Lucy, Sebida e le altre ecco perché le donne sono più intelligenti

di CLAUDIO TUNIZ Homo, Homo sapiens, Homo erectus. E le donne? Tutta colpa di Carl Linnaeus, il naturalista svedese che nel Settecento ha usato il termine Homo per entrambi i sessi? In effetti,...

di CLAUDIO TUNIZ

Homo, Homo sapiens, Homo erectus. E le donne? Tutta colpa di Carl Linnaeus, il naturalista svedese che nel Settecento ha usato il termine Homo per entrambi i sessi? In effetti, soprattutto nell'ultima accezione, il termine sembra un po’ infelice per indicare un'eventuale femmina. Narrazioni sulle nostre origini si riferiscono quasi sempre all'ominide maschio, che si evolve sviluppando cervello e destrezza. Le donne rimangono nell’ombra, con un parto sempre più rischioso, impegnate ad accudire bimbi con infanzie sempre più lunghe, mentre il maschio perfeziona i suoi strumenti litici, rendendoli sempre più micidiali, per cacciare e combattere. Concentriamoci allora, una volta tanto, sulle donne, usando questo termine anche per le femmine degli ominidi arcaici, che sono ben rappresentate nei resti fossili.

In effetti, i ritrovamenti più famosi sono spesso di donne, non di uomini: ad esempio, l'ardipiteca Ardi, le australopitecine Lucy e Sediba (quest'ultima appena scoperta), la micro-donna dell'isola di Flores (la Hobbit), poi la donna di Denisova (la nuova specie trovata recentemente in Siberia) e varie donne erectus, neanderthalensis e sapiens. Ma come si fa a riconoscere il sesso usando poche ossa fossili? DNA a parte, negli ominidi adulti, soprattutto in quelli più arcaici, la femmina aveva una struttura molto più piccola del maschio. Ci sono poi ossa particolari che hanno una morfologia diversa nel maschio e nella femmina, particolarmente il bacino. Nella femmina l'arco pubico è più largo che nel maschio e il suo osso iliaco è più ampio. Inoltre le ossa sono in genere più sottili e leggere. Queste caratteristiche sono state riscontrate in Lucy, un'icona nella storia delle origini umane, che fu così chiamata perché i suoi scopritori stavano ascoltando una canzone dei Beatles, Lucy in the Sky with Diamonds. Lucy era alta 110 centimetri, pesava 30 chili, aveva un cervello di 400 millilitri e camminava eretta. La datazione con i metodi della radioattività ci dice che essa viveva 3,2 milioni di anni fa. I suoi resti, eccezionalmente completi, ci aiutano a capire importanti dettagli sull’evoluzione. Lucy aveva l’osso iliaco più largo e meno appiattito degli scimpanzé. Purtroppo la nuova struttura delle pelvi, se agevolava la locomozione bipede, aumentava però i rischi della procreazione. Facciamo un confronto fra lei, le scimmie attuali, e noi sapiens. Un piccolo scimpanzé può attraversare il canale della nascita senza nessuna rotazione, uscendo con la nuca all’indietro e gli occhi rivolti alla madre. Durante il parto la madre non ha quindi bisogno di assistenza.

Per il piccolo sapiens, invece, l'asse maggiore del canale della nascita in uscita è perpendicolare a quello in entrata. Egli deve quindi prima allineare le spalle con l’asse maggiore del canale in ingresso, e poi deve ruotare nuovamente per allinearsi con l’asse maggiore del canale in uscita. Alla fine, il piccolo uscirà con la nuca rivolta alla madre dopo aver operato due mezze rotazioni. Oltre che "partorire con dolore", la madre ha quindi bisogno di aiuto durante il parto. In Lucy l’ingombro della testa del piccolo era minore della sezione della cavità pelvica, come negli scimpanzé, ma la ricostruzione delle diverse sezioni della cavità suggeriscono una dinamica di nascita a mosaico: pur avendo bisogno di girarsi all'inizio del parto, come gli umani moderni, il neonato australopiteco poteva poi scendere attraverso tutto il canale senza ulteriori rotazioni, come lo scimpanzé. Si ipotizza perciò che la madre avesse già bisogno di una certa assistenza durante il parto, ma meno di una sapiens. Un milione di anni dopo, anche la donna erectus presenta pelvi che provocano una dinamica del parto simile a quella delle australopitecine, ma ora bisognava far nascere figli con un cervello più grande! Le pelvi arcaiche rimasero probabilmente fino ai tempi dell'uomo di Visogliano di 400.000 anni fa (Homo heidelbergensis). Purtroppo di questo ominide abbiamo solo alcuni denti e una mandibola per cui è difficile stabilirne il sesso. Infine, le donne di Neanderthal, e probabilmente anche le altre specie umane dell'ultima glaciazione, avevano un parto con tutte le rotazioni tipiche della donna sapiens. Ma le madri non sono le sole a subire lo stress della riproduzione: anche per i neonati l'inizio non è facile. Poiché gli stress si fissano nello smalto dentario, è possibile identificare il trauma della nascita di ognuno di noi nella linea neo-natale dei denti decidui. Usando la luce di sincrotrone si possono ottenere immagini della struttura interna di denti fossili senza danneggiarli. Contando le linee di crescita dello smalto si possono conoscere l’età alla morte e la durata dell’età dello sviluppo. Quest'ultima risulta più breve per le scimmie e gli australopitechi che per gli umani. La struttura dei denti di un bambino australopiteco del Sudafrica rivela che il piccolo morì a quattro anni, dopo aver raggiunto uno sviluppo simile a quello di un suo coetaneo scimpanzé.

L'infanzia incominciò ad allungarsi solamente con l'apparizione di Homo, quando l'evoluzione umana incominciò ad essere dominata dalla crescita del cervello. I due aspetti sono in verità correlati e risultano critici per la nostra evoluzione in quanto sapiens: un'infanzia prolungata consente infatti di sfruttare più efficientemente le nuove potenzialità cerebrali. Aumenta così la capacità di apprendere e di trasmettere le conoscenze: sulla lavorazione dei materiali litici, sul controllo del fuoco, sulla capacità di sfruttare quanto offerto dalla flora e dalla fauna e sulla comprensione del mondo che ci circonda. Anche le donne Neanderthal probabilmente utilizzarono queste nuove capacità cognitive. Mentre i maschi erano impegnati a cacciare e combattere, da recenti studi (anche del nostro gruppo) sembra che esse fossero intente a raccogliere erbe curative, inventare nuovi strumenti d'osso per trattate le pelli, o semplicemente dipingersi il corpo e a parlare. In collaborazione con Elettra, stiamo ora radiografando vari bambini di Neanderthal italiani: il loro sviluppo post-natale sembra più breve del nostro. È questo che ha ridotto il loro potenziale di apprendimento relativo, fino a portarli all'estinzione, poco dopo il nostro arrivo? Le donne sapiens continuarono invece ad accudire i piccoli, dall'infanzia sempre più lunga. Forse furono proprio loro a creare le bellissime pitture rupestri di Chauvet, in Francia, o quelle del Kimberley australiano. (4- Continua. Le altre puntate sono state pubblicate il 16, 22 e 29 maggio)

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