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François Truffaut l’uomo che amava “girare” la vita

Moriva trent’anni fa il grande regista francese padre della stagione della “nouvelle vague”

4 minuti di lettura

di Beatrice Fiorentino

«I film sono più armoniosi della vita, non ci sono intoppi nei film, non ci sono rallentamenti. I film vanno avanti come i treni, come i treni nella notte. La gente come me e come te, lo sai bene, siamo fatti per essere felici nel nostro lavoro del cinema». In queste poche battute pronunciate da François Truffaut nel suo film del 1973, "Effetto Notte", c'è tutta l'essenza di una vita tormentata e assieme un'idea di cinema, vissuta in maniera viscerale, carnale, espressa con un'urgenza quasi vitale. Domani, 21 ottobre, si compiono trent'anni da quando un tumore al cervello se lo è portato via, a soli 52 anni. Solo l'ultimo degli "intoppi" nella vita del regista, cominciati per lui dalla nascita. Di padre ignoto, Truffaut venne alla luce a Parigi nel 1932 da una ragazza troppo giovane per poter offrirgli l'amore di cui un bambino ha bisogno. Pochi mesi dopo fu riconosciuto dal nuovo compagno della madre, l'architetto Roland Truffaut, ma passò l'infanzia con la nonna materna con cui visse fino all'età di dieci anni. Alla sua morte, la madre lo riprese con sé, anche se il piccolo François percepiva nettamente di essere d'intralcio alla sua felicità. E per questo il loro rapporto fu sempre conflittuale. Di lei il ragazzo ammirava la bellezza, la spiccata personalità e lo spirito d'indipendenza, caratteristiche che successivamente avrebbe attribuito a gran parte delle donne che popolavano i suoi film. Al tempo stesso ne subiva il rifiuto.

Era un avido lettore. I libri, divorati uno dopo l'altro, oltre a essere tra le poche occupazioni che non arrecavano disturbo alla madre, costituivano forse un sostituto di quell'amore materno vagheggiato e così difficile da conquistare. Al pari dei film, visti spesso al ritmo di tre al giorno, di nascosto, scappando di casa ed entrando al cinema dalla porta sul retro per non pagare il biglietto.

Gli anni dell'adolescenza furono turbolenti. L'incomprensione familiare, gli insuccessi scolastici, le numerose assenze, le ripetute fughe e qualche furto (una macchina da scrivere per fondare un cineclub), furono la porta per il riformatorio. A questo periodo però risalgono due incontri importanti: Robert Lacheney, amico inseparabile di una vita (ritratto nel personaggio di Renè ne "I quattrocento colpi" e in "Antoine e Colette"), e in particolare il critico cinematografico Andrè Bazin, fondatore dei "Cahiers du Cinéma" e teorico della Nouvelle Vague, in cui trovò la figura di un padre putativo ma che soprattutto segnò la sua carriera nel cinema.

Dopo il riformatorio e vari impieghi saltuari, Bazin gli fece ottenere un lavoro nella sezione dedicata al cinema di "Travail et culture". Ma una storia d'amore finita male, spinse Truffaut ad arruolarsi nell'esercito nel 1951, salvo pentirsi dopo pochi giorni della sua stessa decisione. Tentò il suicidio, disertò. E fu ancora Bazin a interessarsi per mettere le cose a posto, ottenendo per l'amico la dispensa dall'esercito per instabilità di carattere. Nella casa di quest'ultimo vissero per due anni, a Bry-sur-Marne, e nel frattempo la passione cinefila cresceva. Erano gli anni dei cineclub, quando vedere i film non bastava, bisognava parlarne. Truffaut avviò allora la sua carriera di critico. Scrisse oltre 500 articoli per la rivista "Arts" e quasi 200 per i "Cahiers du Cinéma". A metà del decennio incontrò Claude Chabrol, Jacques Rivette, Jacques Demy, Eric Rohmer, Jean-Luc Godard, il nuovo avamposto della critica giovane che di lì a pochi anni avrebbe dato vita alla corrente cinematografica più libera di tutti i tempi: la Nouvelle Vague.

