Le antenate delle escort portavano le mutande ma mostravano i piedi

di Arianna Boria Boxer di sinistra e mutande di destra? Periodicamente questa disputa ideologica sull’intimo maschile compare nelle riviste di moda, attizzando il dibattito, di solito nei già...

di Arianna Boria

Boxer di sinistra e mutande di destra? Periodicamente questa disputa ideologica sull’intimo maschile compare nelle riviste di moda, attizzando il dibattito, di solito nei già roventi mesi estivi, sulle preferenze in fatto di biancheria di politici e personaggi pubblici. Ma il binomio tra lingerie e schieramenti non è un’invenzione dei giorni nostri. Nell’Ottocento la disputa si giocava sulle mutande femminili, a fronti capovolti. I progressisti le apprezzavano e i conservatori le respingevano. I precursori del socialismo, come il conte Henri de Saint-Simon, le consideravano un aiuto all’emancipazione femminile, mentre le suore orsoline vietavano alle ragazze di inserirle nei corredi da portare in collegio, giudicandole peccaminose.

Pochi altri capi hanno suscitato lungo i secoli così viscerali condanne o entusiasmi, rifiuti o adesioni. Nel medioevo non le portava nessuno, nè uomini nè donne, con conseguenze rischiose per promiscuità e igiene. Non solo. L’assenza di biancheria intima costrinse nel Cinquecento a commutare in altre forme di estremo supplizio la condanna a morte per impiccagione comminata alle donne, per evitare che i passanti sbirciassero sotto le gonne dei cadaveri appesi, oppure a infilare le malcapitate in pantaloni o in sottane cucite sul fondo prima di farle penzolare. Vale lo stesso per gli uomini, cui il cappio al collo produce conseguenze ancora più fastidiose, almeno da morti, come eiaculazione o erezione prolungata, tant’è che i criminali non venivano mai impiccati con i genitali nudi. Lo testimonia un particolare dell’affresco “San Giorgio e la principessa”, nella chiesa di Sant’Anastasia a Verona, dove i due uomini appesi alla forca sono provvisti dal Pisanello di adeguate mutande.

Delle oscillazioni di storia, politica e costume in fatto di lingerie dà conto Alessandro Marzo Magno, scrittore e giornalista, in uno dei capitoli più gustosi del suo nuovo “Con stile” (Garzanti, pagg. 195, euro 18,00), una sorta di ricognizione tra gli abiti, gli accessori e le pratiche estetiche e igieniche che hanno interessato nei secoli le diverse parti del corpo, dalla testa ai piedi. Il libro verrà presentato dall’autore oggi, proprio nel giorno dell’uscita, alle 18 alla libreria Lovat di viale XX Settembre e, il 29 aprile, alla profumeria Belle et Beau di via XXX ottobre 6/b a Trieste.

Arrivando dalle parti del bacino, non si poteva che registrare le vicissitudini delle mutande, adottate nel Cinquecento dalle dame di alto lignaggio per evitare gli inconvenienti delle cadute di cavallo, ma poi abbandonate. Piacevano di più alle signore francesi. Maria Stuarda, cresciuta alla corte parigina al tempo di Caterina de’ Medici, pose la testa sul ceppo indossandone un paio di fustagno bianco, alla moda d’oltralpe. Le cortigiane, al contrario, ne andavano pazze, come attestano gli inventari compilati alla loro morte, dove le “braghesse”, così le chiamavano a Venezia e Ferrara, erano tessute con fili d’oro e d’argento, o in colori accesi come quelle “di raso paonazzo ricamado d’oro” che furono catalogate tra i beni di Paulina Povesin Vignon (1606), escort di classe.

Per quanto lunghe e orlate di merletti, secondo il figurino pubblicato nel Journal de Mode nel 1807, le mutande non convincevano le signore, che le ritenevano capo per ballerine e prostitute, mentre nella pudibonda Inghilterra vittoriana venivano addirittura definite “le innominabili”. Sarà l’Ottocento, con le crinoline di ferro che allargano e sollevano le gonne ad ogni passo, scoprendo le gambe fino al ginocchio, a sdoganare i mutandoni anche nei collegi come “custodi di virtù”.

Dalla fine del secolo in poi nessuna signora ne può più fare a meno e i modelli sono sempre più raffinati e preziosi. «Mi piacerebbe - scrive, da Trieste, James Joyce alla moglie Nora - che portassi mutande con vari strati di pizzi sovrapposti che risalgono dalle ginocchia in su per le cosce, e con nastri grandi rossi: non le mutande da collegiale con un bordo sottile di tristi merletti, aderenti alle gambe e così fini che la carne traspare, ma mutande da donna (o se preferisci la parola) da signora, con un fondo largo e abbondante, e le gambe ampie, tutte pizzi e nastri e merletti, e cariche di profumo».

