Yigal Leykin, una vita qualunque da romanzo

Il “figlio sopravvissuto di un sopravvissuto” ospite venerdì del Festival con il suo libro edito da Giuntina

«Prima o poi scriverò un libro su di te». «Ma cosa vuoi scrivere? La mia è una vita qualunque». «Invece faresti bene a scrivere di tuo padre: la nostra storia è da romanzo». In questo immaginario dialogo tra padre, figlio e madre, si può riassumere forse l'ispirazione di “Una vita qualunque” (Giuntina, pagg. 294, euro 15) dell'emergente Yigal Leykin, già alla seconda ristampa. Un libro che ha come protagonista la storia personale di un uomo, Mitia Leykin, padre dello scrittore, e quella corale di una famiglia e di un popolo, non solo quello ebraico ma più in generale quello delle popolazioni del centro-est Europa sferzate dalla guerra, attraversate dall'orrore, esiliate, rifiutate, contese da una spartizione che negli anni ne ha cambiato il nome e i destini. Molto più in generale, quella raccontata da Leykin è la nostra storia, ancora chissà per quanto “vicina”. A ricostruirla il dottor Yigal Leykin, una laurea all’Università di Bologna in Medicina, specialità in Anestesia e rianimazione all’Università di Ferrara e master in Scienze all’Università di Tel Aviv. Oltre 170 lavori scientifici pubblicati sulle più prestigiose riviste nazionali e internazionali, dopo numerosi incarichi in ospedali internazionali, attualmente è direttore del Servizio di anestesia, rianimazione e terapia del dolore dell’Azienda ospedaliera Santa Maria degli Angeli di Pordenone, con il merito di aver rivoluzionato l'approccio e il ruolo di questa scienza medica.

Yigal Leykin è un figlio «sopravvissuto a chi è sopravvissuto», depositario come molti della sua generazione della storia, delle traversie e della sofferenza della martoriata generazione che l'ha preceduto. Tutto ciò che viene raccontato è vero, una storia che sembra fatta apposta per uno storyboard cinematografico, a riprova del fatto che la realtà spesso è ancora più incredibile del romanzo. Unica eccezione è l'artificio narrativo del diario scritto da Mitia, usato per colmare il non detto del padre, mancato appena una settimana prima dell’uscita del libro.

Questo romanzo scorre veloce e fluido grazie a una scrittura pacata, senza orpelli, onesta ed aderente alla narrazione e alla verità della vita vissuta, che alterna passato e presente in un rincorrersi di consapevolezza. E ci si potrebbe fermare alla superficie della lingua, aderendone all'analisi in senso stretto. Ma con un libro come “Una vita qualunque” non è proprio possibile, perché la non ordinarietà della quotidianità degli anni '30-'40 del secolo scorso si esplica e va indagata nella risoluzione interna di questo ossimoro.

È la storia la vera protagonista; una storia che sovrasta, stringe alle corde, travolge come un'ondata e porta lontano dalla semplice analisi tecnico stilistica. «Questo non è un libro sulla Shoah, è un libro sull'amore. La Shoah attraversa la vita dell'Europa degli anni '40, una vita “qualunque” perché inevitabilmente condizionata da eventi eccezionali che hanno lambito o travolto ogni famiglia di quella parte di mondo. Ma il mio libro parla dell'amore di un figlio per suo padre, di quello di una famiglia stretta a difesa delle proprie origini, dei propri cari, in continua ed instancabile ricerca di sé, ma anche dell'amore per la propria patria saccheggiata e disconosciuta, cercata e abbandonata, e dell'amore per il proprio popolo».

La fatica che si evince tra le righe è quella del continuare a vivere arrendendosi all'evidenza che certe lacune non si colmeranno mai e le risposte a certe domande non saranno soddisfatte, in un quadro vivissimo che emerge con i suoi odori, il sudore, i sorrisi e le lacrime. Costruirsi con fatica su pezzi mancanti di sé, è la nuova stabilità di un'identità negata sopravvissuta allo sterminio. Quella narrata è una storia complessa, quella di un luogo inserito a forza nei territori sovietici che hanno strappato la Polonia alla Germania nazista; un territorio inizialmente austro- ungarico e oggigiorno ucraino, con una popolazione multinazionale che contava polacchi, ucraini ed ebrei, questi ultimi sterminati nella quasi totalità dai nazisti. In esso, una famiglia spezzata dalla guerra, tesa tra morte e lotta per una sopravvivenza fatta di attraversamenti, battaglie, tentativi di rimozione e sforzi della memoria per strappare ogni dettaglio all'oblio.

Mitia Rabin è figlio della migliore borghesia ebraica di Kovel, cittadina polacca non distante da Leopoli, dove si parlavano tedesco, yiddish, polacco e russo. A 18 anni scopre d'essere figlio di Gavril Leykin, giovane ufficiale sovietico, e decidendo di assumerne il cognome influisce in maniera decisiva sul proprio destino. All'arrivo dei nazisti in Polonia si arruola nell’Armata Rossa, riuscendo a sopravvivere alla guerra e dedicandosi poi alla ricerca della sua famiglia, in particolare dell'amatissima sorellina Telinka, che spera sana e salva.

Rimasto solo e senza più tracce della famiglia d'origine, si stabilisce a Leopoli dove sposa Bussia e dalla quale ha Yigal, loro unico figlio. Appena può, rientra con la famiglia in Polonia e da lì a fine 1961 parte per Israele. La famiglia Leykin si stabilisce nella Terra Promessa, Bussia muore, Yigal studia in Italia.

Mitia, ormai novantenne e vedovo, si ritira a vivere in una struttura protetta per anziani a Bat Yam, vicino a Tel Aviv. Yanek Schwartz, un altro sopravvissuto di Kovel che vive in Canada ed è in Israele per visitare una figlia, cerca Mitia per riferirgli notizie di Telinka. Per preparare quell’incontro il protagonista del romanzo inizia a ricostruire la sua storia attraverso un diario che destinerà al figlio.

Il libro, selezionato anche tra i partecipanti al Premio alla lettura Livia Dumontet per studenti delle scuole medie superiori della provincia di Napoli, è nato in appena un anno da un'urgenza dettata dalla reazione e dall'amore: la reazione del figlio alla malattia del padre che gli stava rubando i ricordi, e il rendere omaggio all'amore immenso di quell'uomo per le donne -«motore di tutto»- che ne hanno segnato la vita: la moglie e la sorellina.

Ospite della XVI edizione di Pordenonelegge venerdì 18 in “Padri e figli” con Alon Altaras, scrittore e poeta israeliano, e Alberto Garlini, Yigal Leykin parlerà della “vita qualunque” del padre, del rapporto tra eredità e tradizione e delle coincidenze che hanno portato la bozza di un suo precedente racconto, "Un viaggio", nelle mani della traduttrice e "scopritrice" in tempi recentissimi della grande scrittrice ebrea francese Iréne Némirovsky, condannata all'oblio dalla furia nazista. E, incalzato nella scrittura e nelle ricerche, alla scoperta della figura del nonno paterno naturale, Nikolaj Aleksandrovi? Lejkin, scrittore e redattore di una rivista russa dove per la prima volta comparve la firma di Anton Cechov, con lo pseudonimo di Antoša Cechontè.

Ma questa è un'altra storia.

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