Le infrastrutture digitali proiettano l’Italia in una nuova era

Il Pnrr avrà un ruolo fondamentale per modernizzare il Paese e accrescerne la competitività
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Quasi 50 miliardi di euro per modernizzare la Pubblica amministrazione, irrobustire le competenze digitali degli italiani, sviluppare la telemedicina e sostenere le imprese impegnate nell’innovazione. Il Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) costituisce un’occasione unica per rilanciare il Paese e consentirgli di recuperare il ritardo accumulato negli ultimi due decenni.

Le sfide del sistema Italia
Dopo tanto parlare, siamo alla vigilia dell’era del 5G, la nuova tecnologia della telefonia mobile che consentirà di incrementare la velocità (al picco potrà arrivare a 20 Gbps contro 1 del 4G), ridurre la latenza (vale a dire la velocità di risposta di un sistema a un impulso) e migliorare la flessibilità dei servizi wireless. Una combinazione di progressi che promette di dare una spinta decisiva ad applicazioni come la guida senza conducente, l’automazione industriale e le videoconferenze.

Proiettare il Paese nella nuova era delle telecomunicazioni richiede però investimenti ingenti e il Governo ha colto l’opportunità dei fondi europei veicolati tramite il Pnrr per prevedere risorse importanti a favore di interventi che rafforzino il tasso di digitalizzazione del sistema produttivo e l’innovazione tecnologica.

Tra le altre cose, il Piano Italia 5G punterà a diffondere le nuove reti lungo i corridoi europei, vale a dire percorsi privi di barriere dovute alla presenza di attraversamenti frontalieri, e a incentivare la realizzazione di infrastrutture 5G nelle aree in cui sono state sviluppate solamente reti 3G e non è pianificato lo sviluppo del 4G.

Cambio di prospettiva con la pandemia
La pandemia ha impresso una brusca accelerazione al processo di transizione digitale. Costretti a restare a casa nella primavera del 2020 e poi, con limiti più o meno forti nei mesi successivi, molti italiani hanno scoperto per la prima volta l’utilità di soluzioni come le videoconferenze, del lavoro in remoto e dell’e-commerce. Le aziende, soprattutto quelle di minori dimensioni fin qui rimaste indietro su questo fronte, hanno investito massicciamente sul digitale, ricavandone benefici in termini di produttività, e quindi di competitività. Ora si tratta di compiere l’ultimo passo e cercare di raggiungere gli standard europei.

Per questa strada, ha spiegato il ministro per l’Innovazione tecnologica Roberto Colao, "potremo far crescere il sistema produttivo, garantendo da subito ai nostri imprenditori condizioni migliori per crescere ed essere più competitivi". "Così facendo - ha aggiunto - ridurremo anche i divari digitali e sociali e garantiremo opportunità migliori ai giovani e alle donne, su cui oggi dobbiamo sovra investire". Insomma, una sfida non solo economica, ma di sistema.

Verso una Pa amica
La digitalizzazione promette di modificare radicalmente la percezione dei cittadini verso la Pubblica amministrazione. Niente più file agli sportelli, né uffici che non si parlano tra loro, costringendo gli utenti a una duplicazione delle procedure. Con il Pnrr l’obiettivo è di arrivare al 2026 avendo centrato obiettivi ambiziosi: far sì che l’identità digitale venga utilizzata dal 70% degli italiani; colmare il gap di competenze digitali, con almeno il 70% della popolazione che sia digitalmente abile; portare almeno tre Pa su quattro a utilizzare servizi in cloud; erogare via Internet l’80% dei servizi pubblici essenziali; infine raggiungere la totale delle famiglie e delle imprese della Penisola con reti a banda ultra-larga.

Imprese più competitive
Con la diffusione della digitalizzazione, l’Italia può recuperare il gap di competitività accumulato rispetto ai principali partner occidentali. È la convinzione dell’Ocse, che qualche mese ha pubblicato una serie di raccomandazioni per il nostro Paese, invitandolo tra le altre cose ad accelerare nell’uso degli strumenti e dei servizi digitali per imprese e cittadini e a potenziare lo studio delle materie tecnologiche e scientifiche in modo da diffondere le competenze digitali. Questo perché, nel momento in cui la tecnologia diventa una commodity ampiamente disponibile, tocca alle persone essere in grado di valorizzarla al meglio. Nell’era del digitale, dunque, le risorse umane sono destinate ancor più che nel passato a fare la differenza.