Se le mutande femminili vivono alterne fortune, i peli superflui, dall’età romana a oggi, sono una costante da eliminare. Addirittura il trattato di cosmesi “L’armonia delle donne” di Trotula de Ruggiero, colta nobildonna salernitana vissuta nell’XI secolo, si apre con preparazioni depilatorie, a testimonianza dell’attenzione data al problema. Che, peraltro, veniva affrontato in maniera piuttosto radicale, con una pomata a base di calce viva, corredata, in caso di uso azzardato, da un apposito unguento antiustioni. Delle pratiche depilatorie esiste un curioso e poco conosciuto bassorilievo del XII secolo, conservato, in posizione defilata, al Museo Sforzesco di Milano, raffigurante una donna che con una mano si tiene sollevata la gonna e con l’altra si taglia i peli pubici utilizzando una grossa forbice.

Il bassorilievo si trovava murato nell’arco della Porta Tosa, uno dei dieci varchi nelle mura milanesi, e proprio dalla raffigurazione della ragazza (tosa, in dialetto) intenta a depilarsi, avrebbe tratto il suo nome. Una leggenda vuole che si tratti della moglie di Barbarossa e che il suo fosse un gesto di scherno rivolto ai milanesi, sconfitti dal marito nel 1162. Un’altra storia, di segno opposto, racconta che una popolana, radendosi il pube, abbia distratto i soldati dell’imperatore e favorito una sortita contro di lui. Tutto suggestivo ma falso, perchè, se la depilazione è pratica antica, delle origini del bassorilievo non si sa nulla.

Dai cappelli ai tacchi, passando per petto, tronco, braccia, bacino e gambe, intrecciando storia e aneddoti, luoghi e personaggi, Marzo Magno ci guida in un viaggio leggero ma accurato su come l’Italia ha vestito e svestito il mondo, ma anche sulle origini delle trasformazioni e decorazioni del corpo. Sulla tintura dei capelli, per esempio, ci vengono in soccorso sia la solita Trotula, con un lavaggio a base di mallo e corteccia di noce, allume e polvere di ghiande di quercia, sia, cinque secoli dopo, l’udinese Eustachio Celebrino che, nel 1526, pubblica “Venusta”, considerato il primo trattato di cosmetica a stampa di epoca moderna, in cui descrive una “acqua de bionda per capelli perfettissima” e molti altri rimedi - che ci dimostrano come la ricerca della bellezza segua sempre gli stessi percorsi - per eliminare le rughe, sbiancare i denti, togliere le macchie del viso e lenire le ustioni solari. C’è anche una ricetta “ad restringendum vulva” dedicata alle cortigiane giustamente preoccupate di tonificare la parte del corpo che dà loro da vivere. In fatto di mastoplastica, poi, la chirurgia moderna ha certo perso in poesia rispetto ai seni artificiali in pelle di camoscio, raso imbottito e caucciù in vetrina all’Esposizione universale di Anversa del 1885, dove viene presentato l’antesignano delle protesi, il “Mammif”, una coppia di mammelle posticce adattabili al corsetto e gonfiabili a volontà.

Per le scarpe funziona all’opposto rispetto alle mutande: le donne caste coprono il piede, le prostitute lo scoprono, perchè mostrare le estremità è simbolo di libertà sessuale. Quanto ai plateau dell’epoca, i “calcagnetti” (che arrivano a 60 e 50 centimetri, come gli esemplari custoditi al museo Correr di Venezia e al museo Bardini a Firenze, probabilmente mai utilizzati), non servono a camminare nell’acqua alta, ma a ostentare ricchezza (pensate alla stoffa aggiuntiva per far toccare terra ai vestiti), privilegio (non si poteva certo far nulla a quell’altezza) e la disponibilità di servitori, indispensabili per appoggiarsi sulle loro spalle ed evitare di franare a terra. Per la monaca benedettina scrittrice Arcangela Tarabotti, vissuta a Venezia nella prima metà del secolo XVII, l’altezza delle calzature simboleggia la superiorità spirituale femminile. Agli uomini, però, interessa piuttosto l’utilizzo dei calcagnetti come strumento di controllo sulle femmine di casa. Quando la moda comincia a declinare, infatti, un anziano senatore veneziano, nel 1655, chiede di far alzare per legge la misura delle “zeppe”, in modo che mogli e figlie non possano circolare liberamente. «Tutte le feste - si rammaricava - avebbero voluto per sè, trascurata la casa, et il mal governo avrebbe posto in scompiglio la famiglia».

twitter@boria_a

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Video del giorno

Trieste, la pulizia dei fondali chiude Mare Nordest

Barbabietola con citronette alla senape e sesamo

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi