Luisa Casati a Venezia: performer e body artist prima della Abramovic

“La nuit d’Ève”, 1929, Federico Beltrán Masses, Colleciò Suñol di Barcellona

Dal 4 ottobre a Palazzo Fortuny cento opere dedicate alla marchesa, regina dei travestimenti: Martini, Boldini, Balla, Augustus John, Man Ray

Bella non era, almeno non nel senso classico del termine, filiforme, il naso marcato e un pallore poco sano, gli occhi sgranati che sembravano risucchiare nel loro interno smeraldino tutto il viso. Era, invece, straordinariamente ricca, figlia dei conti Amman, magnati dell'industria della filatura del cotone (e, tra l'altro, fondatori e padroni del cotonificio veneziano di Pordenone), che la lasciarono orfana, insieme alla sorella maggiore Francesca, quando non era ancora ventenne. Da allora brucerà tutte le tappe di un'esistenza votata a un unico scopo, al quale immolerà un patrimonio sterminato e sacrificherà ogni sentimento: fare di se stessa “un'opera d'arte vivente”.

“Lei” era “la Casati”, al secolo Luisa Amman, nata a Milano nel 1881 e andata sposa giovanissima, nel giugno del '900, al marchese Camillo Stampa di Soncino. Durante una battuta di caccia conobbe Gabriele D’Annunzio, con cui visse per dieci anni una pubblica e scandalosa liaison. Il Vate la iniziò ai travestimenti, con lui condivise la passione per l’occultismo, le pratiche magiche, i serpenti. Dal marchese Camillo divorziò nel ’24, dopo un decennio di separazione, prima cattolica italiana a rompere il vincolo.

Magnetica e sulfurea, superba negli eccessi, grandiosa nelle stravaganze, insaziabile divoratrice di artisti, Luisa fu musa, modella, collezionista, a volte amante, tiranna. Intrigò i contemporanei da viva e da morta, tant'è che John Galliano, all’epoca da Dior, le dedicò nel '98 un'intera collezione, riproducendo il ballo che la marchesa diede al Palais Rose di Parigi il 30 giugno 1927, l’ultima sua grande messinscena teatrale, in cui impersonava Cagliostro, con abito maschile oro e argento e maschera d’oro. Anche Karl Lagerfeld, nel 2000, disegnò un abito di lamè per la collezione “cruise” di Chanel che è un inequivocabile omaggio.

A Luisa Casati, Palazzo Fortuny di Venezia, uno dei luoghi più amati dalla “Divina Marchesa”, dedica una grande mostra, la prima tutta su di lei, ideata da Daniela Ferretti e curata da Fabio Benzi e Gioia Mori, visitabile dal 4 ottobre all’8 marzo 2015. “Arte e vita di Luisa Casati tra Simbolismo e Futurismo” raccoglie oltre un centinaio di opere tra dipinti, disegni, gioielli, sculture, fotografie, abiti, firmati da grandi artisti in suo onore o da lei commissionati, che provengono da musei internazionali e collezioni private. Ci sono i ritratti di Giovanni Boldini, di Augustus Edwin John, due opere a grandezza naturale di Alberto Martini, le “Linee di forza di paesaggio maiolicato” di Giacomo Balla, le collane-rettile di Cartier. Pezzi di raccolte private sono la testa di ceramica policroma di Renato Bertelli, il nudo di Romaine Brooks e la scultura con levriero di Paolo Troubetzkoy. In mostra anche le molte sue foto firmate da Adolphe Gayne de Meyer, Man Ray e Mariano Fortuny e quelle “rubate” da Cecil Beaton, quando, ormai ridotta in misera e con sessanta miliardi di lire di debiti sulle spalle, viveva a Londra, tenuta alla larga dall’unica figlia, Cristina, andata in sposa al visconte Hastings. Una terza sezione della mostra è dedicata ai futuristi, di cui fu grande promotrice e collezionista, cominciando da Filippo Tommaso Marinetti, uno dei suoi amanti.

Ma chi era Luisa Casati, da alcuni considerata la donna più stravagante del XX secolo, la quintessenza della femme fatale, da altri un'icona della cultura camp? «Non una folle, ma una donna in anticipo sui tempi, che sapeva manipolare e stravolgere il corpo. Una body-artist, una performer, molto prima di Marina Abramovi„», racconta Gioia Mori. Eccentrica, dunque, ma non solo. «Come emerge dalle nostre ricerche - prosegue la curatrice - Luisa Casati non faceva “feste”, ma veri e propri spettacoli, di cui era produttrice, regista, attrice. In due di essi calcò le scene, con i costumi di Bakst».

I suoi mascheramenti “artistici”, infatti, iniziati nel 1904 con una toilette “alla Pompadour” per una festa della principessa Stephanie del Belgio, divennero presto arte totale. Stregata, come d’Annunzio, dai Ballets Russes a Parigi, la marchesa interpretò nell’estate 1912, a St. Morizt, una scena de “L’Oiseau de Feu” con musiche di Stravinskij durante un pranzo seguito da danze, quindi la “danse persanne” di Musorgskij.

Con Bakst, scenografo e costumista, Luisa era in sintonia, entrambi trattavano il corpo da elemento “scenico”: lui tingeva i danzatori, lei i suoi animali e i servitori neri, che rivestiva di un pigmento tossico d’oro. Ma fu se stessa il suo più avanzato esperimento. Attraverso l’uso di droghe, dilatava gli occhi fino a trasformarli in fanali, sbiancava il viso con polvere pesante come calce, disegnava sulla bocca una ferita sanguinante, tingeva i capelli di quel rosso fuoco che la superstizione attribuiva ai malvagi.

La vita di Luisa Casati trascorse tutta in dimore sontuose, a Roma, a Parigi, sul Canal Grande, a Capri. Su questi fondali si muoveva, perennemente e pesantemente bistrata, vestendo le creazioni esclusive di Poiret, Madame Vionnet, Fortuny (i superbi “Delphos” in mostra), attorniata da un caravanserraglio di muscolosi domestici. Aveva il vezzo di portare serpenti vivi al collo, intontiti dalle droghe, che si srotolavano nei momenti meno canonici, o di fare shopping in Rue Royale con un piccolo coccodrillo al guinzaglio e un paio di scimmiette sulle spalle. Nei suoi parchi allevava un esotico e decadente zoo, fatto di ghepardi, leopardi, levrieri, merli albini tinti per capriccio di blu, pappagalli, uccellini meccanici, e alla sua corte prosperavano chiromanti, fattucchiere, cultori dell'occultismo.

Nelle sue feste una fortuna incalcolabile bruciò in champagne, arredi, vestiti. Per una di esse affittò per una notte l'intera piazza San Marco, dove, nelle serate «normali», amava passeggiare nuda, coperta da un mantello di pelliccia, mentre il servitore d’ordinanza reggeva una torcia in modo che i passanti l'ammirassero. «L'unica donna che sia mai riuscita a stupirmi» disse di lei D'Annunzio. La ribattezzò Kore, nome greco di Persefone, lei lo corresse in Corè, addolcendolo e regalandogli una nuance francese, a significare la natura del loro rapporto: per la prima volta davanti alla marchesa, l'immaginifico si sentiva sfidato, inadeguato. Il Vate soffriva per la sua lontananza, la possedette per sempre solo nella scrittura, facendone la protagonista nascosta di “Forse che sì, forse che no”.

Luisa era l'essenza stessa di un'epoca: spregiudicata, individualista, colta, ossessionata dall'occulto, enigmatica e ambigua come nella foto in cui Man Ray, per errore, la ritrasse con quattro occhi sovrapposti. Nel 1930 arrivò al tracollo finanziario, proprietà e gioielli venduti, gli animali dispersi, costretta a farsi ciglia finte artigianali con i crini di cavallo. Morì nel 1957, di emorragia cerebrale, dopo una seduta spiritica. Vive in eterno nel ritratto di Boldini, giovane e inquieta, in un turbine di penne di pavone.

@boria_A

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