La realtà racconta menzogne nei “Piani di vita” di Garlini

Giovedì sarà nelle librerie il nuovo romanzo dello scrittore edito da Marsilio

di Alessandro Mezzena Lona

Non si può vivere senza fare i conti con la realtà. Sempre ammettendo che esista davvero, questa tanto nominata realtà. Perché, a volte, se proviamo a mettere a fuoco meglio le storie che raccontiamo, quelle che ascoltiamo, le nostre vite, insomma, si viene travolti dalla vertigine del dubbio. Come sonnambuli che scorgono il loro riflesso dentro uno specchio e si spaventano, pensando che ci sia qualcun altro a osservarli.

Forse è colpa delle storie. Delle vite parallele che ognuno inventa per dare strada ai sogni, per far tacere i dubbi, per spegnere il dolore di vivere. Quelle storie che rendono maledettamente difficile la quotidianità dei tre protagonisti di “Piani di vita”, il nuovo romanzo di Alberto Garlini pubblicato da Marsilio Editori (pagg. 180, euro 16), che arriva nelle librerie giovedì.

Radici a Parma, casa e lavoro a Pordenone, Garlini, che è uno dei motori turbo di quel piccolo gioiello che è Pordenonelegge, ha già regalato ai lettori una serie di libri belli e personalissimi. A partire da “Una timida santità”, che l’ha portato all’esordio nel 2002, fino alla “Legge dell’odio” del 2012. Con “Piani di vita” ha raccolto una delle sfide più entusiasmanti e difficili che possa affrontare uno scrittore oggi. Provare, cioè, a raccontare il calvario di chi si trova a vivere in una terra che non è sua, tra persone che preferirebbero non averlo tra i vicini dfi casa, in una società pronta a sfruttarlo con i lavori più umili.

Ma “Piani di vita” non è il classico romanzo “impegnato” che rischia di scivolare presto nella retorica. O, ancor peggio, nell’autocompiacimento buonista. No, Garlini, da narratore di razza, costruisce una storia dove tutto quello che scorre sotto gli occhi del lettore è vero solo in parte. Verosimile, forse. Sicuramente da non accettare come verità rivelata.

Dei tre protagonisti, Marco sembra quello capace di gestire con maggiore lucidità la sua vita. Di mestiere fa lo sceneggiatore per il cinema, ha vinto parecchi premi tra David e Nastri, non si crea troppi problemi a scrivere storie per film di successo come “Vacanze di Natale”. Eppure, dentro di lui, la morte del padre, un poeta di piccolo cabotaggio incapace di arrendersi all’insuccesso, ha aperto una voragine. Che tenta di tenere a bada praticando sesso omosessuale sfrenato, raccontandosi verità interlocutorie, smettendo di capire quello che gli gira attorno.

E proprio accanto a lui, alla periferia di una Treviso evanescente, vive Achmet. Un uomo venuto dal Marocco per trovare in Italia solo amarezza, emarginazione, delusioni. Convinto che sua moglie Fatima, assunta da Marco quando suo padre era ormai incapace di badare a se stesso, sia stata molestata dallo sceneggiatore. Pronto ad ammazzare quell’uomo troppo sicuro di sé con uno strumento tribale, eppure efficacissimo: una mezzaluna. A completare il triangolo c’è una ragazza cresciuta troppo in fretta. Quella Fatima che forse si è incapricciata di Marco, o ha soltanto male interpreato alcuni gesti affettuosi dell’uomo che ama gli uomini. E che, soprattutto, costruisce per se stessa e per gli altri una realtà immaginaria.

Non si può vivere con un marito come Achmet, incattivito dalla disperazione, incapace di calarsi nel ruolo di papà, di accarezzare suo figlio, di far sentire donna sua moglie. Ma non si può vivere nemmeno scambiando i fantasmi del desiderio con la realtà. Così quando Marco, prendendo per buona una delle tante bugie di Fatima che gli racconta di essere stata pestata in cantina dal geloso compagno, le trova il modo per sottrarsi a quell’inferno, lei prenderà sì il treno per andare a Roma. Ma invece del figlio porterà con sé un cucciolo di tigre, scappato dal circo e assurto a deus-ex-machina (come nella tragedia greca) di un finale che lascia spazio a una dolorosa speranza.

E se raccontare la realtà è impossibile, perché si finisce per trasformarla in un romanzo ancora più romanzesco, Alberto Garlini prima di chiudere i suoi “Piani di vita” regala ai lettori un altro numero di prestidigitazione. Tramutando la storia dei tre protagonisti in un romanzo nel romanzo. Scritto dallo stesso Marco Leoni, lo sceneggiatore. Che nella sua “Caverna della purezza” può finalmente rimettere al loro posto i pezzi del puzzle.

Ma sarà davvero quello lo schema giusto?

alemezlo

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