Ne ultra crepidam, sutor (ovvero, in difesa dell’esoterismo del sapere)

Ne ultra crepidam, sutor (ovvero, in difesa dell’esoterismo del sapere)
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Esiste un limite oltre il quale c’è l’inconoscibile. Per gli scienziati è quello fra ragione e fede. Poi c’è l’arroganza del sapere. È quella che muove gli uomini di pensiero a sfidare l’ignoto, ma anche quella che spinge il ciabattino a pretendere di spiegare ad Apelle come scolpire, oltre che il sandalo, l’intera statua; o che induce a non riconoscere di avere raggiunto il proprio livello di incompetenza.

Da qui, la domanda: quando parliamo abbiamo il dovere di capire quello che diciamo per poter affermare di sapere? Per rispondere è necessaria una breve digressione sul rapporto fra senso e linguaggio.

Il passaggio dalla rappresentazione interiore di un concetto alla sua verbalizzazione - la trasmissione del “senso” di un’idea tramite suoni e simboli -  richiede la consapevolezza del rapporto fra significante e significato. Mancare di questa consapevolezza implica trasferire un messaggio che non corrisponde a quello che si intendeva comunicare o, detta in altri termini, significa parlare a vanvera.

Ci sono degli ambiti, come le scienze naturali o la matematica, dove è estremamente improbabile che qualcuno possa parlare a vanvera per ignoranza nell’uso del linguaggio. Per la stessa ragione, è altamente improbabile che chi non conosce quel linguaggio possa accedere a quel tipo di sapere. È il motivo che spingeva i Pitagorici a coltivare l’esoterismo, non nel senso di scrittura di oroscopi o lettura di tarocchi, ma di conoscenza riservata solo ad un circolo ristretto di studiosi.

Controintuitivamente anche discipline non scientifiche - come il diritto - usano un linguaggio “proprietario”.  A partire dal regno di Edoardo I e fino circa al 1362 il diritto britannico si esprimeva in Law French, un misto di Francese e Anglo-Normanno che, oltre ad essere un linguaggio “tecnico”, rendeva sostanzialmente impossibile all’uomo comune capire quello che dicevano giudici e leggi.

Il riconoscimento del diritto delle persone a comprendere le ragioni di scelte che incidono sulla vita di ciascuno ha generato una spinta all’utilizzo di un linguaggio comprensibile dai più. Dunque, almeno in certi ambiti, lo strumento di comunicazione cambia: il Law French cede il passo all’Inglese, la messa non è più celebrata in Latino, la divulgazione diventa il ponte che collega due sponde prima troppo distanti. Questo, tuttavia, non rende meno preciso il linguaggio, ma la sua volgarizzazione e la conseguente spinta alla divulgazione di temi complessi nascondono l’insidia della perdita di rigore e, dunque, la quasi certezza di parlare a vanvera.

Ancora oggi temi come quelli relativi alle scienze naturali vengono trattati dai divulgatori più seri con il dovuto rispetto. Su temi altrettanto complessi come quelli che afferiscono a politica e diritto, invece, non accade lo stesso. L’illusione derivante dal fatto che il linguaggio di queste discipline sia comprensibile genera nei più la percezione di potersene occupare senza la dovuta conoscenza sostanziale. Il tema è serio, perché questo atteggiamento incide sulle scelte di politica pubblica e sulle convinzioni politiche individuali e causa, inevitabilmente, errori di pensiero e dunque di decisione. Gli esempi sono numerosissimi, quotidiani, e sotto gli occhi di tutti.

Troppo superficialmente la responsabilità di questa condizione è scaricata sui social network e sulle scelte di chi li gestisce di fomentare la polarizzazione dell’utenza. Certamente determinati metodi per la profilazione - sui quali a parte lamentarsi, poco o nulla fanno le autorità pubbliche -  possono contribuire a questo risultato. Tuttavia, e il cerchio si chiude, è l’assenza di consapevolezza del proprio limite che contribuisce prima di tutto al parlare a vanvera - sui social, ma anche sui giornali e in televisione. Questo non vale solo per gli individui ma a più forte ragione anche per chi opera nell’informazione professionale.

Recuperare l’uso del linguaggio tecnico e usare tecnicamente il linguaggio richiede padroneggiare i concetti che devono essere espressi. Significa praticare la regola di Catone secondo la quale rem tene, verba sequentur —conosci l’argomento, e troverai le parole per parlarne. Consente di non cadere nella trappola del ciabattino, evitando di convincersi che la propria limitata conoscenza legittimi anche il potere parlare d’altro.

A vanvera.

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