteau, allo stesso tavolo di Louise de Coligny-Chatillon, la donna di cui si innamorerà. La sera stessa i due si ritrovano a fumare oppio in casa di un amico, un comandante di marina con aspirazioni di scrittore. Gli invitati sono tutti marinai e artisti, facile immaginare il clima, oggi al massimo in tali convivi gira un po' d'assenzio. Ma siamo nella Vecchia Nizza, uno dei luoghi più seducenti quanto a bellezza accompagnata da un tocco di intellettualità. E siamo in estate, agosto 1914. E accanto ad Apollinaire c'è lei, Louise: divorziata, disinibita, brillante. Come poteva andare a finire? Guillaume tra i fumi d'oppio è preso dall'incantamento e nel giro di una notte le dichiara il suo amore. Non passano neanche 24 ore che le scrive la lettera che darà vita all'inizio del celebre epistolario. E però, lungi dal rifiutare questa corte, Louise ha le idee chiare, che sa mettere perfettamente in pratica, altro che 68, libertarie alla riscossa e grandi proclami di indipendenza, salvo rimanere suddite di un innamoramento. Le donne vere allora lo erano con grande “responsabilità”, erano autentiche, non avevano da servire un'ideologia o da assumere uno status politico. Tutta la libertà agognata faceva parte di un dna che andava ad assecondare esclusivamente la propria volontà.

E Louise, in tal senso, non perde un colpo. Avverte subito il poeta che le piace di non crearsi assolutamente delle aspettative. Come fa con tutti i suoi amanti, mette in chiaro che il suo cuore appartiene a un artigliere che sta in Lorena (che conosciamo con il nome di Toutou), ma lei sicuramente non ha bisogno di un uomo che le stia sempre accanto. Soprattutto ci tiene a mettere al corrente Gui che frequenta diversi amanti e che “nessuno di loro”, come scrive Lorenzo Flabbi, curatore dell'edizione, "può vantare su di lei alcun diritto di proprietà". E qui inizia il bello. Perché cosa può fare un artista di fronte a tali dichiarazioni libertarie? Da che mondo è mondo questo è sempre stato il proclama delle menti più creative. E poi, diciamocelo, come nelle donne pure negli uomini c'è quella furbizia che fa dire al proprio narcisistico ego: va bene, tanto poi si innamorerà di me e dimenticherà tutto il resto. Nel caso di Guillaume Apollinaire però, da ciò che conosciamo per biografia e opere, la sua replica deve essere stata sincera e anzi, per fare ancora più bella figura di lei, la incoraggia in questa sensibilità così aperta, sottolinea che non è assolutamente geloso del suo “mazzolino di fiori” (così Louise soleva chiamare il suo harem al contrario) e che ciò che gli sta a cuore è solo la sua felicità. Ed è l'inizio della commedia.

Nonostante la guerra, l'attesa al fronte, il cuore di Gui schizza in orbita e le lettere - dal settembre del 1914 al gennaio del 1916 - sono un esubero di emozioni e sessualità. E possiamo immaginare con quanto ardore, per chi abbia letto “Le undicimila verghe”, pubblicato anonimamente dal poeta nel 1907. Louise ha tutte le caratteristiche per rendere reale quella storia e Apollinaire può immaginarsi nei panni del principe Mony Vibescu, con la sua Alexine alla ricerca di uno sfrenato piacere. E infatti l'epistolario amoroso non ci risparmia particolari degni del Marchese de Sade, un vero manuale di Bdsm che a confronto la povera E.L. James ci pare una dilettante. Louise si presta a quel gioco di schiavitù con grande passione, tanto, chi se ne frega, la vera padrona è lei.

E qui, bisogna ammetterlo, iniziano le sequenze dotate di humour involontario, perché è anche vero che un maschio che ha conquistato il letto di una donna ha dalla sua un carico di vanità che della realtà gli fa capire poco. Insomma mentre il poeta manda lettere su lettere in cui non ci sono termini per descriverne l'innamoramento, convinto di possedere la sua personalissima schiava, lei ricambia per iscritto e fa un po' quello che vuole, soprattutto pesca altri fiori nel suo mazzo, primo tra tutti il caro Toutou. Lui naturalmente acconsente, sempre più piegato nell'anima e frustrato nel cuore. Ma caspita, c'è da capirla. Lui ha l'amore in bocca ogni due righe, una vera e propria noia! Altro che master da undicimila verghe, è tutto un “Mia rosa”, “Mia perla”, “Mia vita”, tanto che a gennaio lei inizia a essere un po' freddina. E il nostro artista libertario va in paranoia, oseremo dire uterina. Sono piuttosto lontani i giorni in cui le consigliava una grande libertà d'azione, bella forza finché non si è innamorati. Invece ora pretende una lettera al giorno e, ancora più piegato dalla frustrazione, tenta pure la carta di diventare grande amico di Toutou. E il 3 gennaio lo vediamo scrivere quelle cose tristi che di solito ci immaginiamo negli ultimatum muliebri, in sintesi: non posso competere con la bellezza dei ragazzi più giovani, quindi se non mi vuoi più e mi prendi in giro dimmelo subito. Insomma quei ricattini in cui l'unica replica possibile è: vuoi scherzare? tu sei l'uomo della mia vita.

Risposta che Louise si guarda bene dal dare. Povero. Dissanguato dalla gelosia più che dalla guerra. Perché intanto Apollinaire è al fronte e, non dimentichiamo che sentimentalismi a parte, rimane sempre un altissimo poeta. In trincea pensa a Louise, ma anche a ciò che vede e gli fa dire cose davvero memorabili: “Trovo buffa la guerra come lo è la pace”, oppure “Il mestiere di poeta assomiglia a quello delle puttane poiché anche noi prostituiamo in pubblico i nostri sentimenti”. Avesse usato la stessa lucidità per l'amore, forse la sua Lou sarebbe riuscito a conquistarla. Un percorso di lettere a tratti lirico, soprattutto quando Apollinaire descrive il mondo più violento in cui si imbatte e che, straordinariamente, descrive con leggerezza. E non si può non sorridere quando, perduta ogni speranza, trova il coraggio di dire: “Soffro un po' a essere sempre l'ultima ruota del tuo carro”. Una bella differenza dall'inizio dell'epistolario e da quella lirica in cui Gui canta: “L'assenza quando si ama non ha nessun valore”, tanto per dire, ciò che i poeti scrivono mica è ciò che davvero pensano. Ma sono le belle parole a fregarli. E in fondo, non è mica male.

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