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Salvatore Ferragamo scrisse ad Anita Pittoni «Vuol conoscere Dior?»

Alla Drogheria 28 esposti da oggi documenti, biblioteca di moda, corrispondenze dell’artigiana. Un omaggio legato al concorso Its 2015

4 minuti di lettura
Anita Pittoni 

TRIESTE Vorrebbe conoscere Christian Dior? Così scrive Salvatore Ferragamo in una lettera ad Anita Pittoni, dattiloscritta e datata 2 febbraio 1949. Ferragamo, il re delle scarpe, il calzolaio delle stelle di Hollywood, invita l'artigiana triestina a partecipare alla rassegna internazionale di moda del Maggio fiorentino, la sollecita a prendere una decisione: vuole presentare e vendere i suoi prodotti, vuole incontrare Christian Dior?

Chissà che cosa sarebbe successo se Anita Pittoni avesse risposto di sì, chissà che incontro sarebbe stato quello tra la "pittrice dell'ago", come la definiva Anton Giulio Bragaglia, il calzolaio delle stelle di Hollywood, Ferragamo, e l'inventore del New Look, Christian Dior.

Ma il 1949 è un anno particolare per Anita. Il "genio della manualità", come la definiva il concittadino Tullio Kezich sul Corriere della Sera, si sta lasciando alle spalle la moda, e sta pensando di avventurarsi in un altro ambito. Alla composizione dei colori sostituisce la distillazione delle parole, alla sperimentazione con tessuti e materiali, il fruscio della carta, il gusto per la pubblicazione preziosa. Lo Studio d'arte decorativa appartiene ormai al passato, nascono le edizioni dello Zibaldone, il cui primo titolo uscirà nel settembre di quell'anno, sette mesi dopo l’invito di Ferragamo.

Questo interessante documento sui legami tra Anita Pittoni e i protagonisti internazionali della moda del suo tempo sarà in mostra, da oggi al 17 luglio, alla libreria antiquaria Drogheria 28, parte di quel fondo di volumi, corrispondenze, depliant, riviste, "libri mastri" dello Studio d'arte decorativa, acquisito e ricomposto dal bibliofilo Simone Volpato. Una raccolta che ci restituisce gli anni dell'attività di moda e design di Anita, le sue fonti di ispirazione, le sue suggestioni, i suoi contatti, committenti e fornitori, l'attività quotidiana del laboratorio.

Tre gioielli di questo fondo firmati Giorgio Carmelich - un numero della rivista "Epeo", da lui fondata, sul bestseller la Sagra di Santa Gorizia di Vittorio Locchi, e due collage dedicati alla moda meccanica e a una scenografia orientale - saranno visibili per l'ultima volta a Trieste proprio in occasione di questa mostra, "FuturAnita", che anticipa e si collega al concorso internazionale per talenti del design ITS, in programma all'ex Pescheria il 10 e 11 luglio. I tre Carmelich lasciano Trieste: li ha acquistati, infatti, la Fondazione Echaurren-Salaris di Roma, che, in trent’anni, ha messo insieme la più completa collezione di documenti, pubblicazioni, testimonianze sul futurismo.

La lettera di Ferragamo chiude idealmente quel lungo periodo, cominciato verso la fine degli anni Venti, di Anita Pittoni creatrice di moda e dello Studio di via Cassa di risparmio, che fu la sua soddisfazione e il suo cruccio, dove sperimentò e si confrontò con altri designer, progettò rassegne ed esposizioni, costruì rapporti con gli amici futuristi, pensò e realizzò i suoi pezzi sperimentali, anticipatori nei disegni e nei materiali.

Ed è proprio la minuta “contabilità” del laboratorio che ci offre informazioni interessanti sui percorsi, spesso imprevedibili, sicuramente anticipatori, che prendevano la fantasia, il gusto grafico, la manualità di Anita. I suoi biografi, i cultori della memoria e qualche collezionista appassionato, troveranno tra queste carte alcune tracce per completare il racconto di una triestina per certi versi geniale, ostica e ingiustamente dimenticata. Tracce preziose, anche se piccole, frammentarie, discontinue, che sollecitano un lavoro certosino e affettuoso di “cucitura”.

Le forniture, dunque. A Milano Pittoni acquistava filati metallici d’argento, fili d’oro in lamina, rocchetti di “piattina” d’oro: dieci cartoline con i relativi ordinativi, dal 1932 al 1937, sono indirizzate ad “Arte del ricamo”, un negozio di telerie, specializzato in filati di seta e lana.

