Tutti pazzi per la libertà l’odissea dei partigiani rinchiusi in manicomio

di Pietro Spirito Il partigiano Mario Della Balma, nome di battaglia “Barbis” o anche “Barbisùn”, il 26 agosto 1944, sulle rive del Lago di Agaro, assieme a altri compagni delle brigate Garibaldi...

di Pietro Spirito

Il partigiano Mario Della Balma, nome di battaglia “Barbis” o anche “Barbisùn”, il 26 agosto 1944, sulle rive del Lago di Agaro, assieme a altri compagni delle brigate Garibaldi partecipa all’agguato che costa la vita a due agenti forestali della IV Legione della Guardia nazionale repubblicana, che sembra avessero una vecchia ruggine con il capo del commando partigiano, Massimo Schmit, pizzicato più volte a fare il bracconiere. Schmit in seguito verrà ucciso dai nazisti, ma subito dopo la guerra i carabinieri avviano le indagini per vederci chiaro sulla morte dei due agenti forestali. Presto vengono individuati gli alti partigiani che avevano partecipato all’azione, fra cui appunto Mario Della Balma, il quale, interrogato, spiega di aver agito contro due fascisti, due nemici, in una normale azione di guerra.

La motivazione non convince i giudici, che alla fine condannano Della Balma e gli altri garibaldini a dodici anni di reclusione per omicidio volontario continuato e aggravato. A “Barbis” viene riconosciuta la seminfermità mentale, e l’ormai ex partigiano finisce nelle prigioni di Alessandria. Nel febbraio del 1954 la Corte d’Appello di Torino, in riconoscimento del servizio nella Resistenza, condona a a “Barbisùn” la pena residua ma, considerato il “vizio parziale di mente”, gli infligge tre anni di internamento nel Manicomio giudiziario di Aversa, dove l’ex partigiano rimarrà fino al gennaio del 1957. Dopo undici anni di detenzione fra carcere e manicomio Mario Della Balma potrà tornare a casa, sposare la sua fidanzata Angiolina, riprendere il lavoro dei campi, il suo mestiere di artigiano del legno e vivere serenamente fino all’età di settantaquattro anni.

La storia di Mario Della Balma è una delle decine e decine di vicende giudiziarie che coinvolsero i cosiddetti “pazzi per la libertà”, vale a dire ex partigiani che nell’immediato dopoguerra vennero processati per azioni considerate non di guerra, ma crimini comuni, e che gli avvocati fecero passare per seminfermi di mente perché questo era l’unico modo per ottenere sconti di pena, salvo mandare per brevi o lunghi periodi questi ex combattenti in manicomio. “Pazzi per la libertà” li definiscono appunto Mimmo Franzinelli e Nicola Graziano, il primo storico e l’altro magistrato, nel loro libro “Un’odissea partigiana - Dalla Resistenza al manicomio” (Feltrinelli, pagg. 220, euro 18,00) dove gli autori ricostruiscono una realtà poco nota: centinaia di ex partigiani, accusati di gravi reati commessi durante la lotta clandestina - perlopiù imputazioni relative a casi di “giustizia sommaria” contro persone sospettate di spionaggio o coinvolte nell’apparato repressivo fascista - che per una strategia difensiva impostata da magistrati perlopiù di sinistra, venivano riconosciuti seminfermi di mente e spediti in manicomio.

Quando nel 1946 l’amnistia Togliatti aprì le porte alla gran massa di fascisti condannati o in attesa di giudizio, anche i partigiani poterono beneficiare del provvedimento. Tutti tranne quelli riconosciuti seminfermi di mente, perché l’amnistia non si applicava alla detenzione manicomiale. Perciò centinaia di ex partigiani rimasero in manicomio pur essendo perfettamente sani di mente.

Così, notano gli autori, «nell’Italia del 1946, condizionata dalla Guerra fredda e dall’anticomunismo, centinaia di ex partigiani si ritrovano inquisiti, arrestati e processati come criminali comuni. Il disconoscimento della legittima belligeranza (...) rappresenta l’antefatto giuridico per la perseguibilità penale delle azioni resistenziali».

Franzinelli e Graziano partono dalla vicenda dei “pazzi per la libertà” per dimostrare come, dal ’46 in poi, l’amministrazione giudiziaria e buona parte degli apparati di polizia furono protagonisti di una vera e propria restaurazione, con il ricollocamento sugli scranni dei tribunali e ai vertici delle forze dell’ordine di uomini già compromessi con il regime. Una delle ragioni per cui la Cassazione arrivò ad annullare il 90 per cento delle sentenze contro fascisti e collaborazionisti.

Almeno centomila ex partigiani, invece, finirono in un modo o nell’altro nelle maglie della giustizia subito dopo la guerra. E «nella primavera del 1955 - scrivono Franzinelli e Graziano -, decennale della vittoria sul fascismo, i Comitati di solidarietà democratica diramano le cifre della repressione antipartigiana: 2474 fermati, 2189 processati, 1007 condannati».

È in questo quadro che tanti ex combattenti per la libertà vengono rinchiusi in manicomio. E molte volte ci restano, diventando spesso pazzi davvero. Le loro storie Franzinelli e Graziano le riportano alla luce dopo aver messo le mani su alcuni archivi. Uno in particolare, quello, straordinario, di Angelo Maria Jacazzi, classe 1926, un attivista comunista che prese a cuore la sorte degli ex partigiani ricoverati nel manicomio di Aversa, aiutandoli nella loro odissea giudiziaria. Jacazzi ha messo a disposizione degli studiosi le sue carte, dossier nominali con foto, lettere, copie di sentenze e ritagli di giornale che hanno permesso a Franzinelli e Graziano di ricostruire nel dettaglio alcune di queste storie.

Oltre alla vicenda di “Barbisùn” il libro racconta i casi di Giuseppe Giusto, accusato di aver ucciso un prigioniero che cercava di scappare, e che rimarrà in manicomio fino al 1957, restandone segnato per sempre; di Aureliano Gabrielli, che uccise per reazione un dentista compromesso con le Squadre d’azione Mussolini. E poi i casi di Gian Piero Carnaghi, Gustavo Borghi, Guido Acerbi. E di una donna, la giovane Zelinda Resti, ingiustamente accusata di omicidio a guerra finita. Rinchiusa in carcere, venne spedita al manicomio di Aversa “per motivi di salute”. Qui ne passò di tutti i colori, comprese le insistenti attenzioni sessuali da parte di una delle suore, prima di essere assolta in appello con formula piena.

Ma questi, appunto, sono alcuni casi. Solo nell’archivio di Aversa, fra migliaia di incarti, gli autori ne hanno individuati altri dodici. E nel resto d’Italia? «Manca - scrivono gli Franzinelli e Graziano -, per gli altri manicomi della penisola, qualsiasi indagine a tale riguardo». «La storiografia - concludono - ha sino ad oggi ignorato il fenomeno dei “pazzi per la libertà”, confinato entro il recinto delle vicende personali e dei lutti familiari, mentre dispiega una valenza sociale e politica in un’Italia scombinata, ben più complessa e contraddittoria di quanto s’immagini».

@p_spirito

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