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«Leggere un libro anche ai neonati è una rivoluzione»

Il pediatra Giorgio Tamburlini racconta il progetto nato nel 1999 che ha il suo cuore pulsante a Trieste

4 minuti di lettura

di Arianna Boria

«Per carità, io non ho inventato niente. Siamo una grande comunità, migliaia di volontari in tutta Italia». Il pediatra Giorgio Tamburlini ci tiene a condividere subito i meriti, ma il Premio Nonino vinto da “Nati per leggere” ha tanto di Trieste. E lo ricorda la motivazione del riconoscimento, che, senza far torto a nessuno, definisce il Centro per la salute del bambino con sede in via Nicolò de Rin a Trieste, il “cuore pulsante” del progetto di lettura fin dalla prima infanzia. «Per la verità i primi promotori sono stati il pediatra di Cesena Giancarlo Biasini e il bibliotecario di Lugo di Ravenna Igino Poggiali», ricorda Tamburlini, oggi responsabile del Centro. «Era il 1999 e al congresso dell’Associazione culturale pediatri, di cui ero presidente, l’idea è stata abbracciata subito con entusiasmo da tutti. Ed eccoci qui».

Domani, sul palco delle distillerie di Ronchi di Percoto, con Tamburlini saliranno a ritirare il Nonino la bibliotecaria Nives Benati, anche lei di Lugo di Ravenna, l’educatrice triestina Alessandra Sila e quattro volontari, in rappresentanza di quanti si danno da fare per coinvolgere i genitori, raccogliere fondi, alternarsi nelle letture, perchè tutti i bambini, anche quelli di aree socialmente degradate, vivano il loro “diritto alle storie”. Che è diritto a uno sviluppo intellettuale e affettivo ricco e pieno, alla fantasia, al sogno, al mondo di conoscenze e di relazioni, alla curiosità che suscitano e sviluppano i bei libri, prima ancora che il bambino sappia parlare.

Dottor Tamburlini, ci racconta la sfida di “Nati per leggere”?

«Il progetto - dice - è nato da un incontro fra due discipline diverse, la pediatria e l’esperienza dei bibliotecari. L’intuizione è stata di alcuni colleghi americani che avevano notato, nei loro ambulatori, l’interesse per i libri di bambini anche molto piccoli. Ecco dunque l’idea di sviluppare un programma che unisse la conoscenza della letteratura per l’infanzia con la funzione del pediatra di dare consigli ai genitori per la salute e lo sviluppo del bambino. Dal sesto mese di vita, ma anche prima, i pediatri suggeriscono di leggere al bambino in vari momenti della giornata, prima di andare a letto, certo, ma non solo. L’esperienza cognitiva del sentire storie è ricca e complessa, sia dal punto di vista della narrazione, del linguaggio, della sequenza, sia sul piano affettivo ed emotivo. Questi due aspetti, dunque, si uniscono per creare un’opportunità straordinaria di crescita, del figlio e anche del genitore. E a entrambi regala un momento, insieme, di qualità».

Un’alternativa alle tecnologie?

«Oggi i bambini sono esposti alla tecnologia digitale fin da piccolissimi. Questo utilizzo pervasivo e intrusivo genera isolamento. Guardiamo che cosa succede al ristorante, al mercato, in una piazza... Tutti fissano il cellulare, il tablet, ma così si perde un’opportunità di stare e leggere assieme. Non solo. La qualità e il numero delle parole ascoltate è uno dei fattori determinanti dello sviluppo cognitivo linguistico del bambino e può determinare la creazione precoce di uno svantaggio. I bambini si presentano “diseguali” a scuola, non solo dal punto di vista genetico, ma anche delle opportunità avute. La lettura riduce questo gap con una modalità semplice, che funziona anche se i genitori non sanno leggere, o non leggono l’italiano o la lingua in cui il libro è scritto. Basta guardare le figure e predere spunto per raccontare delle storie».

Cos’hanno notato per primi i pediatri americani?

