Fontana: Il mio magistrato attraversa gli “anni affollati”

Con “Morte di un uomo felice” (Sellerio), è il più giovane autore in competizione «Emozionato, ma sereno. La mia preoccupazione principale è il nodo dellacravatta»

Lombardo, classe 1981, Giorgio Fontana è l'autore più giovane della cinquina del Campiello. Il suo libro, “Morte di un uomo felice” (Sellerio, pagine 262, euro 14,00), affronta il racconto di una stagione della storia recente, i cosiddetti "anni di piombo", attraverso un personaggio emblematico e una vicenda di grande impatto narrativo.

Siamo a Milano, nell'estate del 1981, nella fase più tarda del terrorismo italiano. Non ancora quarantenne, Giacomo Colnaghi è un magistrato in prima linea, coordina un piccolo gruppo di inquirenti e sta indagando su una nuova banda armata, responsabile dell'assassinio di un politico democristiano. Il dubbio e l'inquietudine lo accompagnano da sempre: egli è cattolico, ma di una religiosità intima e tragica; è di umili origini, ma convinto che la sua riuscita personale sia la prova di vivere in una società aperta; è sposato con figli, ma i rapporti con la famiglia sono sofferti. Dall'inquietudine è avvolto anche il ricordo del padre Ernesto, che lo lasciò bambino morendo in un'azione partigiana. L'inchiesta che svolge è complessa, ma la sua coscienza lo porta a passare dalla caccia all'uomo a un'indagine sull'origine delle ferite che segnano il Paese.

Fontana, da dove ha tratto spunto per la figura del suo protagonista?

«Benché Colnaghi sia un personaggio interamente finzionale, mi sono ispirato a due figure di magistrati milanesi: Emilio Alessandrini e Guido Galli. Entrambi uccisi da Prima linea, erano giudici democratici, fortemente garantisti e di grande statura morale. Ho pensato in modo particolare a Galli, che ritorna anche nel romanzo».

Come descriverebbe il carattere di Colnaghi?

«È un uomo molto curioso, una qualità che mi piace particolarmente. Ha una carica di umanità e un desiderio di comprendere l'altro che sfocia spesso in una sorta di empatia radicale, con chiunque si trovi davanti. È simpatico, ma anche scisso e tormentato. Ed è molto più figlio di quanto riesca a essere compiutamente padre: un difetto che lo imprigiona».

Infatti nel libro è importante il rapporto con il padre partigiano. Perché ha voluto focalizzare la sua attenzione su questo aspetto?

«Innanzitutto perché la storia del padre di Giacomo, Ernesto, era una storia che volevo raccontare da molto tempo: la Resistenza delle fabbriche, il volantinaggio e i sabotaggi, i grandi scioperi operai del 1944... Inoltre mi consentiva di aggiungere un'ulteriore e dolorosa contraddizione: come si sarebbe sentito Colnaghi nel dover affrontare delle persone che dicevano di ispirarsi anche alle azioni partigiane? In quale modo avrebbe potuto conservare l'eredità paterna, lavandola da quelle ferite? Credo che il romanzo, a conti fatti, sia davvero tutto qui: nel rapporto a distanza fra Giacomo ed Ernesto, nel loro affetto reciproco, e insieme nel non essersi mai potuti parlare davvero».

Come si è appassionato al periodo degli "anni di piombo"?

«Tutto è cominciato quando ho terminato il romanzo precedente, Per legge superiore, nel quale Colnaghi compariva in alcuni passaggi. Non riuscivo a liberarmi da questo personaggio, e dunque ho deciso di raccontarlo: da quel momento è cominciato, come da prassi, tutto il lavoro di ricerca e documentazione. Ho consultato moltissimi testi e archivi di giornale, parlato con diverse persone, visto filmati, cercato insomma di ritrarre una parte di quel periodo nella sua complessità».

Come parlerebbe di quella stagione della storia del nostro Paese a un adolescente di oggi per fargli capire il clima di quegli anni?

«Domanda difficile. Innanzitutto perché, come dicevo, il clima di quegli anni è stato molto variegato e complesso. Cercherei dunque di preservarlo dalle narrazioni semplificate: ridurre un intero periodo agli omicidi brigatisti è tanto sbagliato quanto ridurlo alle stragi neofasciste. Furono anche anni di grandi conquiste sociali, di trasformazioni, di lotte civili e rielaborazioni teoriche: "anni affollati", come diceva Gaber. Purtroppo, naturalmente, furono anche anni di morte e dolore».

Ci vuole spiegare il significato del titolo? In cosa consiste la felicità a cui allude?

«È una felicità in tono minore. Per quanto tormentato, alla fine Colnaghi rimane un uomo innamorato della vita e capace di godersi davvero quelle piccole cose che lo illuminano: un bel giro in bici, una cena in trattoria, l'abbraccio di un amico, una partita a pallone... Mi piaceva anche l'idea di un titolo che spostasse l'attenzione del lettore su un elemento intimo, esistenziale, come poi è il romanzo stesso».

Come sta vivendo l'attesa del verdetto della giuria popolare del Campiello? Che cosa sta significando questo premio per lei?

«Mi è capitato più volte di definirlo "una bella pacca sulla spalla", e credo sia l'espressione giusta. È un grande riconoscimento e ne sono davvero felice: ma non scrivo per vincere premi, scrivo per offrire qualcosa di buono ai miei lettori. Quindi, se penso alla serata del verdetto, sono sereno. Emozionato, ma sereno. La mia preoccupazione principale è ricordarmi come si fa il nodo alla cravatta».

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