La scrittrice Azza Filali «Alla mia Tunisia hanno rubato i sogni»

Medico e letterata presenterà al Festival venerdì 18 il suo primo libro tradotto in italiano: “Ouatann”

di Arianna Boria

Le storie di cinque personaggi ci restituiscono la Tunisia dei giorni nostri, un paese dove un’intera generazione vive senza sogni e la corruzione e il malaffare sono diventati metastasi in ogni ambiente. La villa sul mare in un villaggio poverissimo vicino a Biserta, è il crocevia di questi destini: l’avvocatessa divorziata Michkat, inquieta e tagliente, il piccolo funzionario Rached, pronto a barattere un incarico e una famiglia incolori per soldi, l’ingegnere Naceur, che porta sulla coscienza i morti legati ai suoi traffici e anela a una rigenerazione morale, il violento Monsour e Faiza, giovane appassionata e sfuggente come un’apparizione. Tutti cercano un futuro, una prospettiva, forse un amore, in una terra dove le differenze sociali, la mancanza di lavoro, le connivenze sinistre tra politica, istituzioni, autorità, hanno cancellato l’idea di comunità nazionale. Che senso ha, allora, il sacrificio di chi è morto per la libertà? Con un registro lieve, poetico, a tratti ironico, Azza Filali racconta la Tunisia di oggi in un noir che avviluppa il lettore e gli mostra le trasformazioni, le piaghe, il disorientamento di un paese sgranati nell’animo dei personaggi.

“Ouatann. Ombre sul mare” (Fazi, pagg. 320, euro 17,50) è il primo libro di Azza Filali tradotto in italiano e sarà presentato, in anteprima nazionale, il 18 settembre a Pordenonelegge (Vendramini, ore 15) in un colloquio tra l’autrice e la giornalista Camilla Baresani. Tunisina, medico di professione e scrittrice per vocazione, un master in Filosofia all’Università Paris-1, Filali è una delle voci più intense del Maghreb, donna di lettere e di scienza, già pluripremiata autrice di saggi, racconti e sei romanzi. Ecco che cosa ci ha anticipato.

Che cosa vuol dire “Ouatann”?

«Questa parola comprende in sè molti significati. Il più comune è “patria”, ma si estende anche a “casa” e, per me, anche all’interiorità delle persone, quello spazio profondo che c’è tra qualcuno e se stesso, una parte del suo animo. È un termine davvero complesso, molto ricco di significati, essenzialmente irrazionali».

Corruzione, diffidenza verso le istituzioni pubbliche, differenze sociali, povertà: sono queste le “ombre” sul mare?

«Proprio così. Le difficoltà sociali nel mio paese sono comuni fin dalla fine del periodo del presidente Bourguiba. Con il presidente Ben Ali è proseguita la disparità tra la regione a est, lungo il mar Mediterraneo, che aveva una relativa prosperità, e la regione a ovest, vicino al confine con l’Algeria, dove il livello di povertà era critico. È accaduto così che la reale situazione delle regioni più interne sia stata “scoperta” dai tunisini dopo la rivoluzione. In realtà le ombre sul mare esistono da decenni. Ma erano nascoste e i turisti che arrivavano in Tunisia venivano accolti con “slogan” del tipo: “sorridete, siete in Tunisia, la Svizzera del Nord Africa”».

Nel libro lei descrive la perdita del senso di appartenenza a una comunità nazionale come una delle patologie della società tunisina.

«Dopo la rivoluzione del 2011, i tunisini hanno scoperto di appartenere a una nazione autonoma. Questo sentimento è andato gradualmente scemando quando le richieste sociali non sono state soddisfatte dai governi successivi. Oggi, la società tunisina è un patchwork di identità. Negli strati sociali più svantaggiati, il senso di appartenenza alla nazione tunisina è molto debole, perchè la gente ha priorità elementari: un lavoro, una casa dove vivere, o semplicemente trovare il modo di sfamare la famiglia. Questo spiega in parte la massiccia immigrazione illegale verso l’Italia di giovani più preoccupati del loro futuro che del futuro della nazione. Ma il fenomeno non riguarda solo i tunisini. Sono convinta che il senso di appartenenza alla comunità nazionale sia diminuito da noi come altrove nel mondo. La crescita dell’individualismo, l’importanza attribuita ai problemi personali, sono tutti fattori che hanno contribuito a questo smarrimento».

La corruzione è il problema principale in Tunisia?

«Come in altri paesi. La differenza è che, dalla rivoluzione in poi, le sacche di corruzione sono state rese pubbliche, mentre le autorità precedenti le occultavano».

Michkat, la protagonista di “Ouatann”, alla fine decide di rimanere. Perchè?

«Questo personaggio è una metafora del paese. E il messaggio essenziale che trasmette è la sua appartenenza alla Tunisia, anche se non ha una vita semplice per la sua condizione di donna libera e autonoma».

