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Vivienne Westwood la nonna del punk rivela i suoi segreti

La stilista inglese racconta gli anni turbolenti ed elettrizzanti della relazione con McLaren

4 minuti di lettura

di Arianna Boria

26 settembre 2013, settimana della moda di Parigi: sono le due di notte, mancano meno di sessanta ore all’uscita in passerella della nuova collezione primavera-estate per la sua prima linea, la celebre Gold Label, e Vivienne Westwood, berretto di lana in testa e pelle di porcellana, continua a lavorare con l’energia di una stagista, accerchiata da modelle in perizoma su plateau vertiginosi. Ha settantadue anni questa inesauribile e battagliera vecchia signora, Dama dell’Impero britannico, una delle donne inglesi più famose del pianeta, in Oriente ben più della regina Elisabetta.

È a capo di un brand internazionale, ma ha conosciuto la povertà nera. Il suo primo figlio, Ben, ha imparato a camminare appoggiandosi sulla roulotte dove vivevano, il secondo, Joe, non ebbe neanche il passeggino. Con Malcolm McLaren, artista e musicista, all’epoca suo compagno e padre di Joe, ha inventato il punk, uno dei movimenti che più hanno rivoluzionato e influenzato i costumi del Novecento. Negli stessi anni faceva la maestra per mantenere la sgangherata famiglia, due bambini piccoli e un partner ancora studente.

Ha cominciato così, Vivienne Westwood. Stampando magliette con le potato printing, le patate tagliate a metà e incise, disegnandoci sopra cowboy gay e nanetti superdotati, e ha inventato negli anni una moda tra le più colte, raffinate e imbevute di citazioni, pescando da tutte le epoche storiche. È stata arrestata, ha scandalizzato e stupito, poi è entrata nei musei, a cominciare dal Victoria & Albert che, nel 2004, le ha dedicato una retrospettiva spettacolare, la più grande per uno stilista vivente. Oggi è un’indomita nonna, attivista e impegnata, con un marito di venticinque anni più giovane, Andreas, suo ex allievo all’Accademia di moda di Berlino, diventato braccio destro.

“Everithing is connected” si intitola quella collezione che Vivienne Westwood stava preparando nella notte parigina, per dire, dalle sue passerelle sempre “politiche”, che “ogni cosa è collegata” e tutti devono fare la loro parte per salvare la terra, preservare i diritti degli esseri umani. Proprio da questa sfilata, anzi, trascinandoci dentro il backstage di questa sfilata, comincia l’ultima autobiografia di “Dame Viv”, firmata dalla stilista inglese a quattro mani con il suo collaboratore Ian Kelly, attore (era il padre di Hermione in Harry Potter) scrittore e drammaturgo.

Tradotta da Marilisa Pollastro, esce in italiano per Odoya (pagg. 414, euro 30,00) Vivienne Westwood, racconto “definitivo”, in presa diretta, della vita tumultuosa della più importante stilista britannica, scritto un po’ in prima un po’ in terza persona, corredato di foto anche inedite e di interviste ai figli Ben (avuto dal primo marito, Derek Westwood, ex pilota), Joe (che di cognome fa Corré, come la nonna di Malcolm McLaren, che sganciò pure i soldi perchè Vivienne abortisse), all’ex compagno italiano Carlo D’Amario e a Naomi Campbell, protagonista, nel 1993, di una vertiginosa caduta in passerella dalle micidiali zeppe di legno della collezione “Anglomania”, con cui Vivienne voleva “issare la bellezza femminile su un piedestallo”.

A cinque anni dalla morte di McLaren, Vivienne Westwood lascia fluire i ricordi e si toglie qualche sassolino dalla scarpa, soprattutto sulla loro burrascosa e tormentata storia di coppia. E soprattutto su quel decennio, tra gli anni Settanta e Ottanta, in cui insieme, nel negozio al 430 di King’s Road, diedero vita a un nuovo linguaggio della moda, destinato a rompere tutti gli schemi, a trascendere il punk e a offrire materiale da copiare per decenni.

