Eredità amianto 500 chili di morte per ogni italiano

“Un posto sicuro” è il film con Marco D’Amore Da Casale a Monfalcone ci si ammala ancora

di Beatrice Fiorentino

Cinquecento chili di amianto per ogni cittadino italiano. Trentadue milioni di tonnellate. Sparse ovunque. Non solo nella zona dei Cantieri navali di Monfalcone, nei pressi degli ex stabilimenti dell'Eternit di Casale Monferrato, Cavagnolo, Rubiera o Napoli. Dappertutto. Nelle condutture dell'acqua, negli impianti e nei materiali di isolamento che si trovano in numerosi edifici pubblici e privati ancora da bonificare. Un problema che secondo il regista Francesco Ghiaccio «dovrebbe essere l'ossessione dello Stato italiano». Intanto lui denuncia i fatti nella sua opera di esordio “Un posto sicuro” (in programma a Trieste al cinema Ariston), scritta assieme a Marco D'Amore (Ciro nella serie tv “Gomorra”) che oltre a recitare come protagonista al fianco di Giorgio Colangeli (entrambi in una scena del film, foto di Marco Ghidelli) e Matilde Gioli, è co-autore della sceneggiatura. Un film sincero che ha il merito di rendere lo spettatore consapevole su un tema che ci coinvolge tutti per il rischio che deriva dall'esposizione a quel “killer silenzioso” che ancora non ha finito di mietere le sue vittime.

Francesco Ghiaccio, come si è avvicinato alla questione dell'amianto?

«Sono nato a Torino ma vivo a Casale, nel Monferrato, dove sorgeva la fabbrica di Eternit chiusa nel 1986. Di questi temi avevo sentito parlare anche se non conoscevo la gravità dei fatti fino al processo, che ha smosso le acque facendo levare un coro di voci che mi hanno indignato e scosso. Ho voluto aggiungermi al coro di cittadini di Casale che si sono fatti sentire contro i proprietari della multinazionale. Inizialmente le voci erano poche, snobbate, come se il problema riguardasse “solo” gli operai. Man mano che le vittime cominciavano a cadere anche tra coloro che in fabbrica non avevano mai messo piede si è finalmente compreso che il problema è di tutti».

Perché ha scelto la formula del teatro/cinema civile?

«I significati delle rappresentazioni nel teatro civile e del teatro in generale, riguardano la collettività. Quando assisti a uno spettacolo esorcizzi una paura o vivi l'esperienza che ti viene raccontata sulla scena. Questo è ciò che prova a fare Luca, il protagonista del film: porta in scena uno spettacolo che mostra i fatti alla sua gente. E quella gente diventa gruppo, collettività ed esorcizza la paura. Esattamente ciò che è accaduto a Casale in questi lunghi anni di lotta».

Oggi c'è più consapevolezza?

«Sicuramente. Nonostante la vergognosa sentenza della Corte di Cassazione che ha dichiarato prescritti i reati annullando le pene e i risarcimenti alle famiglie delle vittime stabiliti in Appello, l'esperienza dei cittadini di Casale che non si sono mai venduti dimostra agli imprenditori di oggi che siamo un po' più maturi di un tempo. E questo è un esempio per tutti quei paesi al mondo in cui ancora si produce e si lavora l'amianto. Eppure non siamo al sicuro. Mentre raccoglievamo le testimonianze, abbiamo incontrato uno dei primi operai che ha compreso la gravità della situazione. Racconta che un giorno, in fabbrica, ha alzato gli occhi, si è guardato intorno e in mezzo a tutta quella polvere ha capito che stava andando incontro alla morte. E oggi si domanda: cosa sarà il nuovo amianto? Perché all'epoca questo sembrava davvero il materiale del futuro. Un isolante leggero, economico, pieno di vantaggi. Chissà se oggi c'è qualcosa che consideriamo fantastico e che a lungo finiremo per maledire. Dovremmo ragionare sul presente della società occidentale e sul capitalismo senza regole».

Luca e Edoardo, i protagonisti del suo film, sono immersi in una solitudine desolante. E progressivamente si aprono, riscoprendo il rapporto smarrito tra padre e figlio ma anche la forza della collettività.