«Che un bambino di sei mesi, in braccio al genitore, già mostra attenzione verso il libro. Il primo libro che abbiamo prodotto, “Guarda che faccia”, è una successione di facce di bambini veri, figli di colleghi, raccolte a Napoli nel 2000. Bambini che ridono, piangono, sono stupiti, perplessi. I piccolissimi mostrano una straordinaria attenzione verso queste facce e il genitore può fare commenti, può espandere e costruire una storia a partire dalle immagini. Questo è il primo contatto, poi, intorno all’anno di vita arriva, per esempio, la Pimpa di Altan, verso i due anni Giulio Coniglio di Nicoletta Costa. Qui, in Friuli Venezia Giulia, esiste una tradizione importante di libri per l’infanzia. Non si tratta di leggere Pinocchio, ma testi adatti a bambini molto piccoli».

Che voi selezionate.

«Abbiamo un gruppo multidisciplinare che ogni due anni produce una bibliografia, facendo una selezione tra tutto quello che c’è di nuovo sul mercato. Poi, attraverso un accordo con i vari editori, offriamo questi libri per il programma - a Comuni, associazioni, pediatri - a prezzi molto inferiori rispetto a quelli di mercato. È un modo per raccomandare libri con testo e illustrazioni di qualità, e per indurre all’utilizzo di un prodotto che normalmente non è a basso costo».

Un profano potrebbe pensare che è tempo perso leggere a un neonato. La vostra è una piccola rivoluzione...

«Una rivoluzione che ha una base chiara nelle neuroscienze. Oggi sappiamo che i requisiti per lo sviluppo del linguaggio sono presenti già prima della nascita. Il neonato è in grado di distinguere la voce della mamma o una musica da un’altra. A sei mesi, riconosce un oggetto che la mamma nomina, anche se non è in grado di pronunciare la parola. La ricerca attraverso le neuroimmagini ci mostra che parti diverse del cervello si attivano a seconda degli stimoli linguistici. Un bambino che ha sentito storie è più bravo a leggere e siamo anche in grado di misurare quali aree del suo cervello sono più potenti e più attivabili. Attenzione, c’è un punto fondamentale: l’apprendimento linguistico è facilitato da situazioni emotivamente piacevoli, cioè è diverso sentire storie in braccio a mamma e papà rispetto alla radio o al tablet».

Con il lettore cioè si crea un rapporto speciale?

«Sui nostri gadget, borse e magliette, scriviamo “Leggimi perchè mi piace”, “Leggimi perchè me ne ricorderò”, “Leggimi così stiamo assieme”. I bambini ricevono più facilmente se la voce che legge è familiare. È la pratica della lettura ripetuta in famiglia che fa la differenza. Va bene nei nidi, negli asili, a scuola o in piazza, ma l’effetto è potenziato se poi si ripercuote nella routine domestica di ogni giorno».

“Nati per leggere” l’avete portato anche in carcere...

«Sì, in carcere e in situazioni di frontiera dove coesistono lo svantaggio culturale e la mancanza di servizi. Nel carcere di Napoli i papà leggono ai bambini che vengono a visitarli con le mamme. E sono molto contenti, perchè sentono di fare qualcosa di buono e che il bambino percepisce come buono. O nei carceri di Roma, Milano, nelle Marche, dove le detenute tengono con sè i bambini. È importante per loro, perchè spesso sentono di non stare facendo tutto quello che dovrebbero per i figli. Quindi migliora il senso di autoefficacia, il senso di sè di madri in condizioni difficili».

Che cosa rappresenta per voi il Premio Nonino?

«Sono tutti entusiasti, un fremito di gioia è corso dal nord-est lungo l’Italia. Il Nonino ha premiato migliaia di operatori, pediatri, educatori, bibliotecari, che fanno qualcosa in più di quanto dovrebbero. Ci ripaga di questo sforzo e premia una visione condivisa. A ritirare il premio ci saranno anche quattro volontari, due del Friuli Venezia Giulia e due della Terra dei fuochi, dove abbiamo creato un punto di lettura in una scuola, per consentire a bambini e genitori di accedere a un servizio che non esiste. Questa è la nostra frontiera. E speriamo che grazie al Nonino arrivi qualche fondo in più per portare “Nati per leggere” al sud o in aree metropolitane dove il pubblico non c’è».

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