Per tutte le donne del suo libro il sesso non è mai gratificante, a volte brutale. Lei è un medico, oltre che una scrittrice: qual è la sua esperienza?

«Quello della sessualità femminile in Tunisia è un problema complicato. I progressi di cui oggi godono le donne, libertà nella scelta del marito, libertà di decisione, libertà di volere un figlio o meno, hanno modificato l’atteggiamento nei confronti del proprio corpo. Tuttavia anche questa generazione di donne soffre di scarsa informazione sui temi sessuali, perchè le madri appartengono invece a quella precedente e per loro questi argomenti non erano oggetto di discussione fra madri e figlie».

Nel libro lei cita Lampedusa e il Canada, dove si è trasferito il fratello di Michkat. Ma si ha la sensazione che emigrare non sia nemmeno un sogno, semplicemente un ripiego...

«Non è così. Quello dell’emigrazione è un fenomeno che tocca i giovani, che non trovano condizioni sociali di vita accettabili in Tunisia. È considerata l’unica soluzione, malgrado tutti i pericoli cui si espongono. Ma è anche un sogno: andare in un altro posto, conoscere altri modi di vivere, cambiare atmosfera. Per tanti giovani uomini tunisini, che non hanno mai lasciato la loro piccola città, è l’unico modo per tagliare i ponti con un modo di vivere che considerano una prigione».

Eppure nel suo libro proprio uno di questi giovani uomini, Abderrazak, dice “Non voglio che mio figlio diventi italiano”...

«Sono convinta che se molti giovani tunisini trovassero condizioni sociali e professionali per avere una vita dignitosa in Tunisia, non si sentirebbero così attratti dall’idea di scappare. Il personaggio di Abderrazak incarna questo atteggiamento e queste aspettative: rifiuta che suo figlio cresca in Italia e va a riprenderselo».

Pensa che dietro gli attacchi terroristici al museo del Bardo e sulla spiaggia di Susa ci sia solo fanatismo religioso?

«Gli attacchi portano la firma di gente che appartiene a gruppi islamici estremisti, ma sono convinta che le motivazioni siano complesse. La più evidente, e semplice, è “odio per gli stranieri che non sono musulmani”. Ma ce n’è un’altra importante: distruggere la stagione turistica in Tunisia e contribuire al disastro economico che ora affonda il paese. Penso che i terroristi fossero il braccio armato di altri gruppi mossi da intrinseche ragioni economiche».

Secondo lei perchè ragazzi e ragazze, magari con una vita apparentemente normale in paesi stranieri, accettano di immolarsi per la causa del Califfato?

«Questi giovani vivono una condizione psicologica particolare: come tutti i loro coetanei, sono entusiasti, hanno bisogno di dare un significato alla loro vita e di essere parte di un movimento. Spesso, però, non trovano un substrato: le loro condizioni di vita sono povere e vuote di grandi significati. Sono suggestionabili ed è facile convincerli a entrare in un gruppo islamico estremista. L’assassino di Susa, per esempio, era uno studente che amava la break dance. Quando suo fratello morì e, proprio nello stesso periodo, il responsabile della regione decise di chiudere il posto dove lui insegnava break dance, si è trovato in una situazione di vuoto e depressione che certo ha contribuito a spingerlo a seguire lezione islamiche e a aderire a un gruppo estremista».

Cosa deve fare l’Europa sulla tragedia dei migranti?

«Non è una questione facile. La prima difficoltà sta nel fatto che non tutti i paesi europei hanno lo stesso atteggiamento politico sulla questione. Secondo: la posizione geografica è diversa. In Italia il problema dell’immigrazione illegale è urgente per la sua frequenza e le sue dimensioni. Ma non ha le stesse caratteristiche in paesi come la Germania o perfino la Francia. Le posizioni non omogenee sono l’ostacolo maggiore».

Il personaggio più affascinante del suo libro è Naceur, l’ingegnere corrotto. Anche a lei sembra piacere molto...

«La vita non è un’autostrada dritta e il valore del destino individuale spesso sta nei cambiamenti che influiscono sugli eventi e sulla psicologia. Quello che dà significato alla storia di un individuo sono “les chemins de traverse”, come le chiamiamo in Francia, le strade impervie, che portano una persona lontano da dove era abituata a stare e le permettono di diventare molto diversa da quella che era prima. Accade a Naceur: la sua strada è frammentata, ecco perchè è così importante nella costruzione della storia».

Lei racconta i problemi gravi del suo paese e della sua gente con un registro poetico, talora ironico...

«L’ironia mi viene spontanea. Tendo sempre ad attenuare il dramma di ogni singola vita. Dietro ogni “serio” evento della vita c’è sempre un dettaglio che distrugge l’eccesso di gravità e apre la strada al sorriso».

@boria_a

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