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Amico Dolci: «Come mio padre lavoro per un mondo migliore»

Seminari sulla musica e interventi sulla nonviolenza nelle scuole di Trieste per il figlio del sociologo, scrittore, che voleva sottrarre la Sicilia alla mafia

4 minuti di lettura

«Papà era ancora vivo, e io già mi chiedevo: cosa sarà di tutto quello che ha costruito senza di lui?». Così, per il figlio Amico Dolci, alla morte di Danilo Dolci nel 1997, è stato normale pensare di arrendersi. Mettersi in un angolino e vivere di ricordi. Poi, piano piano, è tornata la voglia di riprendere i seminari secondo il suo metodo. Per stabilire con le persone, colte e ignoranti, un dialogo alla pari. Uno scambio non violento di opinioni, esperienze, conoscenze, che possa favorire lo sviluppo creativo.

Flautista e musicista di fama, continuatore dell’opera del padre (quel Danilo Dolci, sociologo, scrittore, nato a Sesana nel 1924 da mamma slovena e papà bresciano, che è stato candidato al Nobel per la pace con il suo progetto di sottrarre la Sicilia alla mafia, alla povertà, all’ignoranza), Amico Dolci è passato per Trieste dove ha tenuto un master di flauto dolce al Conservatorio Tartini, su invito del professor Stefano Casaccia. E ha partecipato alla giornata di apertura del programma del Comune “La mia scuola per la pace”, con un intervento sul lavoro di Dolci, davanti a 200 studenti triestini e della Puglia al Museo "de Henriquez", per la prima volta aperto a un programma formativo sul tema.

Ieri ha tenuto due laboratori basati sul metodo pedagogico maieutico, perfezionato da suo padre, al Liceo Carducci e al Museo de Henriquez. Nel pomeriggio si è recato a Sesana per vedere la targa posta in memoria di Dolci sulla sua casa natale. E ha visitato il comprensorio del parco Basaglia, il cui lavoro si è basato sulla nonviolenza e sul concetto di rispetto della persona.

«Papà, da Trieste, è capitato in Sicilia quasi per caso, negli anni della guerra - racconta Amico Dolci, che presiede il Centro sviluppo creativo “Danilo Dolci” di Palermo -. Suo padre, capostazione, casualmente era stato trasferito a Trappeto, un paesino tra Palermo e Trapani. E Danilo Dolci era andato a trovarlo, insieme alla mamma e alla sorella, scoprendo una zona bellissima. Dove, però, la gente viveva in condizioni drammatiche. Senza cibo, con tanti banditi a tanta polizia attorno, un livello di istruzione minimo, se non del tutto assente».

Poi ha iniziato a studiare architettura...

«Ed è andato presto in crisi. Perché, dopo il viaggio in Sicilia, ha cominciato a chiedersi: io per chi costruirò case? Per chi è pieno di soldi e se ne può permetteere due, tre? Non poteva dimenticare la povera gente di Sicilia».

E allora?

«È andato a Nomadelfia, la comunità-utopia di don Zeno. E lì ha scoperto che è possibile sognare e costruire un altro mondo. Dalla parte degli ultimi. Non si è laureato in Architettura, lasciando l’università a pochi esami dalla fine, e a un certo punto ha deciso di fare il grande salto. Si è trasferito in Sicilia, a Trappeto, a Partinico, all’inizio del 1952. Per condividere la propria vita con la gente di quelle terre splendide e sfortunate».

Ci voleva un posto pulito?

«Sì perchè Trappeto, Partinico, erano paesi che puzzavano. La fogna scorreva a lato della via principale dei paesi. Ricordo che noi, da bambini, giocavamo tra cani, polli, rifiuti. Così papà ha deciso di costruire la sua casa su una collinetta sopra il paese, il borgo di Dio, dove poi sono arrivati personaggi di livello altissimo. Amici di Danilo Dolci come Bruno Zevi, Carlo Levi, Norberto Bobbio. E Grazia Honeger Fresco, che poi è diventata responsabile delle scuole Montessori in Italia. Accanto a loro c’erano contadini, pescatori, volontari».

E sua mamma?

