Tra i monti il cuore segreto della Grande Guerra

A Palazzo Ducale di Venezia il racconto per immagini del fotografo Luca Campigotto: due mesi tra le memorie dei soldati

VENEZIA. Alla Guerra di montagna combattuta durante il Primo conflitto mondiale dalle Dolomiti, al Carso, dall'Adamello fino al Pasubio, sono dedicati gli scatti del fotografo veneziano Luca Campigotto. Ripercorrere con le immagini i passi, le scalate, le battaglie, le attese, le sofferenze, le speranze, la morte dei giovani soldati italiani mandati al massacro sulla linea del fronte, arroccati sui monti per difendere e presidiare spesso inutilmente postazioni e confini, è l'impresa fotografica visibile in una mostra a Palazzo Ducale a Venezia dal titolo "Teatri di Guerra".

Campigotto ha passato due mesi camminando lungo i percorsi rocciosi tra il Cadore, la Carnia, l'Alto Isonzo, dalla Slovenia al Lago di Garda, per riuscire a cogliere gli attimi e gli scenari vissuti dai soldati 100 anni fa. Avvicinando il proprio obiettivo a quei luoghi pregni di una bellezza violenta e drammatica, in cui i segni dei combattimenti sono ancora chiaramente visibili, quasi fissati per sempre nella dimensione del paesaggio, Campigotto è riuscito a cogliere le tracce di un racconto umano che è il cuore segreto della storia della Grande guerra.

Nasce così il progetto di un racconto per immagini, dove silenzi, assenze, spazi infiniti si intrecciano ai segni lasciati dai soldati al loro passaggio: trincee, camminamenti, gallerie, fortezze, sentieri, postazioni, lapidi, grotte, croci, rotoli di filo spinato. Sono i relitti di una guerra che ha cambiato il mondo, ma soprattutto i segni di una disperata lotta per la sopravvivenza e per la difesa della propria patria. Tra il 1915 e la fine del 1918 il più grande conflitto armato mai combattuto coinvolse in Italia milioni di uomini che furono mandati a combattere nelle trincee dell'Altopiano, tra le rocce del Carso, tra le nevi dei ghiacciai alpini e poi nelle acque fredde del Piave. Mai prima si erano svolte battaglie ad altitudini così elevate.

A combattere un esercito di contadini, pastori, bottegai e operai, quasi per metà analfabeti, senza una lingua comune, male armati e peggio comandati, che furono mandati al massacro. Tra i monti lungo la linea del fronte rimasero per quasi tre anni, trasportando materiali, armi, attrezzature, viveri e costruendo baracche, appostamenti e trincee fin nel cuore dei ghiacciai. Inadeguati nel vestire, equipaggiati malamente, questi giovani vivevano in condizioni estreme. Piene di fango, infestate da topi, le trincee divennero il teatro umano di pensieri, disperazioni e speranze che le montagne hanno conservato nella loro memoria fisica. «Ripercorrendo quei luoghi quasi inaccessibili - spiega Campigotto - che a malapena hanno un nome sulle mappe topografiche, d'un tratto riesci a comprendere come siano stati punti di riferimento irrinunciabili, posizioni da cui non si poteva, non si doveva indietreggiare. Quello che mi è dispiaciuto è vedere restauri un po' troppo pesanti (addirittura con pupazzi vestiti da soldato) di alcune postazioni. Rimaneggiando l'originale si finirà per perderne l'autenticità. Ho fotografato solo legni abbandonati, cose non toccate, segni inalterati. Bisognerebbe fare un passo indietro. Gli alpini dicono che se si trova una trincea, per proteggerne la memoria, bisogna restaurarne 10 metri al massimo e il resto lasciarlo alla natura. Ho spesso pensato a quei giovani che lì hanno combattuto. Per tutto il tempo di questo progetto, in mente avevo una lettera scritta da un soldato alla fidanzata che diceva "Scrivimi tanto scrivimi ancora", una frase che restituisce con semplicità e straordinaria forza il senso di lontananza, di solitudine, di paura provato dai nostri soldati 100 anni fa su quelle montagne».

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