Esordì con il cortometraggio "Une visite" e scrisse la sceneggiatura di "Fino all'ultimo respiro" ("A bout de souffle"), film simbolo della "nuova onda" che Jean-Luc Godard girò qualche anno dopo. Del 1955 è il primo incontro con Alfred Hitchcock, che poi finirà nel celebre libro-intervista "Il cinema secondo Hitchock". Del 1957 la decisione di passare alla regia. Fondata la società di produzione Les Films du Carrosse, girò il cortometraggio "Les Mistons" e finalmente "I 400 colpi", quello che Jean-Luc Godard definì "«l film più orgoglioso, più testardo, più ostinato. Il film più libero del mondo». Proiettato per la prima volta il 4 maggio 1959 al Festival di Cannes, vinse il Premio per la migliore regia e da quel momento il cinema non fu più lo stesso.

"I 400 colpi" (oggi al cinema Ariston nella versione restaurata digitale curata dalla Cineteca di Bologna alle 16.30, 18.45 e 21) inaugura una nuova stagione e un nuovo modo di concepire il cinema: intimo, personale, autoriale. Ed è il primo film del cosiddetto "ciclo di Antoine Doinel", alter-ego del regista identificato nell'attore Jean-Pierre Leaud, ripreso in varie fasi della vita, dalla prima adolescenza fino all'età adulta. Seguiranno "Antoine e Colette" (1962), "Baci rubati" (1968), "Non drammatizziamo, è solo questione di corna" (1970, il titolo italiano stravolge l'originale "Domicile Conjugale"), "L'amore fugge" (1978).

Da quel momento la carriera del cineasta proseguirà inarrestabile al ritmo di un film all'anno. Tra i più noti, oltre a quelli citati: "Jules e Jim", "Fahreneit 451", "La mia droga si chiama Julie", "Il ragazzo selvaggio", "Gli anni in tasca", "L'ultimo metrò", "La signora della porta accanto".

Il suo è un cinema del sentire, al centro del quale ci sono persone e stati d'animo, desideri e pulsioni. «Le idee sono meno interessanti degli esseri umani che le hanno», dichiarerà. I suoi film traboccano di riferimenti autobiografici. Sempre presenti libri e film, bambini e adolescenti con le loro inquietudini, l'amicizia, la vita di coppia, la natura del desiderio, la morte - che, come avvertito da una sinistra premonizione, finiva spesso per mettere in scena guardata a distanza, con una forma di rispetto misto a timore - e, soprattutto, le donne.

Seduttore seriale, Truffaut era davvero, come il titolo del suo film del 1977, "l'uomo che amava le donne". Nei suoi film sono affascinanti e appassionate, a volte vittime a volte carnefici, sempre bellissime. Si invaghiva delle protagoniste femminili dei suoi film (Jeanne Moreau, Catherine Deneuve, Claude Jade) intrecciando con loro appassionate storie d'amore. Desiderate, ammirate, e per quel suo insaziabile bisogno d'amore, spesso tradite. Dopo un matrimonio fallito e infinite conquiste, si unì a Fanny Ardant, da cui ebbe la terza figlia e con cui passò gli ultimi anni della vita.

In questa ricorrenza si moltiplicano le iniziative organizzate per celebrarlo. La Cinematheque francais organizza a Parigi una retrospettiva coi suoi ventuno film, presto rieditati in dvd, e una mostra che espone, fino al 25 gennaio, fotografie, interviste, oggetti e costumi di scena, sceneggiature con annotazioni personali, disegni e altri documenti d'archivio.

Comunque si scelga di ricordarlo, Truffaut si racconta da solo attraverso i suoi film. È magnifico e struggente riconoscerlo nel Doinel de “I 400 colpi”, che corre verso il mare in una innaturalmente lunga, interminabile carrellata, che ha il sapore dolce della riconquistata libertà. E guarda in macchina sfrontato e impaurito, con il viso da eterno bambino e lo sguardo di chi, malgrado tutto, è pronto ad affrontare la vita e tutto ciò che essa riserva. Forse la più bella sequenza della storia del cinema.

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