Sembrava tutto finito nel 1920, ora risorge il Narodni Dom

Una cartolina storica con il Narodni Dom (oggi sede del Dipartimento di scienze giuridiche e del linguaggio) sulla sinistra

La storia di uno dei centri vitali della comunità slovena e triestina ricordata in una mostra permanente alla Scuola interpreti

TRIESTE Dal 1904, quando è stato costruito, fino a oggi, il Narodni Dom è nato e rinato più volte e in particolare - prima di essere bruciato nel 1920 - ha rappresentato uno dei centri vitali della comunità slovena e triestina.

Da albergo a ristorante, a teatro, a banca, a tipografia, fino a diventare oggi una delle sedi dell’Università di Trieste. Per ricordare a tutti gli studenti, ma anche ai passanti le molteplici iniziative e strutture (a partire dai progetti dell’architetto Max Fabiani che ha costruito il palazzo) che il Narodni Dom ha ospitato in questo secolo, oggi alle 17 verrà inaugurata la mostra permanente “ND110” all’ingresso dell’attuale sede della Scuola superiore per interpreti e traduttori, realizzata dall’associazione Slovenski klub, che racconterà pezzo per pezzo un secolo di storia.

Otto pannelli infatti, che saranno posti sulle due colonne di granito presenti nello spazio (una delle poche testimonianze del progetto di Fabiani), riepilogheranno la storia dell’allora centro polifunzionale attraverso testi e materiale fotografico, ma anche con testimonianze artistiche come ad esempio il quadro di Vito Timmel oppure la testimonianza dello scrittore Boris Pahor, che da bambino assistette al rogo del 13 luglio 1920, data in cui gli estremisti fascisti diedero alle fiamme il Narodni Dom.

Tale materiale, minore rispetto a quello che è andato bruciato durante l’incendio, è in parte anche inedito e proviene dalla Biblioteca nazionale slovena e degli studi di Trieste, partner dell’iniziativa, dal Ginnasio vescovile di Vipacco (in Slovenia) e da archivi privati.

«Il progetto - ha spiegato Maria Teresa Bassa Poropat, presidente della Provincia e assessore alla Cultura, che ha finanziato il progetto - è stato presentato in occasione del bando della Provincia volto alla valorizzazione della cultura e dei siti del nostro territorio. L’associazione Slovenski klub si è trovata numerosissimi partner, uno dei segnali che noi volevamo dare con i nostri bandi sulla cultura, cioè che ci sia una partecipazione di almeno tre soggetti». E questo scopo lo Slovenski klub l’ha realizzato appieno, poiché ad affiancarlo nel progetto “ND110”, oltre alla Biblioteca nazionale slovena, c’è anche l’associazione Cizerouno, con il contributo della Fondazione Sklad Libero e Zora Polojaz e della Fondazione benefica Kathleen Foreman Casali.

«Questo è tra i progetti migliori presentati - ha aggiunto la Poropat - perché riesce a valorizzare un pezzo importante della cultura di questa città: il Narodni Dom ha rappresentato il nostro territorio, la solidità economica e culturale della comunità slovena ed era frequentato da cechi, croati, slovacchi, serbi e membri di altre comunità che vivevano nel principale porto dell’impero austroungarico. Quindi - ha concluso la presidente - si trovava in una concezione estremamente moderna, in uno spazio polifunzionale all’epoca, che rientra nella filosofia di una città che è stata sempre aperta».

«Ma il progetto non è giunto al capolinea» ha commentato Poljanka Dolhar, presidente dello Slovenski klub. Il progetto subirà infatti diversi aggiornamenti ed è affiancato da un sito web (narodnidom.eu), che è già attivo. Un’iniziativa quindi che diventerà «uno strumento di comunicazione con il territorio» ha affermato la Poropat. Questo pezzo di storia della nostra città inoltre entrerà a far parte degli itinerari sloveni, che si stanno realizzando anche da un punto di vista turistico. A dare un’idea ancora più veritiera rispetto a come si presentava l’edificio all’epoca c’è il rendering della tesi di laurea sul Narodni Dom realizzato da Massimiliano Blocher, a cui si aggiunge un altro elemento multimediale che accompagnerà la mostra, cioè un video che trasmetterà giorno e notte sul lato strada del palazzo diversi materiali iconografici» ha spiegato Dolhar.

Ad aderire fin da subito al progetto anche l’Università di Trieste, «per ricordare quello che è stato e non cadere più nell’inganno di farsi trascinare verso gli estremismi» ha sottolineato il rettore Maurizio Fermeglia, il quale ha voluto rimarcare il suo impegno nel portare l’edificio alla graduale restituzione alla cultura slovena e non solo.

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