L’ombra del dogma sulla rivoluzione di Franco Basaglia

Nel saggio “La Repubblica dei matti” l'inglese John Foot analizza origini e sviluppo della psichiatria radicale. Il ruolo di Franca Ongaro nelle scelte che avrebbero portato alla legge 180. Marco Cavallo resta il simbolo del definitivo superamento del manicomio, processo iniziato a Gorizia

Ma è stata mai scritta la storia della nuova psichiatria in Italia? È il quesito intorno a cui ruota il libro di John Foot, "La 'Repubblica dei matti'. Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978", in libreria da mercoledì edito da Feltrinelli (pag. 392, euro 22,00). In realtà le storie scritte sono molte e molto ufficiali, nella maggior parte dei casi compilate dagli stessi protagonisti. Ma John Foot è un elegante storico britannico che fino a pochi anni fa era a distanze siderali dalla storia della psichiatria radicale. È docente di Storia contemporanea italiana e insegna a Bristol. Ha pubblicato interessanti volumi su diversi temi: dal boom economico a uno studio critico della storia del calcio. Ma sui matti, niente. Di follia, psichiatria e antipsichiatria Foot non si è mai interessato, almeno fino al 2008, quando si trovò a Trieste per approfondire alcune ricerche sulla memoria divisa dell'Italia. Di Basaglia (a fianco nella foto di Claudio Ernè) sapeva qualcosa, conoscenze piuttosto elementari, ma Foot si trovava in Italia proprio durante la ricorrenza del trentesimo anniversario della legge 180 e in città c'erano una serie di eventi per l'occasione. Così Foot si infila in un cinema, una piccola sala in cui si proiettava "San Clemente" di Depardon, girato alla fine degli anni '70: raccontava gli ultimi giorni di un manicomio veneziano. «La proiezione veniva presentata da un certo Peppe Dell'Acqua - scrive - e le immagini del documentario non ammettevano compromessi». Ne è travolto. Quando esce dal cinema capisce che avrebbe dovuto studiare quel periodo storico, quelle istituzioni e il modo in cui erano state trasformate.

Nasce così "La Repubblica dei matti", un libro super partes che ha tutte le intenzioni di restituire ciò che è stata la storia della nuova psichiatria, sostenuto da un rigore di ricerca storica senza pari, almeno fino ad oggi. Perché Foot non si accontenta dei principali libri e manuali dell'epoca. Indaga, esplora, rovista in archivi dimenticati. Riesce a trovare dei fondi di ricerca e mette in piedi dei progetti che gli permettono di visitare i centri nevralgici della storia che ha condotto alla legge 180. Ritorna a Trieste. E poi Arezzo, Roma, Imola e Venezia. Ce lo dice lui stesso: «Questo libro racconta quella rivoluzione, nel bene e nel male - perché se uno storico non rimescola nel torbido, che storico è?». Così l'avventura ha inizio e inizia proprio dal suo artefice.

Prima di dirci la sua battaglia, Foot inquadra anche il suo eroe (o antieroe), la sua biografia, l'estrazione borghese, il carcere, il carattere. Non ci viene raccontato solo un Basaglia impetuoso e idealista, non viene restituito solo quell'aspetto rivoluzionario che piace ai più. No. Basaglia era anche un uomo che sapeva cos'era il potere e sapeva come gestirlo. Come avrebbe potuto altrimenti fare quello che ha fatto? Foot dedica capitoli a un preciso contesto sociale e politico, per nulla semplice, quello degli anni '60 e '70 e incrocia i dati sociali con quelli culturali. Ci dice quindi cos'era l'antipsichiatria e i suoi antagonisti, le maggiori influ. enze culturali (da Marx a Foucault), soprattutto ci racconta l'esperienza basilare di Gorizia «che non è stata oggetto di alcun tipo di ricerca rigorosa», scrive. Eppure è partito tutto da lì. Il suo metodo è sempre lo stesso: un'analisi chimica del passato perché emerga più verità possibile. Emerge allora più impetuosamente la figura di Franca Ongaro. E poi la prima e fondamentale équipe goriziana: Basaglia, Ongaro, Slavich, Schittar, Pirella, Casagrande, Tesi, Antonucci, Bombonato e la coppia Jervis. I goriziani avevano un modello per la loro rivoluzione e veniva dal Regno Unito, la "comunità terapeutica" di Maxwell Jones, il primo ospedale psichiatrico completamente aperto nel mondo di lingua inglese e Gorizia fu la prima comunità terapeutica all'interno di un manicomio italiano. L'esperimento goriziano prende piede e le pratiche sono rivoluzionarie, non più gabbie, spoliazioni identitarie, ma la novità più evidente è quella dell'assemblea generale dove tutti partecipano, operatori, medici, degenti, inizia un vero e proprio processo di democratizzazione. Teoria e pratiche hanno uno sviluppo incredibile, sostenute da alcuni politici, proiettate dai mass media al mondo, tutti accorrevano a Gorizia. Ma iniziano anche riflessioni più verticali come il fatto che un manicomio riformato avrebbe impedito la sua distruzione, cioè quella delle "istituzioni totali" che il manicomio ben rappresentava. E intanto esce "L'istituzione negata", la bibbia di intere generazioni, anche se nel mentre l'équipe goriziana era sul punto di rompersi perché consapevole che il suo lavoro stava finendo in un vicolo cieco e il manicomio avrebbe potuto rivelarsi una gabbia dorata: «Quello che resta un po' nell'ombra - riporta Foot dal testo "Franco Basaglia" di Colucci-Di Vittorio - è che si tratta anche, e in qualche misura soprattutto, di un libro contro la comunità terapeutica e tutti i tentativi di "riforma istituzionale"». Foot ci fa capire chiaramente come questo libro-rivelazione spesso veniva assunto come una bibbia, ma forse non sempre letto con la giusta attenzione, quella che permette di vedere il "contro". C'è il rischio del dogma, tanto più in epoche estreme, e prima e dopo Basaglia la sensazione è che Basaglia appartenga solo ai basagliani. In realtà il cammino è lungo, complicato dalla politica, dalle divergenze interne alla psichiatria critica, ma le cose procedono in quello che è un dibattito sempre più acceso. Prima di Trieste, Foot fa un'onesta carrellata anche su altri manicomi italiani, fra tutti l'esempio di Perugia che in anticipo su Trieste ha portato il manicomio fuori, in città, riducendo a un numero esiguo i suoi abitanti. E poi l'esperienza di Colorno dove si formerà la maggior parte dell'équipe triestina: Rotelli, Minguzzi, Casagrande, Venturini, Risso, Carrino, Dell'Acqua, Gallio e altri ancora. Se a Gorizia Basaglia aprì il manicomio, è a Trieste che lo supera. Happening come quello di Marco Cavallo rappresentano soprattutto la necessità di trovare provvedimenti rivolti a creare pratiche e istituzioni alternative. Ci sono i nostalgici e chi invece guarda al presente convinto che la vera rivoluzione basagliana avvenga dopo la chiusura dei manicomi, non prima. E per quanto il pericolo sia (anche) quello di essere recuperati dal sistema, reintegrati e neutralizzati, questa rimane la storia di una liberazione, forse la più grande riforma fatta in Italia, la dimostrazione che un piccolo gruppo di persone può davvero cambiare il mondo.

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