Ma per gli sloveni la Resistenza è iniziata nel 1941

Su “MicroMega” lo scrittore Boris Pahor racconta come prese forma a Trieste la lotta al fascismo

Boris Pahor ha scritto per il numero monografico di “MicroMega” dedicato ai settant’anni della Resistenza il saggio “Il contributo della Resistenza slovena”, di cui pubblichiamo la parte iniziale.

di BORIS PAHOR

Il termine "resistenza" generalmente in Italia si usa per definire la lotta antinazista e antifascista dopo l'8 settembre del 1943, giorno in cui l'Italia firma l'armistizio con gli alleati. Per ciò che riguarda gli sloveni, invece, la lotta armata contro il fascismo inizia nell'aprile del 1941, quando l'esercito e il Fascio entrano in Slovenia, contro il nazismo dopo l'8 settembre del 1943, quando le forze militari e fasciste italiane hanno facoltà di andarsene, lasciando le armi.

Quindi la Resistenza armata slovena non solo è anteriore a quella italiana, ma è di più: è lotta di liberazione nazionale, in sloveno Osvobodilna fronta, Of, ed è ciò di cui parlerò in questo mio saggio. Interpretando il termine resistenza nel significato italiano, una vera resistenza al fascismo gli sloveni della Venezia Giulia la iniziarono - in modo non armato, ma con morti e prigionieri - già nel 1926 con un'organizzazione clandestina che successivamente si preparò per la lotta armata nella parte montagnosa del territorio.

Per arrivare al termine di "Venezia Giulia", bisogna prima prendere in considerazione il fatto che gli sloveni come popolo facevano parte dell'impero austriaco, poi austro-ungarico, senza un territorio ufficialmente delimitato (il tentativo di realizzarne una carta geografica fu passibile di citazioni in giudizio), ma generalmente per territorio sloveno si intendeva quello di quattro regioni: Primorje (Litorale, con capitale Trieste), Kranjska (Carniola, con capitale Ljubljana), Štajerska (Stiria, con capitale Maribor) e Koroška (Carinzia, con capitale Klagenfurt/Celôvec).

Questo è il territorio in cui gli sloveni vivono uniti fino alla fine della prima guerra mondiale, che fu disastrosa come tale, ma che per il territorio sloveno rappresentò un vero smembramento. E la prima responsabile fu l'Italia che, lasciata la Triplice alleanza (il patto che la univa ad Austria e Germania), firma il Patto di Londra nel 1915 con il quale entrava in guerra a fianco di Francia, Gran Bretagna e Russia per avere l'Istria, Trieste e il territorio che dal mare si estende fino alle Alpi Giulie, formando il Litorale sloveno, Gorizia, Val Canale, Tarvisio, oltre a dei possessi in Dalmazia. Mire impe-rialistiche conseguite, dopo il conflitto, con il Trattato di Rapallo firmato il 12 novembre 1920 tra il Regno serbo-croato-sloveno e il Regno d'Italia.

Il Trattato di Rapallo, ripeto, è del 12 novembre, ma già il 13 luglio di quell'anno le squadre fasciste incendiano la grande Casa della Cultura slovena in Piazza Caserma (l'odierna Piazza Oberdan) a Trieste e demoliscono altri uffici e istituzioni slovene, mentre non viene stabilito nessun diritto delle minoranze, ma si ebbero solo delle parole altisonanti sul "grande Stato che con la sua civiltà unica custodirà gelosamente la cultura locale" (come ebbe a dire il ministro degli Esteri, conte Sforza).

Sulla civiltà del grande Stato non c'è alcun dubbio, ma qui si tratta di politica, e sta di fatto che nel febbraio del 1919, quando quindi l'annessione vera e propria non c'è ancora stata, le autorità di occupazione deportano oltre mille persone, per lo più intellettuali di Trieste, dell'Istria e del Goriziano, in Sardegna, nella fortezza di Verona, le maestre invece vengono portate nelle carceri insalubri San Marco di Venezia. Tra gli internati c'erano 35 sacerdoti, tra i quali il vescovo di Veglia Anton Mahnic´, 36 insegnanti, 45 impie-gati statali, 9 maestre elementari.

