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Il ritorno di Ugo Pagliai: quando la tv era "cult"

L’attore porta oggi a Trieste “Dipartita finale” con Franco Branciaroli e Gianrico Tedeschi

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Ugo Pagliai 

TRIESTE Qualche anno fa era un personaggio ispirato agli ultimi giorni di vita di Samuel Beckett in “Wordstar(s)” di Vitaliano Trevisan, con Paola Gassmann. E soprattutto Estragone in “Aspettando Godot” con la regia di Marco Sciaccaluga (Eros Pagni era Vladimiro), nel 2011 in scena anche a Trieste, che gli valse il premio come miglior attore degli Olimpici del Teatro.

Adesso Ugo Pagliai si è nuovamente immerso in atmosfere beckettiane grazie al testo di Franco Branciaroli “Dipartita finale”, da lui scritto per il Festival La Versiliana nel 2014. I due attori ne sono protagonisti assieme al grande Gianrico Tedeschi e a Maurizio Donadoni. Prodotto dal Ctb Teatro Stabile di Brescia con il Teatro de Gli Incamminati, che sarà in replica al Politeama Rossetti fino a domenica 7 febbraio.

Ugo Pagliai al Rossetti: saluto a Trieste

Pagliai, tra gli interpreti della fiction “Rimbocchiamoci le maniche” con Sabrina Ferilli, in onda prossimamente su Canale 5, è stato l’indimenticato protagonista di uno sceneggiato diventato un cult, ai tempi della televisione in bianco e nero, raggiungendo i quindici milioni di telespettatori: «“Il segno del comando” è un’arca di brividi, in uno stile d’epoca», ha scritto Italo Moscati. Nella sua città natale, Pistoia, l’attore toscano è nella giuria del “Premio Vallecorsi”, dedicato alla drammaturgia.

Tre barboni in una baracca sulle rive di un fiume, forse del Tevere, sono i personaggi di “Dipartita finale”, un titolo in cui è facile cogliere un’allusione a “Finale di partita” di Beckett, messo in scena anche da Branciaroli. Pol (Pagliai) è disteso a letto, forse è cieco, e sottopone Pot (Tedeschi) a ogni tipo di vessazione, mentre il Supino crede di essere Eterno, Immortale. La morte, nei panni di Totò menagramo, li va a trovare impugnando la falce.

«È molto difficile capire la storia, - dice Ugo Pagliai - anche perché non esiste una storia. Ma questo ci dà la possibilità di trovare delle atmosfere e delle profondità in queste parole astratte che vengono dette. C’è il coinvolgimento di due clochard, che possono anche ricordare Vladimiro e Estragone di “Aspettando Godot”. La solitudine era alla base della commedia di Beckett e credo lo sia un po’ anche qui. Il tema è la morte, ma non solo. Si parla di brandelli di vita vissuta, di memoria, di religione, di frasi filosofiche, anche shakespeariane».

Seguendo quale traccia?

«Un cercare nella propria vita disperata, da parte di questi uomini, la ragione per vivere o per morire. Ci sono anche delle sfumature divertenti nelle battute, nelle situazioni. Come il fatto che i ricchi hanno la possibilità di andare in altri pianeti, per cui i due clochard rimangono in questa terra ormai bruciata che non produce più nulla. Sperano nelle tempeste che li portino via, ed è un chiaro riferimento alla Bibbia, a Noè».

Cosa le piaceva in questo spettacolo?

«Ho voluto farlo anche con il desiderio di guardare e di vivere insieme a Gianrico Tedeschi. Perché ha novantasei anni! Ha ancora una voce squillante, e indubbiamente è quello che si muove più di tutti in scena. È la tipica espressione beckettiana di un essere umano, dice delle frasi astratte con uno sguardo così disperato e così pieno di vita che è una cosa meravigliosa. È piegato su se stesso, però nonostante questo c’è una fiamma dentro di lui che è difficilissimo spegnere. È un’energia pazzesca, e io me la godo un po’ ogni sera».

E in “Aspettando Godot”?

«“Aspettando Godot” è una commedia fantastica, perché i personaggi di Beckett sono così astratti, così pregni di significato e, nello stesso tempo, hanno lo sguardo vuoto, il deserto assoluto dentro di sé, però anche se ci può essere una conflittualità, si ricordano delle passioni, dell’amore, della fratellanza, dei legami affettuosi con le persone».

Quel lontano 1973 al Politeama Rossetti...