«È così. Scrivendo il film, Marco e io abbiamo cercato questa coincidenza tra i personaggi e la città. Mentre la città cerca il suo momento di riscatto e giustizia, così anche i personaggi compiono un percorso per ricominciare a vivere. Anche se questi sono gli ultimi istanti della loro esistenza insieme, riescono a trovare il senso della loro vita in quel sentimento potentissimo che è l'amore».

Nel titolo del film c'è un paradosso. L'idea di "sicurezza" di un posto di lavoro in termini economici, ma a scapito della salute.

«Per noi il titolo è un corto circuito di significati. È il ricatto che subisci pur di avere un lavoro che ti porterai avanti fino alla pensione ma alle condizioni del padrone, ma è anche l'idea che gli operai di un tempo avevano della fabbrica. C'era chi si faceva raccomandare per essere assunto. Infine un posto sicuro è anche la Casale di oggi, perché è la città più bonificata d'Italia».

Ha scritto il film assieme a Marco D'Amore. Come vi siete incontrati?

«Alla scuola d'arte drammatica Paolo Grassi. Ci hanno presentati perché nelle rispettive classi, lui recitazione e io drammaturgia, recitavamo o scrivevamo testi comici. Ma dal primo momento abbiamo capito che il nostro lavoro insieme portava verso il dramma. Tutto ciò che abbiamo scritto insieme affonda le radici nel drammatico o nel civile. Dopo la scuola abbiamo fondato una compagnia che si chiama “La piccola società” che ha coprodotto il film. Abbiamo realizzato spettacoli di teatro e due cortometraggi. Poi io ho scritto per altri e Marco ha recitato per altri ma ci siamo sempre ricavati il nostro spazio per lavorare insieme. E questo film noi lo volevamo fare a ogni costo. Grazie alla Indiana Production è diventato realtà, proprio nel modo in cui lo avevamo pensato».

Marco D'Amore, si può dire che lei sia l'attore del momento, eppure dimostra di scegliere con attenzione i progetti a cui lavora. In base al loro peso, ma anche all'amicizia che la lega ai suoi compagni di viaggio. Oltre a Francesco Ghiaccio penso, ad esempio, a Claudio Cupellini con cui ha girato "Una vita tranquilla" e il più recente "Alaska".

«Credo - interviene Marco D’Amore - che il mio mestiere si sfibri se messo alla prova con la quantità più che con la qualità. Inoltre, oltre a recitare, amo molto lavorare alla scrittura, portando avanti anche il percorso di autonomia produttiva che ho intrapreso con Francesco. Mi sento un attore atipico, mi interessa fare una strada coerente rispetto a ciò che sono e che sento. Perciò è difficile che io partecipi a dei progetti che non condivido e che non partono da un sentimento di stima e di amicizia».

Che ricerche avete fatto per scrivere il film e come vi siete divisi il lavoro?

«Avendo un contatto diretto con il territorio, Francesco è stato il primo a sviluppare l'idea e a impostare un filone di ricerca. Ma poi abbiamo condiviso tutto. La ricerca è stata prima d'archivio, partendo dagli atti del processo. Abbiamo letto la storia della fabbrica e ciò che era successo in quasi 90 anni di attività e poi, cosa molto più vicina al nostro modo di lavorare, abbiamo incontrato le persone. E questo ha fatto fare il salto alla storia che avevamo in mente. Perché ciò che abbiamo scritto è la somma di tutte le testimonianze che abbiamo raccolto. E' tutto vero o ispirato da storie vere».

Cosa vi lascia "Un posto sicuro"?

«Due grandi insegnamenti. Uno etico, che ha a che fare con l'essere cittadini. Da Casale ho imparato che con serietà e rispetto si può ancora dissentire. Un principio democratico del quale purtroppo spesso ci si dimentica. E l'altro, più profondo ed emotivo, deriva da una comunità di persone che ha patito almeno una vittima per famiglia (parliamo di 3000 morti su 30000 abitanti) e ciò nonostante ha una forza emotiva e una voglia di vivere che mi hanno rimesso al mondo. Dovremmo pensarci ogni tanto, prima di lasciarci andare al lamento facile».

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