Stefania Rocca: «Anticonformista ma con il cuore»

Stefania Rocca nella foto di Tommaso Le Pera

L’attrice con “Scandalo” di Schnitzler apre oggi la stagione al Rossetti

Voleva «un’attrice che proprio per imprinting si mette contro», Franco Però, pensando al ruolo di Emma. Dunque Stefania Rocca, assieme a Franco Castellano, sarà protagonista di “Scandalo” di Arthur Schnitzler, commedia inedita in Italia che il nuovo direttore artistico del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia ha voluto mettere in scena nelle vesti di regista per inaugurare la Stagione 2015-16.

Debutterà stasera, alle 20.30, al Politeama Rossetti. È la storia di una famiglia dell’alta borghesia a cui il figlio morente chiede che venga accettata in casa Toni, la ragazza che ha amato e da cui ha avuto un figlio.

«I personaggi femminili che in “Scandalo” rivelano maturità - afferma Stefania Rocca - sono Emma e Betty. Betty è la moglie di Adolf, un uomo che fa sentire il suo carisma maschile. È una donna che per mantenere la famiglia unita un po’ si costringe, mentre Emma è la Betty emancipata, una Betty che analizza la situazione e diventa l’anticonformista perché cerca di sradicare alcune regole. Ma lo fa perché parte da un pensiero più profondo, che arriva dalla sua sofferenza per aver perso il marito quando sua figlia era ancora piccola, esattamente come Toni. È un’anticonformista con cuore, non è la ribelle per forza. Mi ha molto colpito in Emma la sua capacità di mettersi in una brutta posizione personale pur di riuscire a mantenere una promessa. È piuttosto raro oggi, perché siamo così individualisti, così egocentrici e così egoisti, tendiamo a lasciare andare le cose».

Ha qualcosa in comune con Emma? «Io sono un po’ così. Sono molto passionale, quando faccio le cose mi piace buttarmi al cento per cento, che sia il lavoro o i figli e il marito. Di conseguenza a volte la gente mi vede più rigida e più dura, più anticonformista del solito. In realtà non è così. Mi piacciono questi personaggi che ti danno sempre la possibilità di pensare, di interrogarti, di lavorare su qualcosa che è emozione, sentimento, valore, educazione, cultura, tutti quei temi che credo siano fondamentali e che, se penso ai miei figli, spero di riuscire a trasmettere loro. E come li trasmetto a loro, vorrei anche trasmetterli attraverso i miei lavori a chi mi segue».

"Scandalo" al Rossetti: l'invito di Stefania Rocca

Lei arriva a Trieste da un set. Di cosa si tratta? «È un soggetto scritto da Cristina Comencini per una miniserie della Rai, “Di padre in figlia”, con la sceneggiatura di Valia Santella, Giulia Calenda e Francesca Marciano. La regia è di Riccardo Milani, con cui io avevo già fatto “Tutti pazzi per amore” e “La grande famiglia 1”. Ed è una storia molto interessante sull’emancipazione femminile dal ’58 a oggi in una famiglia di distillatori di Bassano del Grappa, stiamo girando lì. Tutti mi chiedono se è la storia delle Nonino. No, non lo è, anche se effettivamente ci sono tre sorelle. L’emancipazione passa attraverso la madre, Franca, che sono io, e le tre figlie. C’è un quarto figlio, che è un ragazzo».

Come sono le sorelle? «Ognuna ha un colore molto diverso. La prima figlia è la più studiosa, la più diligente; la seconda, essendo molto bella, è anche la . più eccentrica; e la terza è la più rivoluzionaria perché cresciuta indipendente, da sola. Perciò il film è più legato alla possibilità di raccontare un universo femminile. Io poi mi ci vedo molto perché nella mia famiglia siamo tre sorelle, e mia mamma è molto dolce, ma ha una sua personalità, è stata avanti nei suoi tempi. Era una che lavorava, che aveva una sua passione, mi ha insegnato l’indipendenza».