Sono gli anni intensi della partecipazione alle fiere: la prima Mostra femminile d’arte al Castello Sforzesco, con in giuria Mario Sironi e Adolfo Wildt, dove vinse la medaglia d’argento, la Fiera di Firenze dell’Ente nazionale per l’artigianato, che nel febbraio del ’32 le anticipò 500 lire per favorire la sua presenza, la Mostra dell’eleganza femminile di Trieste nel gennaio 1935, la VI Mostra nazionale della Moda di Torino nel settembre dello stesso anno. Infine, nel ’38, l’Esposizione internazionale dell’artigianato di Berlino, di cui emerge notizia, per la prima volta, da questo fondo.

Arrivava da Milano, e anche da Trieste, un’altra “texture” d’elezione per la Pittoni, la juta, che ordinava, insieme a fibre di lino e canapa, alla ditta “Adolfo Lamperti” nel capoluogo lombardo e allo “Jutificio triestino” di Campo Marzio. Il telaio era stato scelto a Torino: due cartoline, del 20 febbraio e del 15 marzo 1939, forniscono dettagli sul trasporto del macchinario, in legno modulare, completo di tutti i suoi accessori. Molto laboriosa era l’attività di tinteggiatura dei filati, che negli anni Quaranta aveva come referenti la ditta Giuseppe Gozzoli e la tintoria Cozzi di Milano, dove Anita ordinava i rossi, rossi violacei, punti di verde per arredo e confezioni, mentre lo stabilimento a vapore Tintoria Angelo di via Madonnina 18 a Trieste, aveva provveduto all’azzurro di una partita di canapa.

Anche la geografia delle relazioni commerciali con i negozi triestini permette di entrare nella vita dello Studio. Edoardo Velicogna in piazza della Borsa, tra il 1934 e il ’38, inviava ad Anita fatture per la fornitura di materiali dai nomi sognanti, cotone perlè, seta iride, seta splender, filo oro, cotone papagallo, marlit, etamin, lana Tizian, lana oriente, tortiglia nero. Per il crine vegetale, la corda e la canapa, il negozio di riferimento era “Alberto Bignami” in via Diaz 2, per il panno lenci “Silvio Rustia” di viale XX Settembre 31, per i bottoni di stoffa e i plissè “Ettore Ciotti” di via San Spiridione 10, per i ricami “M. Bomman. Casa fondata nel 1902”, che aveva sede al numero 12 di via Cavana. Il veneziano “Donaggio & Figli”, specializzato in forniture peschereccie e in reti a macchina e a mano, provvedeva a soddisfare gli ordinativi di refe canapa, refe lino candido, lino cremato, canapa greggio.

Le tende a rete di Anita erano pezzo d’arredo apprezzato alla fine degli anni Trenta. Piacevano in modo particolare al celebre tessutaio veneziano Rubelli, al negozio d’arredamento “La casa moderna” di via Defilippi a Milano, che le aveva viste in esposizione alla Mostra del tessile di Roma, puntando gli occhi sul tipo “Pescatore” per i suoi campionari, all’architetto milanese Giancarlo Palanti, una delle figure di punta del razionalismo milanese tra le due guerre, poi trasferitosi in Brasile, dove fu tra gli urbanisti della moderna San Paolo.

In una serie di cartoline tra febbraio e maggio 1936, lo Studio di architettura di Franco Albini chiedeva di vedere urgentemente la Pittoni per gli arredi dell’appartamento dell’ingegner Falck, mentre l’azienda Richard Ginori sollecitava le tovaglie su cui mettere in mostra i suoi servizi griffati. Più tardi, e siamo già nel 1947, a meno di due anni dalla decisione di Anita di chiudere il capitolo moda, la celebre galleria d’arte Il Milione di Milano la invitava a non lasciare in sospeso gli ordini per arredare i suoi ambienti.

Tra il ’42 e il ’43, il diario quotidiano dello Studio triestino era compilato da una delle lavoranti migliori, Nelly. Scopriamo così che tra i clienti c’erano Gabriella Economo, l’architetto Pulitzer, le famiglie Nordio, Segre, Nobile, Raiser, artisti come Timmel, Spacal, Righi. Lei, Anita, era a Miasino, dove viveva con l’architetto e critico d’arte Agnoldomenico Pica. Lontana da Trieste e anche dall’idea di diventare editrice.

twitter@boria_a

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