«Era una giovane vedova, che si era fidanzata a 14 anni. Aveva partorito il primo figlio a 16. Quando è arrivata a casa di papà ne aveva già cinque, ma non voleva trasferirsi nella casa dei suoceri. Per non diventare la serva di casa. Perché la gente non mormorasse, si è portata dietro la sorella, che faceva la cuoca. Lei cuciva e si occupava di un sacco di cose».

Dopo un anno erano sposati?

«Sì, e insieme hanno avuto altri cinque figli. La prima Libera, poi Cielo, in omaggio al poeta Cielo D’Alcamo, io che sono Amico, poi Chiara, Daniela, perché all’anagrafe non hanno accettato il nome Danila, pensato da mamma in omaggio a papà. Dopo più di vent’anni, i miei genitori si sono separati. Lui si è risposato e ha avuto Sereno e En. Il mio fratello più grande ha 78 anni, il più piccolo 33».

Come faceva a stare dietro a tutti questi figli?

«Si svegliava alle quattro di mattina, come i contadini. Fino alle sette si concentrava sul suo lavoro, poi si dedicava a tutti quelli che avevano bisogno di lui. Pranzava alle 11 con la mamma e con Chiara, che andava a scuola il pomeriggio».

Chiara era quella che gli portava la colazione?

«Lei, poi, è diventata una violinista. Solo molti anni dopo ha confessato a noi il terrore di portare a papà quel caffelatte con un pezzo di pane fresco».

Perché

«L’ufficio era sempre aperto. Lui stava da solo. Lei lo chiamava quasi mormorando perché aveva paura, mattina dopo mattina, di trovarlo morto. Di vederlo ammazzato, dai mafiosi, da quelli che sfidava apertamente. E in quegli anni sappiamo che Dolci si era battuto per dare l’acqua ai contadini, per costruire la diga sul fiume Jato, senza passare per i soliti potentati siciliani».

Com’era Dolci da piccolo?

«C’è un episodio emblematico. La nonna era cattolica, un po’ bigotta, il nonno un uomo libero e non credente. Eppure si stimavano e amavano. Un giorno, papà ha ricevuto in regalo un cappellino di cui era molto fiero. Tanto da andare a pavoneggiarsi sul balcone. A un certo punto, in strada era passato un bambino».

E lui?

«Aveva continuato a mettersi in mostra. Fino a quando quel ragazzino gli ha chiesto: me lo regali? E lui, dopo un attimo di esitazione, l’ha lanciato giù. Quando suo padre è tornato a casa gli ha chiesto: dov’è il tuo cappellino?».

Com’è andata a finire?

«Papà diceva: non potete immaginare quante botte ho ricevuto per aver fatto quel regalo. Da lì è nata la sua critica verso chi dice di credere in qualcosa, come il Vangelo, poi però non fa niente per mettere in pratica gli stessi insegnamenti. La nostra educazione è stata improntata proprio su questi princìpi: inutile fare la predica agli altri se non sei in grado di essere il primo a rispettare le regole».

Con voi com’era?

«Ci dava l’esempio. Faceva il suo lavoro nel modo migliore, così assegnava anche a noi la responsabilità di non essere diversi da lui. Poi, però, era dolce, libertario, giocava tanto. Però io che, ad esempio, amavo la bicicletta, prima dovevo finire i compiti e poi andavo a pedalare».

La musica faceva parte della famiglia?

«Papà suonava il piano e l’organo, la nonna cantava. Cosa c’è di più bello che fare musica per conoscere? Se stessi e gli altri. Insomma, per lui ognuno doveva trovare la propria strada. Ci rispettava».

Lei ha fatto il conservatorio?

«Era la prima scuola che ho fatto volentieri. A Palermo mi sono iscritto a composizione e lì ho conosciuto una persona straordinaria: Eliodoro Sollima, papà di Giovanni, il grande violoncellista. Aveva l’umiltà e la pazienza di insegnarmi tutto sulla musica, anche al di là delle sue competenze. E di incoraggiarmi quando scrivevo piccole composizioni».

Per lei cosa significa suonare?

«Vuol dire donare. Ricordo la gioia di un pescatore davanti a una sonata di Chopin. Diceva: questa musica è tutta zucchero e miele. Quale critico saprebbe dare una definizione più bella?».

alemezlo

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