Contro i fanatismi ci può vaccinare soltanto la cultura

Un nuovo libro del genetista pubblicato da Rizzoli aiuta a capire perchè “Il sapere rende liberi”

di Roberto Carnero

Che cosa fa di noi quello che siamo? Principalmente tre fattori: il genoma (vale a dire il nostro patrimonio genetico, i cromosomi che abbiamo ereditato), l'ambiente e il caso. Apparentemente, dunque, non c'è molto spazio per la libertà.

Eppure qualcosa è in grado di renderci liberi: la cultura, il sapere, la scienza. Questa, in estrema sintesi, la filosofia di Edoardo Boncinelli, genetista di fama internazionale, che ha appena dato alle stampe un vivace volume: “Noi siamo cultura. Perché sapere ci rende liberi” (Rizzoli, pagine 160, euro 18).

«Intendo la cultura - spiega lo studioso - come un patrimonio di conoscenze condivise, magari non proprio fra tutti, ma comunque all'interno di una data comunità. La cultura posseduta equivale alla quota di civiltà alla quale una popolazione o un individuo hanno accesso diretto, ovvero alla parte di conosecenze sulle quali possono contare».

Professor Boncinelli, perché la cultura ci rende liberi?

«Perché chi possiede una buona cultura sta meglio. Sa di più e può per questo imparare di più. È più al corrente delle cose ed è più in contatto e in sintonia con esse, senza perciò essere supinamente conformista. Anzi, più sa, più è in grado di formarsi idee proprie su questo o su quell'argomento».

Lei sembra rifiutare la dicotomia tradizionale tra sapere scientifico e sapere umanistico...

«La diatriba sulle "due culture" è ormai superata: per costruire una conoscenza completa e socialmente utile servono entrambi i saperi, anche se è innegabile che vi siano delle specificità e che le singole persone possano avere maggiore inclinazione verso l'uno o l'altro campo».

Il suo saggio contiene un'accusa verso chi cerca di tenere la gente nell'ignoranza per poterla controllare meglio, come spesso in passato è avvenuto con i vari assolutismi e oscurantismi. Nel mondo di oggi a chi conviene allontanare le masse dal sapere?

«Quando i fondamentalisti islamici impediscono alle ragazze di studiare, è chiaro l'intento di un assoggettamento sessista funzionale a un tipo di società che non si vuole possa evolvere in senso democratico attraverso l'affermazione della parità di genere. Ma purtroppo non sono solo i musulmani ad ostacolare il sapere, anche i cattolici continuano ad avere le loro colpe».

Dice sul serio? In che modo le sembra di poter equiparare la Chiesa cattolica di oggi al fanatismo religioso di matrice islamica?

«Certo, non si tratta della stessa cosa negli stessi termini, ma è un fatto che le religioni rivelate pretendono di avere tutta intera la verità grazie ai libri sacri di cui sono depositarie, cioè in virtù di quella che ritengono essere la parola di Dio. Perciò guardano con sospetto alla scienza e alle novità che si prospettano nei vari campi del sapere, temendo che queste possano mettere in discussione le loro ataviche certezze. Si pensi, per quanto riguarda l'Italia, alla continua querelle inerente alla ricerca sulle cellule staminali».

Eppure lei insegna in un'istituzione di ispirazione cattolica, l'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, fondata da un sacerdote, don Luigi Verzè...

«Sì, ma don Verzè era più laico di molti laici. Quando si prospettò la possibilità di fare ricerca sulle staminali per curare tante malattie, mi chiamò e mi disse: "Professore, noi questa cosa dobbiamo farla. Attrezziamoci e partiamo!"».

Sul tema religioso lei è sempre piuttosto polemico. Un altro suo libro si intitola "La scienza non ha bisogno di Dio". A suo parere, scienza e fede non sono dunque conciliabili?

«Sono conciliabili nella misura in cui uno scienziato credente non si lascia influenzare dalle proprie convinzioni religiose quando svolge la ricerca. Poi a casa sua può credere in quello che vuole».

Infatti esistono scienziati cattolici...

«Certo, e ne conosco di ottimi. Anche se va detto che conosco diversi matematici e diversi fisici credenti, mentre conosco pochi biologi credenti. Forse perché quando ti metti a studiare da vicino la vita, ti accorgi che certe tesi religiose non stanno in piedi se poste a confronto con l'evidenza scientifica».

Parla di questioni come la teoria dell'evoluzione?

«Sì, nella comunità scientifica italiana oggi l'unico che ne dubita è Antonino Zichichi, che però è un fisico. L'evoluzionismo, infatti, non è più una semplice teoria, ma un insieme di dati suffragati da prove. Uno studio recente, ad esempio, mostra una vicinanza sorprendente tra noi uomini e organismi semplicissimi come i lieviti: metà dei geni umani sono gli stessi di quelli dei lieviti, il che dimostra che abbiamo avuto antenati comuni. Insomma, l'evoluzionismo non è più avvalorato soltanto, come ai tempi di Darwin, da una serie di osservazioni naturalistiche, ma da inconfutabili risultanze molecolari. Eppure a scuola molti insegnanti continuano a parlarne come di una mera ipotesi».

Ha toccato il tema della scuola, che pure è presente nel suo libro, oltre a essere uno dei punti qualificanti del programma del governo Renzi. Come dovrebbe essere per lei la "buona scuola"?

«Qualche secolo fa Michel de Montaigne ha detto: "Meglio una testa ben fatta che una testa ben piena", idea ripresa più tardi da Edgar Morin. Certo non tutti possiedono una testa ben fatta, visto che a donarcela sono in gran parte i geni, ma compito dell'istruzione dovrebbe essere proprio quello di affiancare alla trasmissione dei contenuti (per "riempire" la testa) un lavoro finalizzato a creare teste "fatte meglio". Per esempio capaci di muoversi seguendo i percorsi canonici, ma anche di scartare, quando è possibile e quando è vantaggioso, rispetto alle soluzioni convenzionali. La scuola, insomma, dovrebbe essere anche una sorta di palestra per la creatività, anziché un istituto teso all'uniformazione. E poi dovrebbe fare un'altra cosa fondamentale».

Quale, professore?

«Stimolare il piacere dell'apprendimento, perché solo in questo modo è possibile suscitare curiosità verso i vari campi dello scibile. Dovrebbe, insomma, riuscire a trasmettere una certa tensione verso la conoscenza insieme alla consapevolezza che acquisire una cultura è un modo di crescere e di migliorarsi, un compito e un piacere che non si esauriscono certo nel momento in cui si lasciano i banchi, ma che possono al contrario accompagnarci per tutta la vita».

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