E al cinema? «Sta per uscire “Abbraccialo per me”, un film che ho fatto l’anno scorso con la regia di Vittorio Sindoni. Questa è la storia di una piccola famiglia della provincia siciliana che ha un ragazzo con una disabilità mentale, e dal punto di vista della madre è creativo, suona la batteria, ha una sua euforia, è vivace. Il film racconta la difficoltà di queste famiglie a portare avanti tutto da soli. E capisci qual è il limite di essere madre, perché purtroppo a volte noi mamme siamo assolutamente cieche di fronte ai nostri figli. Qualcuno dice nel film: “Ma sei tu che non lo vedi o invece tu vedi qualcosa in più perché sei mamma?”».

Lei ha due figli, nati nel 2007 e nel 2009, dai nomi molto particolari... «Leone è stata una conseguenza abbastanza naturale, nel senso che io volevo chiamarlo Uriel, che è l’originale di Ariele, l’arcangelo. Ho scoperto dopo che in ebraico vuol dire “leone di Dio”, quindi gli ho dato un doppio nome senza saperlo. È accaduto che stavo partorendo, le sale parto erano tutte piene e io non ero così urgente, così continuavano a spostarmi da una all’altra e ogni volta mi portavano un libro pensando che lo stessi dimenticando in tutte le sale, “La leonessa bianca”. Alla fine l’ho tenuto, e tra l’altro inizia con la scomparsa di una donna un 24 aprile, che è il mio giorno di nascita. Quando è nato Leone il pediatra, dopo tutte le visite, me lo riporta e dice: “Che buffo, suo figlio non piange come gli altri bambini, ruggisce”. Poi arriva mio cognato Ennio, il fratello di mio marito, ed esclama: “È bellissimo, ha questi occhi da leone lunghi lunghi”. Allora ci siamo detti: “Chiamiamolo Leone”».

E Zeno c’entra con Svevo? «Eh sì, ma volevamo chiamarlo in un altro modo. Nella lista dei nomi avevamo Olmo, Gregorio. Poi il bambino nasce e aveva degli occhioni rispetto all’altro. L’ostetrica mi dice: “Questo bambino è già grande, è già cosciente”. Io e mio marito ci siamo guardati e abbiamo detto: “La coscienza di Zeno!”. Volevamo un nome corto, che non si storpiasse perché Leone alla fine diventa Leo, che è terribile. Invece Zeno è perfetto, nessuno lo storpia e tutti i bambini se lo ricordano».

Tutti le chiedono perché non si sposa. «Perché nella mia vita sono un po’ Emma, non mi piacciono i condizionamenti sociali. E quindi neanche il condizionamento sociale che il matrimonio deve essere la festa, il vestito bianco, gli invitati e le bomboniere. Ormai io e Carlo (Carlo Capasa, fondatore con il fratello, stilista, del brand Costume National, n.d.r.) è come se fossimo sposati, infatti io lo chiamo “mio marito”, noi diciamo che siamo sposati senza cerimonia. Se ci dovessimo sposare, lo faremo intimamente senza dirlo, noi due e i testimoni, che potrebbero essere i bambini quando sono grandi, perché no?».

Ha raccontato di amare l’arte contemporanea. Quali artiste segue? «Sì, mi piace l’arte contemporanea perché ha un qualcosa che non è definibile, non puoi immetterlo in nessun tipo di schema, di genere, è libera, è emozione, è sensazione. Amo tantissimo Mariko Mori per le sensazioni che mi danno tutte le sue opere. È come se io riconoscessi nei suoi lavori i cinque elementi, per cui sento la terra, sento l’aria, sento il fuoco, sento il legno e il metallo. In più c’è quell’atmosfera che lei riesce a creare attraverso il colore. Mi attrae anche Marina Abramovi„».

Perché? «È una donna incredibile, molto interessante, molto forte Ho avuto modo di conoscerla grazie a mio cognato, che ha fatto con lei uno spettacolo a Los Angeles. Poi lei si veste con Costume National, collaborano proprio a livello creativo. È una che si mette in gioco. Mi piacciono le performance che elabora attraverso un lavoro che fa con se stessa, con il suo corpo. A differenza di Mariko Mori, che usa gli elementi esterni, lei utilizza i suoi elementi. Quindi due contrasti, due artiste totalmente diverse, e forse io sono in mezzo».

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