La moglie segreta del duce scriveva dal manicomio «Io soffro mentre tu taci»

di Giovanna Pastega VENEZIA «Mentre io sono lontana, prigioniera, in un volgarissimo manicomio, sottoposta alla fame, alle torture, agli oltraggi inauditi, in preda alla disperazione, tu taci». Così,...

di Giovanna Pastega

VENEZIA

«Mentre io sono lontana, prigioniera, in un volgarissimo manicomio, sottoposta alla fame, alle torture, agli oltraggi inauditi, in preda alla disperazione, tu taci». Così, disperatamente, scriveva Ida Irene Dalser nel 1936 a Benito Mussolini dal Manicomio di San Clemente a Venezia, in cui era stata rinchiusa e dove morirà l'anno dopo. È solo una delle tante lettere mai spedite della "moglie segreta" del Duce, contenute nell'archivio del Museo del Manicomio di San Servolo.

Inaugurato nel 2006 il Museo veneziano ospita un documentato excursus storico sull'evoluzione dell'istituto psichiatrico e sulle tecniche di cura delle malattie mentali. L'isola di San Servolo già all'epoca della Serenissima fu utilizzata come luogo di detenzione per malati di mente: un documento testimonia il primo atto ufficiale a firma del Consiglio dei Dieci di "internamento" datato 1725. Gestito dai frati Fatebenefratelli, l'istituto raccolse malati mentali provenienti dalle Tre Venezie e anche dall'Istria e della Dalmazia, poi nell'800 divenne manicomio maschile di ambito veneto lasciando all'isola di San Clemente la funzione di ricovero per le donne, finché nel 1930 durante il fascismo passò di competenza alla Provincia diventando sede mista per i casi gravi e violenti.

Ed è proprio in questi anni che la storia dei manicomi veneziani si incrocia con le vicende della Dalser e di Mussolini. In una lettera scritta da San Clemente il 22 marzo del 1936 e indirizzata al Re, Ida racconta in sintesi i terribili momenti del suo primo internamento coatto: «Sua maestà!!! Mi presento: l'ex moglie di Benito Mussolini (attualmente capo del Governo) ed ho un figlio da lui legalmente riconosciuto col nome di Benito Albino Mussolini nato a Milano l'11 novembre 1915. Il 19 giugno 1926 sono stata rapita sulla strada: legata, narcotizzata, lacera contusa, trascinata nel manicomio di Pergine. Il 15 luglio 1935 sono evasa dal manicomio e dopo molte peripezie sfidando la morte…ho raggiunto la mia villa paterna a Sopra Monte». Da qui, come racconterà poi nel 1945 al giornale "L'Azione" il di lei cognato, Riccardo Paicher, il calvario manicomiale della Dalser arriverà presto all'epilogo: dopo numerosi ricoveri e un gioco di intricate connivenze verrà reclusa definitivamente senza mai più poter rivedere l'adorato figlio.

Nella cartella clinica del primo ricovero a Venezia del '26 (l'ultima invece è misteriosamente scomparsa) si legge: «Prima giornata di ingresso. Proviene dal manicomio di Pergine con diagnosi di sindrome paranoica in soggetto nevropatico. È un po' stanca e abbattuta dal viaggio, dice che sente il bisogno di riposarsi: tuttavia invitata dalla direttore a parlare, fa con speditezza e scioltezza il racconto della delle sue ultime vicende. Ella ci rammenta di avere avuto rapporti col Capo attuale del Governo, Benito Mussolini, circa 11 anni or sono a Milano, e da tali rapporti sarebbe nato un bambino a cui fu posto egualmente il nome di Benito, che dice in tutto simile al padre per figura ed intelligenza. Tale figlio ha ora 10 anni e 1/2 di età ed è custodit. o dalla sua sorella e dal cognato signor Paicher in una sua villa a Sopramonte, Trento. Si dilunga assai in minuti particolari politici riguardanti la vita d'allora dell'attuale Capo del Governo, che ella non dubita di chiamare suo marito: alla obiezione che Mussolini è già sposato regolarmente con altra donna e che qui in Italia non esiste la bigamia, risponde che il matrimonio di Mussolini è irregolare, perché ha sposato una sua sorellastra (la figlia dell'amante di un suo nonno)».

Dai racconti lucidi e drammatici ricchi di dettagli emerge il profilo di una donna fiera e combattiva, esasperata dalla mille vicissitudini, intrappolata in un meccanismo più grande di lei. Amata da Mussolini ai tempi della sua direzione dell'«Avanti» quando la Dalser era una affermata imprenditrice (aveva creato a Milano un avviatissimo centro di igiene e bellezza), se ne era allontanato nel pieno della sua ascesa politica dopo aver avuto da lei un figlio, Benito Albino, e averlo riconosciuto come figlio naturale.

Troppo scomoda per le continue richieste di una pubblica attestazione della propria esistenza e di quella del figlio, divenne una presenza imbarazzate nella vita del neo-duce, che nel frattempo si era sposato con Rachele. Finirà i suoi giorni a San Clemente, non smettendo mai di reclamare i propri diritti. Benitino, adottato con relativo cambio di cognome dal commissario prefettizio di Sopramonte, fu prima mandato in collegio e poi, dopo un corso di radiotelegrafista e una parentesi lavorativa in una nave in Cina, recluso nel manicomio di Mombello dove morì a soli 27 anni.

Le storie che si possono ricostruire dagli archivi di San Servolo sono migliaia. Nel "Museo della Follia" sono contenute 14mila lastre fotografiche che ritraggono i pazienti passati per i manicomi veneziani dal 1825 fino alla loro chiusura nel 1978. Nei secoli passati era molto facile finire in manicomio, bastava una segnalazione medica e con una serie di passaggi il tribunale civile e penale predisponeva l'internamento. Le motivazioni erano le più disparate: da casi reali di disturbo mentale all'alcoolismo, dalla pellagra (all'epoca diffusissima a causa delle carenze alimentari e che al suo stadio più grave colpisce il sistema nervoso centrale) alla depressione post-parto.

Nel 1902 il manicomio di San Servolo viene colpito da un grave scandalo: il giornale “L'Adriatico” pubblica gli esiti del sopralluogo effettuato da una commissione medica ordinata dalla Provincia, nei quali si rileva come su 608 ospiti più di 60 vivessero da mesi incatenati ai letti in condizioni disumane. L'eco della notizia porterà all'allontanamento dei frati e all'istituzione di un'Opera Pia laica per la gestione del manicomio.

«Le diagnosi con cui la gente veniva internata - spiega Luigi Armiato, responsabile del Museo di San Servolo - erano le più disparate, dalla la mania con o senza furore, alla melanconia, dalla pazzia circolare alla schizofrenia, definizione molto utilizzata ai primi del '900. Nel nostro museo raccontiamo l'evoluzione delle cure psichiatriche: dai primi tentativi a base di erbe officinali alle terapie farmacologiche, dalla idroterapia all'ergoterapia (il lavoro come cura) o ancora alla musicoterapia, per passare in tempi più recenti ai tristemente noti elettroshock».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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