Il robot scacchista che ha rotto un dito ad un bambino neanche sa di averlo fatto

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Giocare a scacchi contro un computer è una pratica abituale da mezzo secolo. Io per esempio giocavo con una rudimentale scacchiera di questo tipo quando avevo 11 anni. Venti anni più tardi il campione del mondo perdeva contro un super computer di IBM, le cui mosse venivano poi replicate sulla scacchiera da un essere umano. Fu un momento epocale. E oggi milioni di persone ogni giorno giocano su Chess e Lichess, le principali app, dove sfidano altre persone ma anche software di diversi livelli, da principiante fino a gran maestro.

Giocare a scacchi contro un computer è un buon esercizio, contro un robot invece è una forma di esibizionismo che tende a darci l’illusione di avere davanti una sorta di essere pensante. Cosa che non è: si tratta soltanto di un software che muove un braccio robotico. Qualche giorno fa a Mosca, durante un torneo, un braccio robotico durante una partita ha afferrato il dito del suo avversario, un bambino di 7 anni considerato una promessa degli scacchi, e in pochi secondi lo ha fratturato. Ma non lo ha fatto per vendicarsi di qualcosa, non lo ha fatto per rabbia, non lo ha fatto per punire il giovane avversario di qualcosa.

Lo ha fatto per errore. Si tratta di un classico esempio di scarsa intelligenza artificiale. O di stupidità artificiale. Probabilmente il software ha confuso il dito del bambino con un pezzo che voleva spostare. Un problema di programmazione oppure dei sensori dedicati a riconoscere gli oggetti nel suo campo visivo. Succede raramente ma da moltissimo tempo - esattamente dal 1979, in Michigan - che qualcuno resti vittima di un robot soprattutto nelle fabbriche dove sono sempre più presenti. Ma in tutti quei casi non c’è alcuna intenzionalità da parte del robot che quindi non sono killer, sono macchine programmate male. I robot non provano sentimenti. Quello di Mosca, per dire, neanche lo sa di aver rotto un dito al suo avversario.