«Ho fatto Raskól'Nikov in “Delitto e castigo” con la regia di Sandro Bolchi. La riduzione del romanzo era di Dante Guardamagna. Uno spettacolo grandioso, curato nei minimi particolari, c’erano tantissimi attori straordinari e bravi che venivano dalla vostra scuola di teatro. Raskól'Nikov è un personaggio meraviglioso, ma nello stesso tempo terribile, disperante. Paola aspettava Tommaso, nostro figlio, e io avevo paura di trasmettergli qualcosa di quelle mie furiose visioni. E mi ricordo ancora che, quando portammo lo spettacolo a Pistoia, mia madre disse: “Bambino mio, tu sei bravo, ma sei vestito così male!”».

Come ha vissuto il passaggio dai grandi sceneggiati televisivi del passato alle fiction di oggi?

«Ho fatto delle partecipazioni a diverse fiction, ma è completamente diverso. Nel “Segno del comando” alla macchina, per le riprese esterne, c’era Vittorio Storaro. Lavoravano per la televisione persone importanti che poi hanno fatto la storia della fotografia, la storia del cinema. Gli stessi dirigenti della Rai sapevano che dovevano rivolgersi a un pubblico molto vasto, anche perché allora c’erano soltanto due reti. “Il segno del comando” aveva un’audience al 98 per cento».

In quegli anni erano gli attori di teatro ad animare gli sceneggiati, oggi avviene il contrario.

«E c’era la volontà di smussare i toni teatrali, perché indubbiamente in teatro bisognava portare la voce per farsi sentire. In televisione, come nel cinema, bisogna interiorizzare in un modo molto sentito, per cui certe battute devono avere il contorno non della didascalia, ma dell’espressione, del viso, della postura. È uno studio per poter comunicare sempre qualcosa di autentico, di vero».

È cambiato il modo di girare?

«Adesso ognuno vuol fare l’opera d’arte, ma non ci sono i tempi giusti nelle fiction per farla. Perché la sera bisogna portar a casa il girato, e se non fai quel minutaggio che è stato stabilito bisogna recuperare. Per cui si va sempre di corsa. Con Daniele D’Anza provavamo le scene nelle sale della Rai, da una parte o dall’altra. E quando stavamo sul set avevamo già in mente un percorso interpretativo».

Qualche ricordo?

«Nel “Segno del comando” io e Massimo Girotti dovevamo girare una scena di notte alle Terme di Caracalla, dove c’erano vari set. E dopo averla provata, mi avviai con Daniele verso l’altro set. Massimo non si era unito a noi, stava rifacendo la scena. Faceva anche un po’ freddo la notte, perciò gli dissi: “Vieni, andiamo a berci una grappa!”. Quando gli chiesi perché stesse ripetendo la scena, mi rispose: “Volevo vedere se l’avevo fatta bene”. Ed era un attore di cinema importantissimo, un attore di Visconti, è nella storia del cinema. Se uno lavorava così, è difficile che oggi si ritrovi nelle fiction».

È un privilegio, per l’attore, poter vivere diverse vite, poter ogni volta reincarnarsi?

«È anche un modo, tutto sommato, di esternare le nostre storie interiori. L’attore, come io lo intendo e come mi è stato insegnato, ha sempre la possibilità di dire delle cose vere, autentiche, se riesce a fare il vuoto dentro di sé per metterci altre parole e vivere altre vite, che ha più o meno sfiorate. Allora attraverso la parola geniale dei grandi autori che hanno vivisezionato l’essere umano, si riesce ancora ad avere quelle emozioni e quel piacere intimo che accompagna la lettura di una bella pagina di un libro o di una bella poesia. E noi vomitiamo queste cose che abbiamo chiuso a doppia mandata, ma che per incanto vengono aperte in momenti particolari con il pubblico. Perché esiste sempre un pubblico che, come Godot, è lì in attesa di qualcosa che bisogna assolutamente dare».

Pistoia sarà capitale italiana della Cultura 2017, un titolo conquistato tra nove città finaliste in cui c’era anche Aquileia.

«Credo che Pistoia se lo meriti. Il suo teatro, il Manzoni, è sempre stato ambito, anche da Strehler, da Vittorio Gassman, da Squarzina. Al cinema Lux era passato lo spettacolo “Lunga giornata verso la notte” di Eugene O'Neill, fatto da Renzo Ricci, con Eva Magni, Glauco Mauri e Giancarlo Sbragia. Dissi a me stesso: “Se io potessi riuscire a dare anche solo un piccolissimo brivido di quelli che hanno invaso tutta la mia persona”... E così sono andato a Roma a fare l’Accademia».

È una città che ama l’arte?

«È un po’ una fucina, anche per la pittura, la scultura, i musei. E poi la storia... È una città con una Piazza del Duomo stupenda, lasciata intonsa così com’era tantissimi anni fa, che racchiude nelle sue architetture varie epoche. Pistoia è città di pietre, quindi la volontà del pistoiese di arrivare a certe vette c’è sempre stata, in qualsiasi settore».

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