Jeans strappati, vestiti di lattice, cuoio e catene, spille da balia e pelle nera, maglie su cui - influenzati dall’arte contemporanea - applicavano ossicini di pollo o tappi di bottiglia, accessori retrò e mescolanza di stili: quella di Viv e Malcolm era “determined ugliness”, la bruttezza come strumento di libertà, di rottura, di capovolgimento delle regole, di attacco all’establishment. In quel negozio-installazione (che si chiamò, a seconda delle loro fasi creative, “Let it rock”, poi Too fast to live, too youg to die”, SEX nella stagione del fetish e del bondage, Seditionaries, Worlds End...) nacque un’alleanza formidabile, elettrizzante, che oggi sembra scontata: moda e musica. Il punk e i Sex Pistols. La inventò Malcolm, che fondò il gruppo, Vivienne la realizzò. «Quando entrai nel mondo della musica - disse più tardi McLaren - nessuno ne voleva sapere del collegamento con la moda. Ora è il più grande vantaggio che si possa immaginare».

La relazione tra i due finì per essere autodistruttiva, la vita “domestica” devastante. Vivienne è esplicita, per la prima volta, su Malcolm: «Voleva che stessi male, cercava di insultarmi. Cercava sempre di ferirmi. Questo faceva, e non riusciva a uscire di casa finchè non aveva portato a termine il compito di ridurmi in lacrime... Perciò era più semplice cedere e piangere, così la smetteva. Non ho mai più pianto da allora... Avevo già versato tutte le mie lacrime». E ancora: «Era sempre invidioso degli altri, specialmente di me, non faceva che puntualizzare che non valevo niente. La sua sarta, mi chiamava, la sua creazione». All’inizio degli anni Ottanta si separarono, ma Malcolm continuò a far guerra sui diritti del marchio e vietò di utilizzare i disegni al suo stesso figlio Joe, che non glielo perdonò.

L’ultima parte dell’autobiografia è dedicata alla “rinascita” di Vivienne dopo McLaren e al suo successo internazionale. Una rinascita legata a un uomo, Carlo D’Amario, oggi amministratore delegato del marchio e per quattro anni, all’inizio degli Ottanta, anche suo compagno di vita, e a un paese, l’Italia, dove ancora produce e di cui ha imparato la lingua. Con qualche episodio meno conosciuto, come l’accordo con Giorgio Armani per risanare le finanze di Vivienne e lanciarne il nome. Fiorucci consigliò D’Amario di contattare Sergio Galeotti, manager di Armani. «Vivienne Westwood?!!! Nessun problema. Di quanto hai bisogno?». Gli chiesero trecento milioni di lire, una bella cifra, ma Galeotti accettò, chiedendo di riservare ad Armani un ruolo di anfitrione nel lancio promozionale: una sorta di joint venture, enorme. Non se ne fece nulla, però: Galeotti morì di Aids, uno dei primi in Europa, e tutto saltò.

Tartan e tweed, corsetti e crinoline. Dalla prima collezione, “Pirates”, del marzo 1981, pochi mesi prima della rottura con Malcolm, l’ascesa di “Dame Viv” è costante. Oggi tra prime e seconde linee femminili, l’uomo, i profumi e gli accessori, il marchio Vivienne Westwood è un brand internazionale. Ha perfino il suo tartan, il Westwood MacAndreas, creato nel 1993, lo stesso anno del matrimonio con Andreas Kronthaler, e riconosciuto dal Lochcarron of Scotland (la manifattura leader mondiale del settore) “saltando” la normale procedura di duecento anni. Per due volte è stata insignita dalla regina Elisabetta: nel ’92 viene nominata ufficiale dell’Order of Brithish Empire (a Buckingham Palace è andata senza mutande, storia nota), nel 2006 Dama di commenda. Ha conquistato anche l’America, entrando con venti dei suoi modelli al Metropolitan Museum di New York nella mostra “Chaos to Couture” del 2013, sull’influenza del punk nella moda, e nel cuore di Sarah Jessica Parker che ha voluto un abito da sposa Westwood - tacitando Anna Wintour, fan della stilista Vera Wang - per convolare cinematograficamente a nozze con Mr. Big nel film da Sex and The City.

Ricorda suo figlio Ben: «Quand’eravamo piccoli, Malcolm ci raccontava le storie della buonanotte. A me e a Joe. Erano storie fantastiche, molto emozionanti. Ma la cosa particolare di Malcolm era che, quando cominciava una storia, non la completava mai. Lasciava sempre che fossimo noi a finirla. Penso che fosse questa la sua genialità, il suo lascito: ha cominciato qualcosa, specialmente con mia madre, ma non l’ha mai portato a termine. È stata lei a farlo».

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