Date queste premesse, il terrore fascista aveva già nel 1919 grande facilità d'azione e le 550 mila persone slovene e croate nella per loro costituita provincia Venezia Giulia non possono che aspettarsi il peggio nel 1922, quando Mussolini sale al governo.

Qui non posso elencare tutto ciò che il fascismo soppresse, riprenderò perciò quello che la storica Marta Verginella riassume nel suo saggio pubblicato nel libro collettaneo “I giorni di Trieste” (Editori Laterza 2014, che raccoglie le "Lezioni di storia" organizzate da “Il Piccolo”, il quotidiano di Trieste): «L'ascesa del fascismo portò alla chiusura coatta delle scuole di tutti i gradi con lingua d'insegnamento slovena e croata nell'intera Venezia Giulia. Le autorità fasciste vietarono la pubblicazione dei giornali sloveni e croati, l'uso della due lingue negli uffici pubblici, imposero lo scioglimento di circa 400 circoli sportivi e culturali, istituti bancari, casse di credito e 300 cooperative con circa 125 mila soci, l'utilizzazione dei cognomi, nomi e toponimi. Ogni espressione pubblica della nazionalità minoritaria fu interpretata alla stregua di un atto criminoso. Nel giro di qualche anno l'italiano divenne l'unica lingua ufficiale in uso nella Venezia Giulia e il divieto di comunicare in sloveno e croato si estese dai pubblici uffici ad altri luoghi di lavoro, fabbriche, ditte private, trattorie, negozi, pena il licenziamento, ammonizione o ritiro dell'autorizzazione dell'esercizio». In breve: un genocidio culturale, sociale e politico e, in parte, anche religioso nell'Europa del XX secolo. Razzismo fascista prima delle leggi razziali del 1938, solennemente esposte da Mussolini stesso, appunto a Trieste.

Questo in breve. Per un approfondimento rimando al libro del professor Lavo ‹rmelj, Sloveni e Croati in Italia tra le due guer-re, prima edizione in inglese nel 1936 con il titolo “Life and Death Struggle of a Nation Minority”, in francese nel 1938. Il libro contiene 344 pagine di dati, parte dei quali si riferiscono già alle conse-guenze della Resistenza armata.

Prima di Albert Camus, prima del suo “Homme révolté”, il giovane e grande poeta sloveno Srec?ko Kosovel, morto a 22 anni nel 1926, dichiarava in una sua lirica: «In mi se bomo uprli. E noi ci opporremo».

Qui vediamo il verbo usato nel senso di resistenza. La società di giovani del Litorale sloveno, che si forma quasi lo stesso anno della morte di Sre›ko Kosovel, si chiama Borba, che in italiano si traduce "lotta" e, in senso estensivo, anche combattimento.

Visto che i deputati sloveni (fino a quando c'era il parlamento) non combinavano niente confidando troppo nel valore delle loro argomentazioni, i giovani decisero di agire per conto proprio, usando metodi estremi per attirare l'attenzione dell'opinione pubblica europea. Si aiutarono purtroppo con la benzina, come avevano fatto i fascisti nell'incendio della Casa della cultura, Narodni dom, nel 1920. Spargevano la benzina di notte, quando le aule scolastiche erano deserte. Poi ebbero la malaugurata idea di mettere dell'esplosivo davanti alla sede del giornale fascista di Trieste, “Il Popolo di Trieste”, di sera, sicuri che nella redazione non ci fosse più nessuno, credendo che fossero tutti al pasto serale. Invece quattro persone erano ancora all'interno e una di loro perse la vita.

Così fu fatto venire a Trieste il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, che era stato istituito dopo aver riabilitato la condanna a morte, alla quale vennero condannati 4 giovani ancor prima di essere processati. Avrebbero dovuto esserci 87 imputati, ma ne furono arrestati soltanto 52, mentre gli altri riuscirono a mettersi in salvo. Di fatto poi vennero giudicati soltanto in 18, riservando agli altri un altro processo. Per dimostrare alla Jugoslavia la propria autorità e potenza, Trieste fu trasformata, facendo arrivare navi da guerra, camicie nere in grande quantità eccetera.

Minestra di cavolo nero, fagioli all’occhio e zucca con maltagliati di farro

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi